LIONEL SHRIVER.
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..E ORA PARLIAMO DI KEVIN.
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Parte 1.
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PIEMME Editrice.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Quell'8 aprile era un gioved, ma per Eva sarebbe diventato il gioved, un giorno sospeso tra
una vita normale e un incubo esploso nella realt. Perch quel gioved suo figlio Kevin, quindici anni, 
andato a scuola come tutte le mattine, poi ha radunato sette compagni e un'insegnante nella palestra e li
ha uccisi con lucida determinazione.
Mentre la societ reagisce a questa mattanza con un misto di rabbia e presuntuosa
commiserazione, Eva non pu sottrarsi al bisogno di trovare una spiegazione a un gesto tanto
sconvolgente, cedendo all'istinto, proprio di ogni madre, di cercare la responsabilit in se stessa. Cos,
in una serie di lettere indirizzate al marito assente, Eva ripercorre gli anni che la separano da quel
gioved. Ricostruisce il rapporto con suo figlio, difficile fin dalla sua venuta al mondo, annunciata da
quello che le era parso un urlo di rabbia pi che un vagito di neonato. In perenne contrasto con il
marito, sempre pronto a prendere le difese del bambino, e alla disperata ricerca di un gesto, una parola
che smentisse la preoccupante indifferenza con cui Kevin affrontava ogni cosa, che spiegasse le sue
incessanti malvagit, Eva ha trascorso quindici anni in un limbo, come circondata da un funesto
presagio. Quello che dipinge  un quadro lacerante, sofferto, filtrato dalla sua lucida intelligenza e dalla
sua profonda umanit.
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LIONEL SHRIVER.
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Giornalista e scrittrice, i suoi romanzi sono stati tradotti in 25 lingue. Dopo la pubblicazione di
 .. e ora parliamo di Kevin, che  diventato un caso editoriale con oltre un milione di copie vendute nel
mondo, molte madri le hanno scritto ringraziandola di aver detto l'indicibile.
Per Piemme  autrice anche di Effetti sconvolgenti di un compleanno, bestseller su The New
York Times, e Tutta un'altra vita, finalista all'edizione 2010 del prestigioso National Book Award.
Scrive articoli per importanti testate, tra cui The Guardian, The New York Times, The Wall Street Journal.
Da questo romanzo il film di Lynne Ramsay con Tilda Swinton, John C. Reilly ed Ezra Miller Distribuito da Bolero Film.
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A Terri,
una terribile possibilit
che entrambi abbiamo evitato.
Un bambino ha pi bisogno del tuo amore
quando lo merita meno.
ERMA BOMBECK.
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8 novembre 2000.
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Caro Franklin,
non so dire perch questo pomeriggio un incidente insignificante mi abbia indotta a scriverti.
Ma da quando ci siamo separati, quello che pi mi manca  tornare a casa e offrirti il racconto delle
amenit della giornata, come un gatto che deposita un topo ai piedi del padrone: il piccolo e umile dono
che le coppie si riservano dopo aver pascolato in differenti giardini. Se tu fossi stato ancora nella mia
cucina a spalmare il burro di arachidi sul pane, nonostante fosse quasi ora di cena, io avrei fatto appena
in tempo a posare le borse, da una delle quali colava un liquido viscoso, e poi le parole sarebbero
ruzzolate fuori, ancor prima di dirti che per cena c'era la pasta, perci, per favore, potevi evitare di
mangiare tutto il panino?
Certo, nei primi tempi le mie storie riguardavano luoghi esotici, giungevano da Lisbona o
Katmandu, ma a nessuno interessa davvero ascoltare racconti sui paesi stranieri, e io capivo dalla tua
cortesia forzata che dentro di te avresti preferito che i miei aneddoti fossero ambientati in luoghi pi
vicini a casa: che ti raccontassi dello strano incontro con un casellante sul Washington Bridge, per
esempio. Meraviglie del quotidiano che ti avrebbero aiutato a confermare che tutti i miei viaggi
all'estero erano una sorta di tradimento. Mettere radici nelle immutate piccolezze del buon vecchio
stato di New York, o scovare qualcosa di piccante in una gita al Grand Union di Nyack sarebbe stata
una conquista ben pi considerevole.
Ed  proprio qui che la mia storia ha inizio. A quanto pare, alla fine sto imparando quello che
hai sempre cercato di insegnarmi: il mio paese  altrettanto esotico, e persino altrettanto pericoloso,
dell'Algeria.
Ero nel reparto dei latticini, e non avevo bisogno di molto; non ho mai bisogno di molto. Non
mangio pi neanche la pasta di questi tempi, senza di te che ripulisci la zuppiera. Mi manca il tuo
buongusto.
 ancora difficile per me avventurarmi in pubblico. In un paese famoso, almeno secondo gli
europei, per la mancanza di senso della storia, avevo sperato di poter approfittare della proverbiale
amnesia americana. Io non sono cos fortunata. Nessuno in questa comunit mostra il minimo segno
di oblio, nonostante  a oggi  siano passati un anno e otto mesi. Perci quando le provviste
scarseggiano devo farmi forza. Oh, per i commessi del 7-Eleven, sulla Hopewell Street, non sono pi
una storia da prima pagina, perci riesco a comprare un litro di latte senza troppi sguardi indiscreti, ma
il nostro inappuntabile Grand Union  sempre un calvario.
Ogni volta mi sento a disagio. Per compensare raddrizzo la schiena e allargo le spalle. Ora
capisco il significato dell'espressione camminare a testa alta, e spesso mi stupisce notare quanto un
portamento eretto possa trasformarti nell'intimo. Quando mantengo una postura fiera, mi sento un po'
meno mortificata.
Mentre mi dibattevo nella scelta tra le uova medie e quelle grandi, mi voltai verso gli yogurt e
vidi, a pochi metri da me, un'altra cliente: la vecchia permanente logora e la tintura nera, che lasciava
spazio a due centimetri buoni di ricrescita, il top lavanda e la gonna coordinata, forse un tempo ne
avevano fatto una donna elegante, ma ora la camicetta era slabbrata sotto le braccia e la stoffa metteva
in evidenza i fianchi larghi. Gli abiti avevano bisogno di una stirata, e sulle spalline si intravedeva il
segno scolorito delle mollette da bucato. Pensai che quella mise; dovesse provenire dalle regioni pi
remote dell'armadio, dove si trovano gli indumenti che si indossano quando tutto il resto giace sudicio
sul pavimento della camera. Mentre la donna reclinava il capo in direzione delle sottilette e dei
formaggini, scorsi la piega del doppio mento.
Non cercare di indovinare, non la riconosceresti mai da questo ritratto. Un tempo era una donna
nervosa, svelta, affilata e vistosa come un pacchetto regalo. So che sarebbe pi romantico descrivere i
familiari delle vittime come delle persone scheletriche, ma immagino che ingozzandosi di cioccolata si
possa soffrire con altrettanta efficacia che bevendo soltanto acqua del rubinetto.
Era Mary Woolford. Non vado fiera della mia reazione, ma non potevo affrontarla. Battei in
ritirata. Mentre trafficavo con i cartoni e controllavo che le uova fossero tutte intere, le mani mi
divennero di ghiaccio. Riuscii a posare le uova sul seggiolino per i bambini, senza voltarmi, poi assunsi
l'espressione tipica di chi si  dimenticato di prendere qualcosa in un altro reparto e mi allontanai
veloce, come se avessi una missione da compiere. Abbandonai il carrello, perch le ruote cigolavano.
Mi fermai davanti allo scaffale delle zuppe per riprendere fiato.
Lo so, dovrei essere preparata, e spesso lo sono  pronta alla battaglia, in allerta (di solito senza
ragione)  ma non posso uscire di casa con l'armatura per ogni piccola commissione, e comunque
Mary ormai non potrebbe farmi alcun male. Ci ha provato in tutti i modi;  stata lei a portarmi in
giudizio. Eppure, non riuscivo a placare il battito del cuore, n a trovare il coraggio di ritornare nel
reparto dei latticini, neanche quando realizzai di aver dimenticato sul carrello la borsa egiziana
ricamata, con dentro il portafogli.
Questa  l'unica ragione per cui non lasciai all'istante il Grand Union. Alla fine avrei dovuto
recuperare la borsa, e perci mi misi a meditare di fronte alle zuppe Campbell agli asparagi e al
formaggio. Mi domandai come avrebbe reagito Warhol di fronte al nuovo design.
Quando mi riavvicinai, circospetta, al banco dei formaggi, il campo era sgombro, perci spinsi
via il carrello con il piglio lesto della donna in carriera che sbriga in tutta fretta le incombenze
domestiche. Un ruolo che dovrebbe essermi familiare, diresti tu. Eppure  passato cos tanto tempo
dall'ultima volta in cui ho pensato a me stessa in questi termini, che ebbi la certezza che la gente in fila
davanti a me non scorgesse nella mia impazienza la determinazione della professionista per cui il
tempo  denaro, ma il panico umido e impellente del fuggitivo.
Quando posai sul nastro della cassa la spesa disordinata, il cartone delle uova era tutto
appiccicoso. La cassiera lo apr. Ah, allora Mary Woolford mi aveva vista.
Tutte e dodici esclam la cassiera. Le faccio portare un altro cartone.
La fermai. No, no dissi. Sono di fretta. Le prendo cos.
Ma sono completamente...
Le prendo cos! In questo paese il modo migliore per spingere la gente a collaborare  far
credere di essere un po' svitati. Dopo aver asciugato il codice a barre con un Kleenex, pass la scatola
sullo scanner, quindi si pul le mani con un fazzoletto e alz gli occhi al cielo.
Khatchadourian disse la ragazza, quando le porsi la carta di credito. Ad alta voce, come se si
rivolgesse a quelli che aspettavano in fila. Era pomeriggio inoltrato, l'ora giusta per un lavoro part time
dopo la scuola; la ragazza, verosimilmente attorno ai diciassette anni, avrebbe potuto essere una
compagna di Kevin. Certo, c' una mezza dozzina di scuole superiori in questa zona, e magari la sua
famiglia si era appena trasferita dalla California, ma l'espressione nei suoi occhi mi convinse che non
era cos. Mi fissava con durezza.  un nome insolito.
Non so dire cosa mi prese, ma sono cos stanca di tutto questo. Non  che non provi vergogna,
al contrario, sono estenuata dalla vergogna, mi sento ricoperta dall'albume appiccicoso della vergogna.
Questo sentimento non porta da nessuna parte. Sono l'unica Khatchadourian nello stato di New York
risposi sprezzante, e le strappai la carta dalle mani. La ragazza infil le uova in un sacchetto, dove
colarono ancora un po'.
Perci ora sono a casa, o quanto meno, quella che passa per essere una casa. Certo, tu qui non ci
sei mai stato, quindi lascia che te la descriva.
Saresti esterrefatto: dopo aver piantato tante grane perch non volevo trasferirmi in un
sobborgo, ho scelto di rimanere a Gladstone. Sentivo il bisogno di stare vicino a Kevin. E comunque,
per quanto aspiri all'anonimato, non mi interessa che i miei vicini si dimentichino chi sono; voglio
essere io a dimenticarlo, e nessuna citt pu offrirmi una simile chance. Questo  l'unico luogo al
mondo in cui le ramificazioni della mia esistenza sono completamente palpabili, e in questo periodo per
me  molto meno importante piacere alla gente che essere compresa.
Mi sono rimasti ancora un po' di soldi, una miseria dopo aver pagato gli avvocati, e avrei potuto
comprare una casetta, ma la precariet della condizione di affittuaria mi pareva pi adatta alla
situazione. Inoltre, il fatto di vivere in questo appartamento su due piani a Tinkertoy si sposa appieno
con il mio stato d'animo. Oh, tu ne saresti disgustato; i mobili di legno sottile contrastano con il motto
di tuo padre: I materiali sono tutto. Ma  proprio il fatto che questi oggetti stiano in piedi a malapena
che mi affascina.
Tutto qui  instabile. Le ripide scale che conducono al secondo piano non hanno la balaustra,
cos, quando dopo tre bicchieri di vino salgo in camera da letto, devo vincere le vertigini. Il pavimento
scricchiola e gli infissi sono pieni di spifferi, dappertutto vige un'aria di fragilit e incertezza, come se
da un momento all'altro l'intera struttura potesse dissolversi alla maniera di un cattivo pensiero. Le
lampadine dondolano dal soffitto appese al filo, con il portalampada arrugginito; la piccola alogena al
piano di sotto emana una luce tremolante, intermittente, che contribuisce alla sensazione di acceso,
spento, acceso, che caratterizza la mia nuova vita. Per di pi, l'unica presa telefonica della casa 
sventrata; l'incerta connessione con l'esterno  legata a due fili saldati alla meno peggio, e spesso si
interrompe. Nonostante il padrone di casa mi abbia promesso una vera cucina, ho ancora solo la piastra
elettrica  e la spia non funziona  ma non mi importa. La maniglia interna della porta d'ingresso
spesso mi rimane in mano. Per ora sono sempre riuscita a riattaccarla, ma il moncherino sopra la
serratura mi minaccia con il ricordo della condanna di mia madre: incapace di lasciare la casa.
Devo riconoscere che tutto, nel mio appartamento, tende a vivere al limite. Il riscaldamento 
debole, il calore fuoriesce dai termosifoni in un sospiro stantio, fiacco e, sebbene siamo solo all'inizio
di novembre, ho gi dovuto posizionare la valvola sul massimo. Quando mi faccio la doccia, apro solo
il rubinetto dell'acqua calda, e ciononostante il getto esce tiepido appena quanto basta per non farmi
rabbrividire. La consapevolezza che non c' possibilit di aumentare la temperatura colma di
inquietudine le mie abluzioni. Anche il frigorifero va al massimo, ma il latte dura solo tre giorni.
Quanto agli arredi, sono adeguatamente insignificanti. Il piano di sotto  imbiancato alla meno
peggio, di un giallo abbagliante, con pennellate disordinate, striate di bianco, come se l'imbianchino
avesse usato i pastelli a cera. Di sopra, nella mia stanza, le pareti sono spugnate ad acqua, da una mano
inesperta: sembra il disegno di un bambino delle elementari. Questa piccola casa tremolante non pare
nemmeno vera, Franklin, e nemmeno io lo sembro pi.
Eppure spero che non ti dispiaccia per me; la mia intenzione non  farmi compatire. Avrei
potuto trovare una sistemazione pi confortevole, se fosse stato ci che desideravo. Mi piace qui, in un
certo senso.  poco serio, come un giocattolo. Vivo in una casa delle bambole. Persino i mobili sono
fuori misura. Il tavolo della cucina mi arriva all'altezza del petto, e questo mi fa sentire bambina, e il
comodino accanto al letto, sul quale ho appollaiato il computer portatile,  troppo basso per scrivere: 
pi o meno dell'altezza giusta per servire biscotti a una festa dell'asilo.
E poi ci sono le dodici uova, o quantomeno quello che resta di loro. Ho versato i rimasugli in
una scodella e ho pescato i frammenti di guscio. Se tu fossi qui, potrei preparare una bella frittata con le
patate per tutti e due, con un cucchiaino di zucchero,  questo il segreto. Ma sono sola, perci rovescio
le uova in una casseruola e le strapazzo. L'umore  pessimo, ma manger lo stesso.
Dopotutto ho riscontrato una certa eleganza nella piccola vendetta di Mary.
In principio il cibo mi disgustava. Quando andai a trovare mia madre a Racine, diventai verde
davanti ai dolmates ripieni. Aveva impiegato tutto il giorno a mondare le foglie di vite e ad avvolgere il
ripieno di riso e agnello in precisi pacchetti, perci le suggerii di surgelarli. A Manhattan, quando
passavo davanti al deli sulla 57a Strada, diretta allo studio legale di Harvey, l'odore piccante del grasso
del pastrami mi faceva rivoltare lo stomaco. Ora che la nausea  passata, ne sento la mancanza.
Quando, dopo quattro o cinque mesi, cominci a tornare l'appetito  una fame smodata, a dire il vero 
la voglia di mangiare mi prese alla sprovvista, cos continuai a recitare la parte della donna
disinteressata al cibo.
Ma dopo quasi un anno, affrontai il fatto che quella sceneggiata non serviva a nulla. Se mi fossi
trasformata in un cadavere, a nessuno sarebbe importato niente. Cosa mi aspettavo, che tu mi cingessi
la vita con le tue mani enormi, mi sollevassi e con un aspro rimprovero mi rivolgessi le parole che tutte
le donne occidentali sognano di sentir pronunciare prima o poi: Sei troppo magra?
Cos adesso mangio un croissant con il caff ogni mattina, e raccolgo tutte le briciole con il dito
umido. Masticare con cura il cavolo mi porta via buona parte delle lunghe serate. Ho declinato, una o
due volte, quei rari inviti a cena che ancora mi arrivano per telefono, di solito da amici stranieri con cui
comunico via mail ma che non vedo da anni. Sono soprattutto quelli che non sanno a invitarmi, li
distinguo subito; gli ignari sono allegri e chiassosi, mentre gli informati iniziano la telefonata con un
balbettio deferente e un tono sussurrato da chiesa. Come  ovvio, io non ho alcuna voglia di raccontare
la nostra storia, n mi va di sopperire alla muta commiserazione degli amici che non sanno cosa dire e
lasciano che sia io a farmi in quattro per cercare un argomento di conversazione. Ma quello che pi di
tutto mi induce a declinare gli inviti e che mi terrorizza  il pensiero che ordineremo un'insalata, che
alle otto e mezza, nove, arriver il conto e dovr tornare nella mia casupola senza avere una ragione per
mettermi a cucinare.
 buffo, dopo tanto tempo in giro per la A Wing and a Prayer, in un ristorante diverso ogni sera
 dove i camerieri parlano spagnolo o tailandese, e sul cui menu si pu trovare seviche o spezzatino di
cane  sono rimasta intrappolata in una rigida routine culinaria. Orribile, sembro mia madre. Ma non
riesco a rinunciare alle mie abitudini: una fetta di formaggio, sei o sette olive; petto di pollo, braciola
od omelette; verdure cotte; un solo biscotto ripieno di vaniglia; vino in quantit non maggiore di mezza
bottiglia.  come se stessi camminando in equilibrio su una trave e al minimo scarto rischiassi di
cadere. Ho dovuto rinunciare ai piselli perch la preparazione non era abbastanza elaborata.
Comunque, anche ora che siamo diventati due estranei, so che ti preoccuperesti di quello che
mangio. Lo hai sempre fatto. Grazie alla piccola vendetta di Mary Woolford, stasera mi sono nutrita in
abbondanza. Non tutte le burle dei nostri vicini sono risultate cos indolori.
Quei litri di vernice rossa gettata sulla facciata, per esempio, quando ancora vivevo in Palisade
Parade nel nostro ranch da arricchiti (questo  quel che era, Franklin, che ti piaccia o no, un ranch).
Sulle finestre, sulla porta d'ingresso. Vennero di notte, e quando la mattina dopo mi svegliai, la vernice
si era quasi asciugata. Allora pensai  era passato appena un mese da... come posso chiamarlo quel
gioved? non lo so  pensai che non avrei mai pi potuto provare orrore, n essere ferita. Suppongo che
sia opinione comune che quando sei gi stata devastata, quella stessa devastazione diviene la tua
miglior difesa.
Quando quella mattina passai dal salotto alla cucina, realizzai che per me quelle scemenze non
valevano. Trasalii. Il sole entrava dalle finestre, o quantomeno dai riquadri che non erano macchiati di
vernice. La luce filtrava anche nei punti in cui il colore era meno denso e trasformava il bianco
abbagliante delle pareti nel rosso spettrale di un pomposo ristorante cinese.
La mia politica era sempre stata quella di affrontare ci che temevo, e tu mi ammiravi per
questo, anche se tale tenacia si era sviluppata in un tempo in cui le mie paure andavano dallo smarrirsi
in una citt sconosciuta all'incontrare la bambola assassina di Child's play. Che cosa darei ora per
ritornare ai giorni in cui mi spaventavano le ombre. Comunque, le vecchie abitudini sono dure a
morire, perci invece che scappare in camera da letto e rintanarmi sotto le coperte, decisi di esaminare i
danni. Ma la porta d'ingresso era incollata, sigillata dallo smalto cremisi. A differenza dell'idropittura,
lo smalto non si scioglie con l'acqua. E lo smalto  molto costoso, Franklin. Qualcuno aveva fatto un
investimento notevole. Senza dubbio ai nostri vecchi vicini mancavano un sacco di cose, ma certo non
il denaro.
Perci uscii dalla porta laterale, girai attorno alla casa e, in vestaglia, arrivai davanti
all'ingresso. Mentre ammiravo l'opera d'arte dei nostri vicini, sentivo che il viso assumeva la stessa
maschera impassibile descritta dal New York Times il giorno del processo. Il Post, meno
gentile, aveva definito la mia espressione insolente, e il giornale locale, il Journal News, si era
spinto anche oltre: A giudicare dal volto di pietra, implacabile, di Eva Khatchadourian, sembra che
suo figlio non abbia fatto niente di pi grave che intingere la treccia di una compagna nel calamaio.
(Lo ammetto: ero rigida davanti alla corte, strizzavo gli occhi e mi mordevo le labbra; ricordo che mi
ero aggrappata a uno dei tuoi motti da uomini duri: Non permettere che ti vedano sudare. Ma,
Franklin, insolente? Io cercavo solo di non piangere.)
L'effetto era notevole, se hai il gusto del sensazionale, cosa che a quel punto io proprio non
possedevo. Sembrava che qualcuno avesse tagliato la gola alla casa, l'avesse squartata. Un gigantesco
test di Rorschach. Il colore era stato scelto con tanta cura  profondo, ricco, ridondante, con un'ombra
violacea  da sembrare creato per l'occasione. Pensai oziosamente che se per caso i colpevoli si erano
rivolti a un commesso quando avevano comprato lo smalto, forse la polizia sarebbe potuta risalire a
loro.
Ma non sarei mai pi entrata in una stazione di polizia, a meno che non mi avessero costretta.
Indossavo un kimono leggero, quello che mi avevi comprato tu per il nostro primo anniversario,
nel 1980. Andava bene solo d'estate, ma era l'unico modo per sentire il tuo abbraccio, perci non usavo
mai nient'altro. Avevo buttato via un sacco di cose, ma niente di quello che tu mi avevi regalato o che
ti eri lasciato alle spalle. Ammetto che questi talismani erano strazianti. E per questo li tenevo. Quei tizi
boriosi che si occupano di terapia sosterrebbero che i miei armadi strapieni di ricordi non sono
salutari. Mi permetto di dissentire. Al confronto con il dolore umiliante e sporco del pensiero di
Kevin, della vernice, del processo civile e penale, questo dolore  salubre.
Il fatto  che, avvolta nel soffice cotone blu, di fronte all'opera d'arte che i nostri vicini avevano
ritenuto giusto sponsorizzare, sentivo freddo. Era una mattina di maggio, ma l'aria era pungente, il
vento sferzante. Prima di scoprire il contrario sulla mia pelle, avevo immaginato che nel periodo
immediatamente successivo a una tragedia, i piccoli inconvenienti della vita svanissero. Ma non  cos.
Senti ancora il freddo, ti disperi ancora quando le poste ti perdono un pacco, e ti irriti ancora quando ti
accorgi che ti hanno dato meno resto da Starbucks. Potrebbe sembrare, date le circostanze, un po'
imbarazzante per me continuare ad avere bisogno di un maglione o di un paio di guanti, o protestare
perch mi hanno fregato un dollaro e cinquantacinque centesimi, ma siccome da quel gioved la mia
vita si  appiattita sotto una coltre di imbarazzo, ho scelto di considerare queste seccature passeggere
come un piacere, gli ultimi emblemi dell'istinto di sopravvivenza. Quando sono vestita in maniera
inadeguata per la stagione o mi irrito perch in un Wal-Mart grande come un mercato di bestiame non
riesco a localizzare una scatola di fiammiferi da cucina, mi beo di questa insolita normalit.
Nel ritornare verso l'ingresso laterale, mi domandai come fosse possibile che una banda di
vandali avesse assaltato l'edificio in modo cos meticoloso mentre io dormivo ignara di tutto. Diedi la
colpa alla massiccia dose di tranquillanti che prendevo ogni notte (per favore, Franklin, non dire niente,
lo so che non approvi), finch non realizzai che stavo immaginando la scena in modo del tutto
sbagliato. Era passato un mese, non un giorno. Niente grida di scherno, urla, maschere da sci e fucili a
canne mozze. Si erano avvicinati furtivamente, unico rumore i ramoscelli spezzati sotto i piedi, poi il
tonfo attutito quando il fiotto della prima latta aveva colpito il mogano lucido della porta, il calmo
sciacquio della vernice che scivolava sui vetri, il leggero ticchettio degli spruzzi, non pi rumorosi
della pioggia. La casa non era stata oltraggiata con i colori abbaglianti delle bombolette spray, ma
seppellita sotto un odio denso, spesso e saporito come una salsa francese.
Tu avresti insistito perch chiamassi una ditta per ripulire la facciata. Ti ha sempre affascinato
la mania tutta americana per la specializzazione: un professionista per qualsiasi esigenza. A volte
sfogliavi le pagine gialle per puro divertimento. Sverniciatore: smalto cremisi. Ma i giornali avevano
tanto ripetuto quanto fossimo ricchi, quanto Kevin fosse viziato. Non volevo dare a Gladstone la
soddisfazione di sogghignare e dire: Guardate, le basta pagare e qualcuno arriva a ripulire il casino;
come ha fatto con quei costosi avvocati.
No, volevo che mi guardassero, giorno dopo giorno a grattare i vetri con le mie mani, a
raschiare i mattoni con la sabbiatrice a noleggio. Una sera scorsi il mio riflesso dopo una giornata di
lavoro  i vestiti impiastricciati, le unghie rotte, i capelli inzaccherati  e fremetti. Gi un'altra volta
avevo avuto quell'aspetto.
Alcune fessure sopra la porta forse brillano ancora della vernice rossa; in fondo, tra i mattoni
finto-antico, in alto, nei punti in cui non sono riuscita ad arrivare con la scala. Non lo so. Vendetti la
casa. Dopo il processo civile, dovevo assolutamente farlo.
Mi sarei aspettata di incontrare delle difficolt a liberarmi della propriet, temevo che i
compratori superstiziosi si tirassero indietro appena saputo a chi apparteneva. Ma ancora una volta le
mie perplessit dimostrarono quanto sia incapace di comprendere il nostro paese. Una volta tu mi
accusasti di rivolgere la mia curiosit solo verso le merdose citt del terzo mondo, mentre avevo
sotto gli occhi il pi straordinario impero della storia dell'umanit. Avevi ragione, Franklin, nessun
posto  come la tua casa.
Appena misi in vendita la propriet, arrivarono richieste a fiotti. Non perch gli acquirenti non
sapessero, al contrario. Ottenni una cifra molto superiore rispetto al valore dell'immobile: pi di tre
milioni di dollari. Nella mia ingenuit, non avevo afferrato che la notoriet della casa era il suo punto di
forza. A quanto pare le coppie che venivano a visitarla, mentre rovistavano nella dispensa, si
immaginavano il successo che avrebbero ottenuto alla festa di inaugurazione.
Tin tin. Ascoltate, gente, vorrei proporre un brindisi, ma prima non crederete mai da chi
abbiamo comprato questa casa. Pronti? Eva Khatchadourian...  un nome familiare? Potete
scommetterci. Dove ci siamo trasferiti? A Gladstone!... S, quei Khatchadourian. Pete, quanti
Khatchadourian conosci? Cristo, amico, sei un po' lento.
...Esatto, Kevin. Grande, eh? Mio figlio Lawrence dorme nella sua stanza. L'altra sera ci ha
provato, ha detto che doveva rimanere sveglio con me a guardare Henry: ritratto di un serial killer
perch la sua stanza era infestata da Kevin Ketchup. Ho dovuto deludere il ragazzino. Mi
dispiace, ma Kevin Ketchup non pu infestare la tua stanza, visto che quel piccolo bastardo  fin
troppo vivo, sta in un carcere minorile da qualche parte qui a nord. Se fosse dipeso da me, amici, quel
sacco di merda si sarebbe beccato la sedia elettrica... No, non  stato terribile come a Columbine.
Quanti erano, dieci, tesoro? Nove, giusto, sette ragazzi e due adulti. L'insegnante che ha colpito era
l'idolo di quel bastardo. Io non ci sto a dare la colpa ai video o alla musica rock. Noi siamo cresciuti
con il rock, no? A nessuno di noi  venuto in mente di fare fuori i compagni di scuola. Oh, prendete
Lawrence. Al ragazzino piace la televisione sanguinaria, e non importa quanto sia cruda, non batte
ciglio. Ma quando gli  morto il coniglio, ha pianto per una settimana. Loro sanno la differenza.
Lo stiamo crescendo in modo che riconosca quello che  giusto. Forse potr sembrarvi
scorretto, ma secondo me bisogna farsi qualche domanda sui genitori del ragazzo.
Eva
15 novembre 2000
Caro Franklin,
sai, cerco di essere cortese. Perci quando le mie colleghe  proprio cos, lavoro in un'agenzia
di viaggi a Nyack, che tu ci creda o no, e ne sono felice  cominciano a schiumare per il numero
sproporzionato di voti che Pat Buchanan ha preso a Palm Beach, attendo con calma che finiscano, tanto
che per loro sono diventata una merce rara: sono l'unica in tutto l'ufficio che permette agli altri di
terminare le frasi. L'atmosfera di questo paese all'improvviso  diventata carnevalesca, la gente
afferma con entusiasmo le proprie opinioni, ma io non mi sento invitata alla festa. Non mi importa chi
sar il prossimo presidente.
Riesco a vedere in modo ancora troppo vivido le immagini di questa settimana attraverso le
lenti del mio privato se solo. Io avrei votato per Gore, tu per Bush. Ci saremmo scaldati parecchio
prima delle elezioni, ma questo... oh, sarebbe stato magnifico. Chiassoso, stridente, pugni alzati e porte
che sbattono, io che recito estratti del New York Times, tu che sottolinei furiosamente gli articoli di
approfondimento del Wall Street Journal. Quanto mi manca quando ci scaldavamo per quelle
bagattelle.
Forse non sono stata del tutto sincera quando, all'inizio della mia lettera precedente, ho
sostenuto che nelle chiacchierate alla fine della giornata ti confidavo tutto. Al contrario, una delle cose
che mi spinge a scriverti  che la mia mente trabocca di tutte le piccole storie che non ti ho mai
raccontato.
Non pensare che mi sia goduta quei segreti. Mi hanno intrappolata, si sono affollati dentro di
me, e in un passato lontano non c'era niente al mondo che mi piacesse di pi che riversare su di te il
contenuto del mio cuore. Ma, Franklin, tu non volevi ascoltare. Sono sicura che continui a non volermi
ascoltare. E forse allora avrei dovuto impegnarmi di pi per costringerti a farlo, ma molto presto ci
assestammo su due sponde opposte. Molte delle coppie che bisticciano sono separate da qualcosa di
informe, una sorta di confine, un'astrazione; una vecchia storia, un rancore che aleggia, una forza
distruttiva impercettibile che vive di vita propria: un filo di ragnatela.
Nostro figlio. Che non  un raccontino, ma una lunga storia. E nonostante l'istinto mi dica di
continuare a mentire, resister. Devo tornare indietro. Molte storie prendono forma prima del loro
inizio.
Cosa si  impossessato di noi? Eravamo cos felici! Perch, allora, abbiamo puntato tutto quello
che avevamo, abbiamo giocato d'azzardo, accettato l'assurda scommessa di fare un figlio? Ovviamente
tu considererai blasfemo il fatto stesso che io ti ponga questa domanda. Gli sterili hanno il diritto di
disprezzare ci che non possono avere, ma  contro le regole  vero?  mettere al mondo un bambino e
vivere in parte quella vita parallela, che hai bandito, in cui non hai avuto figli. Ma una perversit da
Pandora mi spinge ad alzare il coperchio su ci che  proibito. Io sono dotata di immaginazione, e mi
piace osare. Sapevo anche questo di me: sono quel genere di donna capace, per quanto sia spaventoso,
di pentirsi anche di un evento irreversibile come l'aver dato alla luce un altro essere vivente. Ma del
resto, per Kevin l'esistenza umana non  un dato irreversibile, no?
Mi dispiace, ma non puoi aspettarti che eviti l'argomento. Potr anche non sapere come
chiamare quel gioved. L'atrocit, sembra strappato da un giornale, l'incidente,  una tale
semplificazione da scivolare nell'osceno, e il giorno in cui nostro figlio ha compiuto un omicidio di
massa  troppo lungo, non credi? Ma io lo citer. Io mi sveglio con quello che ha fatto ogni mattina, e
ci vado a letto ogni sera. Per me  lo squallido surrogato di un marito.
Perci mi sono torturata il cervello, ho cercato di ricostruire quei pochi mesi del 1982 quando
decidemmo ufficialmente. Vivevamo ancora nel mio piccolo loft a Tribeca, circondati da maliziosi
omosessuali, artisti senza radici  che tu definivi con deplorazione auto-indulgenti  e coppie di
professionisti disimpegnati che cenavano tutte le sere al Tex-Mex e si aggiravano per il Limelight fino
alle tre del mattino. I bambini in quel quartiere erano pi o meno come il gufo maculato o qualche altra
specie in via d'estinzione, perci mi sorprende che avessimo preso una decisione cos pomposa e
astratta. Dio ci perdoni, ci ponemmo persino una scadenza  ad agosto avrei compiuto trentasette anni 
perch non volevamo che nostro figlio vivesse ancora con noi quando avremmo avuto sessant'anni.
Sessant'anni! A quei tempi era un'et teorica, come teorica era l'idea di avere un figlio. Eppure
tra cinque anni entrer in quel territorio straniero, e non ci sar bisogno di cerimonie, sar come
prendere un autobus. Il salto temporale avvenne nel 1999, sebbene mi accorgessi ancora di invecchiare
pi nel volto della gente che nello specchio. Quando lo scorso gennaio rinnovai la patente, per esempio,
l'impiegato non fu affatto sorpreso di vedere che avevo cinquantaquattro anni, e, come ti ricorderai, da
questo punto di vista un tempo ero piuttosto viziata, abituata ormai a sentirmi dire che dimostravo
almeno dieci anni di meno. A un tratto i complimenti cessarono di colpo. Poco dopo il gioved mi
capit una cosa davvero imbarazzante: un impiegato della metropolitana di Manhattan mi fece notare
che gli over sessantacinque potevano viaggiare con lo sconto.
Eravamo d'accordo che la scelta di diventare genitori sarebbe stata la decisione pi importante
della nostra vita di coppia. Eppure l'effettiva gravit di quel passo fece in modo che non ci apparisse
mai davvero reale, rimaneva sempre una sorta di bizzarra fantasia.
Rammento una sfilza di discussioni che si susseguirono in quel periodo, in apparenza senza
costrutto, portandoci dall'attrazione alla repulsione.
La conversazione pi determinante tra tutte deve essere stata quella dopo una domenica a
pranzo con Brian e Louise, sulla Riverside Drive.
Avevano smesso di invitare gli amici a cena, perch di solito le serate finivano con una
discriminazione: uno dei due giocava a fare il grande con i calamatas e il cabernet, l'altro accerchiava
le bambine sfrenate, le lavava e le metteva a letto. Io ho sempre preferito socializzare di notte: si 
istintivamente pi impudichi, anche se certo l'impudicizia non era pi una qualit che avrei associato
con quell'affettuoso e accasato sceneggiatore che si faceva la pasta in casa e annaffiava il prezzemolo
sul davanzale.
Sull'ascensore ti dissi con meraviglia: Ed era un cocainomane.
Sembra che ti dispiaccia che abbia smesso mi facesti notare.
Oh, sono sicura che ora  pi felice.
Non ne ero affatto sicura. A quei tempi credevo ancora che la moralit fosse una cosa sospetta.
In effetti, avevamo passato un pomeriggio davvero piacevole, e questo mi aveva sconcertato. Avevo
ammirato i robusti mobili in quercia della sala da pranzo, comprati per corrispondenza in un negozio
del nord, mentre tu ti sottomettevi, con una pazienza che mi eccit da morire, all'inventario completo
delle Barbie della bambina pi piccola.
Anni prima avevamo stabilito che tu e Brian non avreste mai superato i contrasti riguardo a
Ronald Reagan: per te un'icona dal buon umore, dalla parlata schietta e un'ingenuit fisica che aveva
restituito l'orgoglio alla nazione; per Brian una figura di minacciosa idiozia che avrebbe portato il
paese alla bancarotta con i suoi tagli alle tasse a favore dei ricchi. Perci rimanevamo su argomenti
sicuri, mentre ascoltavamo Ebony and Ivory a un volume da persone adulte e io nascondevo il fastidio
per le ragazzine che cantavano stonate e rimettevano sempre lo stesso motivo.
I contrasti erano stati smussati in maniera disarmante. Brian aveva un debole per Israele, e io fui
tentata di buttare l una parola sui nazi-giudei e provocare un'esplosione in mezzo a quell'affabile
compagnia. Invece, gli domandai del soggetto della sua nuova sceneggiatura, ma non ricevetti mai una
risposta adeguata perch la bambina pi grande si appiccic la gomma da masticare tra i capelli biondi
da Barbie. Part l'affannosa ricerca di un solvente, cui Brian pose fine facendo saltare la serratura
dell'armadietto con un tronchese, cosa che sconvolse un po' Louise. Ma questo fu l'unico momento di
scompiglio del pomeriggio, e nessuno bevve troppo o si offese; la casa era carina, la tavola era carina,
le bambine erano carine: carino, carino, carino.
Mi sconcert il fatto di trovare fastidioso un pranzo piacevole con delle persone assolutamente
piacevoli. Perch avrei preferito una lite? Quelle due ragazzine non erano stupende? Allora che
importava se continuavano a interrompere, senza permettermi di completare un solo pensiero? Non ero
sposata con un uomo che amavo? Allora perch qualcosa di malvagio dentro di me mi fece augurare
che Brian mi infilasse la mano sotto la gonna quando lo aiutai a prendere il gelato Hagen-Dazs in
cucina? Ripensandoci, avrei dovuto prendermi a calci da sola. Solo pochi anni dopo, avrei pagato per
una riunione di famiglia serena, rilassata, durante la quale il peggio che i bambini potessero fare era
appiccicarsi la gomma da masticare nei capelli.
Tu, comunque, appena arrivammo nell'atrio, annunciasti, in tono roboante:  stato fantastico.
Penso che siano tutti e due eccezionali. Dobbiamo assolutamente invitarli da noi presto, se riescono a
trovare una baby-sitter.
Mi morsicai le labbra. Non avresti accettato che facessi le pulci ai nostri amici, che ti dicessi
che secondo me il pranzo era stato un po' insipido, che avevo trovato deprimente quella routine da La
casa nella prateria, dopo che Brian era stato per anni un piantagrane.  probabile che tu ti sentissi
esattamente come me, che quell'incontro all'apparenza ben riuscito fosse parso triste e incolore anche a
te, ma invece di aspirare a un altro modello, ti rifugiasti nella negazione. Erano brave persone, ed erano
state gentili con noi, perci avevamo passato una bella giornata.
Tu consideravi la redenzione come un atto della volont. Denigravi la gente (la gente come me)
che aveva un certo ostinato distacco, perch secondo te non riuscire a gioire del semplice incanto di
essere vivi tradiva una debolezza di carattere. Hai sempre disprezzato le persone difficili nel mangiare,
gli ipocondriaci, gli snob che storcono il naso davanti a Voglia di tenerezza solo perch  popolare.
Bella mangiata, bel posto, bella gente: cosa si pu desiderare di pi? Comunque, la bella vita non bussa
alla porta. La gioia  un duro lavoro. Perci bastava darsi da fare, auto-convincersi di aver passato una
bella giornata con Brian e Louise perch fosse davvero cos. Ma il tuo eccessivo entusiasmo tradiva il
fatto che anche per te quel pomeriggio era stato faticoso.
Sono sicura che la mia inquietudine, mentre uscivamo dalle porte girevoli sulla Riverside Drive,
era informe e passeggera. Pi tardi quei pensieri sarebbero tornati a tormentarmi, anche se non avrei
mai potuto prevedere che il tuo tentativo di costringere una vita senza regole, deforme, in una scatola
ordinata, come qualcuno che cerca di infilare un intrico di rami trasportati dalla corrente dentro una
Samsonite rigida, avrebbe prodotto conseguenze tanto devastanti.
Ti proposi di tornare a casa a piedi.
Saranno almeno dieci chilometri fino a Tribeca obiettasti.
Prendi un taxi per poi saltare 7.500 volte la corda davanti alla partita degli Knicks, ma una
passeggiata che ti porti dove devi andare  troppo stancante.
Cavolo, s. Ogni cosa al posto giusto. Se limitato agli esercizi ginnici o al modo impeccabile
in cui piegavi le camicie, il tuo sistema era delizioso, ma in un contesto pi serio, Franklin, io ne ero
meno affascinata. Norme troppo rigide con il tempo scivolano nel conformismo.
Perci minacciai di tornare a casa a piedi da sola, e ottenni ci che volevo; sarei partita per la
Svezia tre giorni dopo, e tu eri avido della mia compagnia. Percorremmo il marciapiede ed entrammo
nel Riverside Park, dove i ginkgo erano in fiore, e i prati pullulavano di anoressiche che praticavano il
tai chi chuan. Non vedevo l'ora di allontanarmi dalla casa dei nostri amici, perci inciampai.
Sei ubriaca.
Due bicchieri!
Scuotesti il capo. A mezzogiorno.
Ne avrei potuti bere tre dissi, in tono tagliente. Tutti i tuoi piaceri erano misurati, eccetto la
televisione. Speravo che ogni tanto ti lasciassi andare, come facevi nei giorni del corteggiamento,
quando arrivavi davanti alla porta di casa mia con due bottiglie di pinot nero, un cartone da sei di St.
Pauli Girl, e uno sguardo lascivo che non avresti perso finch non saremmo crollati.
Le bambine di Brian, iniziai in tono formale ti hanno fatto venire voglia di avere figli?
F-f-forse. Sono carine. Anche se non sono stato io a dover accontentare le bestioline quando
volevano i cracker, i puffi e cinque milioni di bicchieri d'acqua.
Capii. Queste nostre chiacchierate vivevano su delle strategie di gioco, e la tua mossa d'apertura
era ambigua. Di solito uno dei due si calava nel ruolo di chi denigrava l'idea di diventare genitori, e io
avevo fatto piovere sulla parata nella precedente sessione: un figlio era rumoroso, casinista, limitante e
ingrato. Questa volta mi toccava il ruolo pi audace: Almeno, se rimanessi incinta, succederebbe
qualcosa.
Ovvio dicesti in tono asciutto. Avresti un bambino.
Ti trascinai fuori dal sentiero, verso il fiume. Mi piacerebbe l'idea di voltare pagina.
Non l'hai dato a vedere.
Cio, siamo felici? Non trovi?
Certo confermasti, con cautela. Penso di s. Per te, il nostro appagamento non avrebbe retto
a un esame minuzioso: temevi che fosse un uccello instabile, facile da spaventare, e che se uno di noi
due avesse gridato Guarda che bel cigno!, sarebbe scappato via.
Be', forse siamo troppo felici.
Gi, volevo proprio parlarti di questo. Mi piacerebbe proprio che mi rendessi un po' pi
disperato.
Smettila. Sto parlando della nostra storia. Nelle fiabe l'ultima frase  sempre: E vissero felici e
contenti.
Fammi un favore: scendi al mio livello.
Oh, sapevi perfettamente cosa intendevo dire. Non che la felicit  stupida, solo non dice tutto.
E uno dei nostri diversivi con il passare degli anni diventa recitare, non solo per gli altri, ma anche per
noi stessi, la nostra storia. Avrei dovuto saperlo: tutti i giorni fuggo dal mio passato, ma lui mi segue
come un fedele randagio. Perci quello che mi distingue da quando ero giovane  che ora le persone
che hanno una storia semplice, o non hanno alcuna storia, mi sembrano le pi fortunate.
Rallentammo accanto ai campi da tennis, sotto uno splendido sole d'aprile, ci fermammo ad
ammirare, attraverso un buco nella rete di recinzione verde, un rovescio tagliato. Sembra tutto cos
ordinato mi lamentai. La A Wing and a Prayer  decollata, perci l'unica cosa che mi pu davvero
succedere dal punto di vista professionale  che la compagnia finisca a gambe all'aria. Potrei sempre
guadagnare di pi, ma sono un'appassionata di negozi da quattro soldi, non so che farmene del denaro.
I soldi mi annoiano, e il nostro modo di vivere si sta trasformando in qualcosa con cui non mi sento del
tutto a mio agio. Un sacco di gente non fa figli perch non se lo pu permettere. Per me, sarebbe un
sollievo trovare qualcosa di importante per cui spendere i soldi.
Io non sono importante?
Le tue necessit sono limitate.
Be', ammettesti almeno un figlio sarebbe la risposta alla Grande Domanda.
Anche io ero capace di essere perversa. Quale Grande Domanda?
Lo sai, dicesti allegro, e continuasti con un tono da presentatore il vecchio dilemma
dell'esistenza.
Io non capii esattamente il perch, ma la tua Grande Domanda mi lasci indifferente. Preferivo
di gran lunga il mio voltare pagina. Potrei sempre andarmene in giro in un paese nuovo...
Te ne restano? Tu cambi nazione come la gente cambia i calzini.
Russia ti feci notare. Ma per una volta non sto minacciando di riscattare la mia vita grazie
alla Aeroflot. Perch ultimamente... tutti i posti mi sembrano la stessa cosa. Ogni paese ha il suo cibo,
ma tutti mangiano, capisci cosa intendo?
Com' che le chiami tu? Giusto! Sciocchezze.
Vedi, in quel periodo, se mi avvicinavo a qualcosa di complicato o di troppo sottile, avevi
l'abitudine di fingere di non capire di cosa stessi parlando. Pi tardi questa strategia di giocare a fare lo
stupido, che era cominciata come uno scherzo gentile, degener in una pi cupa incapacit di afferrare
le mie intenzioni, e non perch i miei discorsi fossero astrusi, ma perch erano assolutamente chiari, e
tu non volevi che lo fossero.
Permettimi allora di darti qualche delucidazione: in ogni paese il clima  diverso, ma tutti i
paesi hanno un clima, un'architettura, una diversa opinione sui rutti dopo cena: c' chi li trova
lusinghieri e chi li trova volgari. Pertanto, cominci a interessarmi sempre meno il particolare che per
entrare in una casa marocchina si dovessero togliere le scarpe, e sempre di pi la costante per cui,
ovunque fossi, la cultura di quel paese avrebbe avuto un'usanza riguardo alle scarpe. Mi sembrava
assurdo sottoporsi a tutti quei disagi  il controllo bagagli, i diversi fusi orari  per poi finire inchiodata
alla vecchia routine scarpe-clima; la routine stessa era diventata un luogo di per s: pertanto io atterravo
sempre nello stesso posto. Sebbene ogni tanto mi lamentassi della globalizzazione  potevo comprarti
le tue Brogan color cioccolato nel negozio Banana Republic di Bangkok  quello che era davvero
diventato monotono era il mondo dentro la mia testa, quello che pensavo, quello che sentivo e quello
che dicevo. L'unico modo per ottenere che la mia testa andasse davvero altrove sarebbe stato viaggiare
verso una vita diversa, e non un aeroporto diverso.
Maternit riassunsi al parco. Questo s che  un paese straniero.
In quelle rare occasioni in cui sembrava che volessi davvero farlo, tu diventavi nervoso.
Dovresti sentirti appagata dal tuo successo dicesti. Quanto a me, cercare le location per i clienti
dell'agenzia pubblicitaria Madison Avenue non mi ha mai procurato un orgasmo.
Va bene. Mi fermai, mi appoggiai alla ringhiera di legno caldo che cinta l'Hudson e allargai
le braccia su entrambi i lati per affrontarti in modo diretto. Che cosa succeder, allora? A te, dal punto
di vista professionale? Quali sono le nostre speranze?
Dondolasti il capo e mi cercasti il viso. Ebbi l'impressione che ti fosse chiaro che non intendevo
mettere in dubbio i tuoi risultati professionali o l'importanza del tuo lavoro. Si trattava di qualcosa
d'altro. Be', potrei cercare di lavorare nel cinema.
Ma hai sempre detto che  lo stesso lavoro: tu trovi la tela, qualcun altro ci dipinge la scena. E
la pubblicit paga meglio.
Sono sposato con la signora Saccodisoldi, i guadagni non contano.
Per te contano. Il tuo atteggiamento maturo riguardo al fatto che io guadagnavo molto pi di
te aveva i suoi limiti.
Pensavo di provare qualcos'altro insieme.
Cosa? Manderesti tutto in fumo solo per aprire un ristorante?
Sorridesti. Queste cose non funzionano mai.
Esatto. Tu sei troppo pratico. Magari farai qualcosa di diverso, ma con tutta probabilit
rimarrai nello stesso ramo.
Dato che i newyorchesi sono cos determinati, ti saresti potuto sentire insultato perch non ti
consideravo ambizioso. Ma una delle cose in cui dimostravi la tua praticit era il rapporto con te stesso:
non coglievi mai le offese. Eri ambizioso, ma nella vita di tutti i giorni, non riguardo a una particolare
realizzazione. Come molte persone che non hanno ricevuto la chiamata in et giovanile, tu ponevi il
lavoro in secondo piano; qualsiasi occupazione ti avrebbe riempito la giornata, ma non il cuore. Mi
piaceva questo di te. Mi piaceva enormemente.
Riprendemmo a camminare, io ti presi la mano e la dondolai. I nostri genitori moriranno
presto ricominciai. In verit, uno per uno tutti quelli che conosciamo inizieranno ad abbandonare le
spoglie mortali. Invecchieremo, e a un certo punto saranno pi gli amici che perderemo di quelli che
troveremo. Certo, potremo andare in vacanza, arrenderci finalmente alle valige con le ruote. Potremo
mangiare di pi, bere di pi e fare pi sesso. Ma  e non prenderla male  ho paura che ci stancheremo
un po' di tutto questo.
A uno di noi potrebbe sempre venire il cancro al pancreas mi dicesti in tono affabile.
Gi. Oppure precipitare con il pick-up in una vasca di cemento. Ma  questo il punto: in
qualsiasi modo pensi al nostro futuro, lo vedo terribile.
Mi baciasti i capelli. Un pensiero piuttosto morboso per una cos bella giornata.
Facemmo qualche passo, legati in un mezzo abbraccio, ma non trovavamo il ritmo giusto; optai
per agganciare il passante della tua cintura con il dito indice. Hai presente l'espressione in dolce
attesa?  perfetta. La nascita di un bambino, sempre che vada tutto bene,  qualcosa da aspettare con
impazienza.  una bella cosa, un evento importante, grande, buono. E da quel momento in poi, tutte le
belle cose che capitano ai tuoi figli, capitano anche a te. I primi passi, il primo appuntamento, il primo
posto alla corsa dei sacchi. Sono ragazzini, poi si diplomano, si sposano e fanno a loro volta dei figli: in
un certo senso, rivivi tutto una seconda volta. Anche se i nostri figli avessero dei problemi, continuai,
come un'idiota almeno non sarebbero i nostri stessi vecchi problemi...
Basta, raccontare questo dialogo mi sta solo spezzando il cuore.
Se mi guardo indietro, forse quando affermavo di volere una storia in pi da raccontare era
un modo per dire che desideravo qualcun altro da amare. Non abbiamo mai detto una cosa del genere in
modo esplicito; eravamo troppo timidi. E mi rendeva nervosa qualsiasi accenno all'idea che tu non mi
bastassi. A dire il vero, ora che siamo separati, rimpiango di non aver messo da parte la mia timidezza e
di non averti detto pi spesso che innamorarmi di te era stata la cosa pi straordinaria che mi fosse mai
capitata. Ogni giorno che passavamo divisi, io immaginavo il tuo torace: i tuoi pettorali muscolosi e
scolpiti dai cento sollevamenti quotidiani, su cui potevo appoggiare la testa in quelle splendide mattine
quando non dovevo prendere un aereo. A volte avevo l'impressione che mi chiamassi per nome da
dietro un angolo  Ee-VA!  spesso in tono irascibile, brusco, severo, mi richiamavi perch ero tua,
come un cane, Franklin! Ma io ero davvero tua, e non me la prendevo, e desideravo quel richiamo:
Eeeeeeeeeee-VA!, sempre con l'accento sulla seconda sillaba, e c'erano sere in cui non riuscivo a
rispondere, perch avevo un nodo alla gola. Dovevo smetterla di tagliare le mele per la torta perch mi
si era formata una pellicola sugli occhi e la cucina era diventata tutta liquida e sfocata e se fossi andata
avanti ad affettare, mi sarei ferita.
Non ti ho mai, mai dato per scontato. Ci siamo incontrati troppo tardi perch lo facessi; avevo
quasi trentatr anni allora, e il mio passato senza di te era troppo desolato e sgradevole perch potessi
considerare come una cosa da nulla il miracolo di una relazione. Ma dopo essere sopravvissuta cos a
lungo con gli avanzi della tavola dei sentimenti, tu mi viziasti con un banchetto quotidiano di
complicit, mazzi di fiori e biglietti sul frigorifero con scritto soltanto XXXXX, Franklin. Mi rendesti
avida. Come qualsiasi tossicodipendente ha bisogno della sua droga, io volevo sempre di pi.
Ed ero curiosa. Mi chiedevo come mi sarei sentita quando una voce acuta avrebbe chiamato
Maaaaaa-MA! da dietro lo stesso angolo. Sei stato tu a dare l'avvio  come qualcuno che ti regala un
elefante di ebano intagliato, e subito ti viene l'idea che sarebbe bello iniziare una collezione.
Eva
P.S. (3.40)
Sto cercando di ridurre i sonniferi, se non altro perch so che tu ne disapproveresti l'uso. Ma
senza le pillole continuo ad agitarmi. Domani al lavoro sar uno straccio, ma volevo buttare gi un
altro ricordo di quel periodo.
Rammenti quando mangiammo i frutti di mare nel loft con Eileen e Belmont? Quella sera s che
fu sensuale. Persino tu gettasti al vento la tua prudenza e barcollasti per andare a prendere il brandy al
lampone alle due del mattino. Senza interruzioni per ammirare il vestito di qualche bambola, senza
domani si va a scuola, ci rimpinzammo di frutta e sorbetto, e ci riempimmo di racconti, senza
moderazione, nell'orgia di eterna adolescenza caratteristica delle persone di mezza et senza figli.
Parlammo tutti quanti dei nostri genitori, temo in termini non molto lusinghieri. Mettemmo in
piedi una competizione non ufficiale: quali erano i genitori pi matti. Tu eri svantaggiato; i tuoi
genitori, il loro puro stoicismo del New England, erano difficili da parodiare. Per contro, le ingegnose
macchinazioni di mia madre per evitare di lasciare la casa procuravano grande ilarit.
Nessuno di noi due per poteva competere con il vaudeville interrazziale dei bohmien della
porta accanto. La madre di Eileen era schizofrenica, suo padre un baro professionista; la mamma di
Belmont era una ex prostituta che si vestiva ancora come Betty Davis in Cos' successo a Baby Jane? e
suo padre era un batterista jazz quasi famoso che aveva suonato con Dizzy Gillespie. Avevo la
sensazione che avessero gi raccontato mille volte queste storie, ma la conseguenza era che le
raccontavano davvero bene, e dopo tutto lo chardonnay con cui avevamo annaffiato quel banchetto a
base di granchi, io piansi dal ridere. A un certo punto cercai di piegare la conversazione verso quella
decisione mostruosa che tu e io stavamo cercando di prendere, ma Eileen e Belmont avevano almeno
dieci anni di pi, e non ero sicura che avessero scelto di non avere figli; sollevare la questione avrebbe
potuto essere scortese.
Non se ne andarono prima delle quattro del mattino. E non c' ombra di dubbio: in
quell'occasione io passai davvero una bella serata. Fu una di quelle rare volte in cui era valsa la pena
precipitarsi al mercato del pesce e lavare tutti quei frutti di mare. Non mi dispiacque neppure dover
pulire la cucina, cosparsa di farina e appiccicosa di bucce di mango. Ero un po' depressa perch la
serata era finita, ero leggermente appesantita dal troppo alcol, i cui effetti gioiosi ora andavano
scomparendo, e mi lasciavano solo una certa instabilit e l'impossibilit di mettere a fuoco gli oggetti,
che mi costringeva a concentrarmi al massimo per non rovesciare i bicchieri del vino. Ma non era
questo che mi addolorava.
Sei silenziosa notasti, mentre impilavi i piatti. Ti senti stanca?
Succhiai una chela di granchio che era rimasta nella casseruola. Abbiamo passato, quanto,
cinque, sei ore a parlare dei nostri genitori.
Allora? Se ti senti in colpa perch hai sparlato di tua madre, dovrai pagare pegno fino al 2025.
 uno dei tuoi sport preferiti.
Lo so.  questo che mi secca.
Non pu sentirti. E nessuno attorno a quel tavolo ha pensato che dato che la trovi divertente
non la consideri anche tragica. O che tu non le voglia bene. Aggiungesti: A modo tuo.
Ma quando morir non saremo... non sar capace di andare avanti cos. Non potr essere cos
caustica, non senza sentire di tradirla.
Allora metti quella povera donna alla berlina finch puoi.
Ma  normale parlare per ore dei genitori a questa et?
Qual  il problema? Hai riso cos tanto che te la sei quasi fatta addosso.
Dopo che se ne sono andati mi  rimasta questa immagine: noi quattro, tutti ottantenni, con le
macchie della vecchiaia sulla pelle, ancora l a sbevazzare e a raccontare le stesse storielle. Magari con
un'ombra in pi di affetto o di rimpianto, ma ancora a parlare di quanto erano terribili la mamma e
pap. Non  un po' patetico?
Preferiresti angosciarti su El Salvador?
Non  che...
...o propinarci un po' della tua cultura da dopo cena: i belgi sono volgari, i tailandesi
disapprovano i palpeggiamenti in pubblico e i tedeschi sono ossessionati dalla merda.
Il velo di amarezza che copriva il tuo sarcasmo con il tempo era cresciuto a dismisura. Le mie
pepite di antropologia, conquistate con tanta fatica, a quanto pareva fungevano da memento del fatto
che io mi ero dedicata a qualche avventura all'estero, mentre tu esploravi le periferie del New Jersey in
cerca di un garage diroccato per la pubblicit del Black and Decker. Avrei potuto risponderti in tono
secco che mi dispiaceva che i miei racconti di viaggio ti annoiassero, ma tu dopo tutto mi stavi solo
prendendo in giro, era tardi, e io non ero dell'umore giusto per litigare.
Non essere stupido ti dissi. Sono come tutti gli altri: mi piace parlare dell'altra gente. Della
gente, non dei popoli. Gente che conosco, persone che mi sono vicine, persone che mi fanno impazzire.
Ma mi sento come se stessi usando i miei familiari. Mio padre  stato ucciso prima che io nascessi; un
fratello e una mamma rappresentano un magro bottino. Onestamente, Franklin, forse dovremmo fare un
figlio solo per avere qualcos'altro di cui parlare.
Questo s, e buttasti la padella degli spinaci nel lavandino che  un motivo frivolo.
Ti fermai la mano. Non lo . Quello di cui parliamo  quello a cui pensiamo, riguarda la nostra
esistenza. Io non sono sicura di voler passare la vita a guardare solo la generazione che ci ha preceduti,
e a cui, in prima persona, sto contribuendo a troncare la progenie. C' un che di nichilista nella scelta di
non avere figli, Franklin. Come se non credessimo nel genere umano. Se tutti quanti seguissero il
nostro esempio, la specie si estinguerebbe in un centinaio di anni.
Smettila mi dicesti in tono scherzoso. Nessuno fa figli per perpetuare la specie.
Forse non consciamente. Ma  solo dal 1960 che ci  data la possibilit di decidere senza dover
entrare in convento. Comunque, dopo notti come questa, per equit, mi sento obbligata ad allevare dei
figli che poi parleranno per ore di me con i loro amici.
Oh, quanto ci nascondevamo! Perch la prospettiva di un'indagine di questo genere mi attirava.
La mamma non era carina? La mamma non era coraggiosa? Cavolo,  stata in tutti quei paesi
spaventosi da sola! Da questi scampoli di riflessioni dei miei figli, sarebbe trapelata una reale
adorazione, cosa del tutto assente nel modo in cui io sezionavo la mia, di madre. Prova questo: La
mamma non  arrogante? Non ha un naso enorme? E poi, quelle guide di viaggi che tira fuori di
continuo, sono cos noiose! Peggio, la mortifera precisione della ricerca delle colpe da parte dei figli 
facilitata dalla conoscenza, dalla fiducia, dalla scoperta dei desideri, e perci costituisce un doppio
tradimento.
Eppure anche con il senno di poi questo desiderio di qualcosa d'altro di cui parlare mi pare
molto lontano dalla frivolezza.  vero, in principio posso essere stata sedotta dalla gravidanza come
concetto, o da quelle piccole sequenze di immagini, come i trailer dei film: aprire la porta al ragazzo
per cui mia figlia (lo confesso, avevo sempre immaginato una figlia) si  presa la prima cotta,
ammorbidire la sua goffaggine con qualche battuta di spirito ed esprimere una infinit di giudizi dopo
che il ragazzo se ne fosse andato. Il mio desiderio di rimanere alzata fino a tardi con Eileen e Belmont,
per una volta a rimuginare come persone giovani con tutta la vita davanti  con storie nuove, sulle quali
avrei avuto opinioni nuove, e la cui sostanza non sarebbe stata consumata dalla ripetizione  era
davvero reale, non era un capriccio.
Oh, ma non mi sfior mai la mente cosa avrei dovuto dire quando, finalmente, mi sarebbe stato
fornito l'ambito e nuovo argomento di discussione. E ancora meno avrei potuto prevedere il dolore,
l'ironia della sorte (da racconto di O. Henry), per cui con l'avvento del mio nuovo argomento di
conversazione, avrei perso l'uomo con cui, pi che con chiunque altro, desideravo parlare.
28 novembre 2000
Caro Franklin,
questo carnevale in Florida non sembra voler giungere ad una conclusione. L'ufficio  in
subbuglio riguardo a qualche pubblico ufficiale che usa un sacco di make-up, e alcuni dei miei colleghi
pi agitati prevedono una crisi costituzionale. Sebbene io non abbia seguito i dettagli della faccenda,
ne dubito. Quello che mi colpisce quando la gente si insulta a vicenda al bancone della tavola calda,
mentre fino a poco prima mangiava in silenzio, non  quanto si senta in pericolo, ma al sicuro. Solo un
paese che si crede invulnerabile pu permettersi di considerare i disordini politici come una forma di
intrattenimento.
Ma sono pochi gli armeni americani  un popolo che ha quasi conosciuto lo sterminio in un
passato non troppo lontano (lo so che sei stanco di sentirmelo ripetere)  che condividono il
compiaciuto senso di sicurezza dei loro compatrioti. I numeri della mia esistenza sono apocalittici.
Sono nata nell'agosto del 1945, quando le spore di due funghi velenosi ci offrirono, a titolo di monito,
un assaggio dell'inferno. Kevin  nato durante l'ansioso conto alla rovescia per il 1984, un anno molto
temuto, lo ricorderai. Sebbene io deridessi le persone che prendevano alla lettera il titolo del tutto
arbitrario del libro di George Orwell, quelle cifre diedero inizio, per me, a un'era di tirannia. Il gioved
 stato nel 1999, un anno da molti ritenuto l'ultimo prima della fine del mondo. Ma non lo  stato.
Dall'ultima volta in cui ti ho scritto, mi sono aggirata nella soffitta della mia mente, in cerca
degli antichi pregiudizi sulla maternit. Ho richiamato alla memoria un tumulto di paure, sebbene
fossero le paure sbagliate. Se avessi stilato un elenco delle controindicazioni all'essere genitori, la frase
tuo figlio potrebbe diventare un assassino non sarebbe mai comparsa sulla lista. Piuttosto, sarebbe
stato qualcosa di simile a questo:
1. Discussioni
2. Meno tempo per noi due (o meglio, niente tempo per noi due).
3. Altra gente. (Riunioni dell'associazione genitori-insegnanti. Maestra di danza. Gli
insopportabili amici dei bambini e i loro insopportabili genitori.)
4. Trasformarsi in una mucca. (Ero magra, e avrei preferito rimanere tale. A mia cognata sono
venute le vene varicose durante la gravidanza, e non le sono pi andate via. E la prospettiva di avere i
polpacci solcati da linee bluastre mi mortificava pi di quanto non potessi dire. Perci non lo dicevo.
Sono vanitosa, o un tempo lo ero, e una delle mie vanit consisteva nel fingere di non esserlo.)
5. Altruismo innaturale: essere costretti a prendere decisioni per il bene di qualcun altro. (Sono
un maiale.)
6. Riduzione dei miei viaggi. (Nota: riduzione. Non abolizione.)
7. Noia da impazzire. (Trovavo i bambini piccoli brutalmente monotoni. Continuai ad
ammetterlo con me stessa anche al momento cruciale.)
8. Vita sociale di nessun valore. (Non avevo mai avuto una conversazione decente con il figlio
di cinque anni di qualche amica nella stanza.)
9. Declassamento nella scala sociale. (Ero una rispettata imprenditrice. Quando avrei avuto un
poppante tra i piedi, tutti gli uomini che conoscevo  e anche tutte le donne, e questo  deprimente  mi
avrebbero preso meno sul serio.)
Eppure, mentre rifletto su quella lista, mi colpisce il fatto che, per quanto opprimenti, le
classiche remore sul diventare genitori riguardano problemi pratici. Dopotutto, ora che i figli non
dissodano il terreno di famiglia e non si prendono cura di te quando diventi incontinente, non c'
alcuna ragione di averli, ed  incredibile come con l'avvento della contraccezione ci sia ancora
qualcuno che scelga di riprodursi. Dall'altra parte ci sono concetti come l'amore, il senso della storia,
l'appagamento, la fede nell'umanit; gli incentivi moderni sono come i dirigibili  immensi, fluttuanti e
scarsi  ottimistici, dal cuore grande, persino profondi, ma terribilmente infondati.
Per anni ho atteso quell'urgenza che sconvolge, di cui avevo sentito parlare, lo struggimento
narcotico che al parco attira le donne senza figli verso le sconosciute con il passeggino. Volevo essere
trascinata dall'imperativo ormonale, svegliarmi un giorno e gettarti le braccia al collo, prenderti e
pregare che mentre quel fiore nero fioriva dietro i miei occhi, tu mi avresti messa incinta.
Qualunque fosse la molla, non scatt mai, non mise in moto il sistema, e io mi sentii tradita.
Quando a trentacinque anni l'istinto materno non si era ancora sviluppato, temetti che in me ci fosse
qualcosa che non andava. Quando diedi alla luce Kevin, a trentasette anni, ero angosciata, avevo paura
che, siccome non mi ero arresa di fronte alla mia mancanza, avrei trasformato un piccolo difetto
casuale, con tutta probabilit di natura meramente chimica, in una colpa di proporzioni shakespeariane.
Allora che cosa alla fine mi trascin allo scoperto? Tu, tanto per cominciare. Perch se noi
eravamo felici, tu non lo eri, e avrei dovuto saperlo. C'era una voragine nella tua vita, che io non
potevo colmare. Ti piaceva cercare location, ma non amavi farlo. La tua passione erano le persone,
Franklin. Perci quando ti vidi giocare con le bambine di Brian, far loro il solletico con la scimmietta di
peluche e ammirare i tatuaggi lavabili, sentii il desiderio impellente di darti l'opportunit di
sperimentare quell'ardore che io un tempo avevo trovato costruendo la A Wing and a Prayer, o, come
diresti tu, la AWAP.
Mi ricordo che una volta tentasti di aprirti, in modo esitante, faticoso. Eri sempre in imbarazzo
con la retorica delle emozioni, che  una cosa diversa dal disagio per le emozioni. Temevi che
un'analisi eccessiva potesse danneggiare il sentimento, come due mani grandi e goffe che, nonostante
le buone intenzioni, stringano con brutalit una salamandra.
Eravamo a letto, ancora in quel loft di Tribeca, dove l'ascensore lavorato a mano cigolava e si
rompeva di continuo. L'appartamento assomigliava a una caverna, era polveroso, senza pareti per
dividerlo in stanze degne di questo nome. Quando ci ripenso, mi viene in mente un nascondiglio che da
piccoli mio fratello e io avevamo costruito con la lamiera ondulata a Racine.
Tu e io avevamo fatto l'amore, e io stavo scivolando nel sonno, quando, di scatto, mi sedetti sul
letto. Dovevo prendere un aereo per Madrid dieci ore dopo e mi ero dimenticata di mettere la sveglia.
Quando ebbi regolato l'orologio, notai che eri sdraiato sulla schiena. Gli occhi spalancati.
Che c'?
Sospirasti. Non so come fai. Mentre mi accoccolavo per godermi l'ennesimo peana sul mio
straordinario coraggio, tu riconoscesti l'equivoco e aggiungesti in fretta. A partire. Partire e stare via
cos a lungo. E lasciarmi.
Neanche a me fa piacere.
Non lo so.
Franklin, non ho fondato la mia societ per scappare dalle tue grinfie. Non dimenticartelo, tu
sei arrivato dopo.
Oh,  difficile che me ne dimentichi.
 il mio lavoro!
Non  obbligatorio che lo sia.
Mi tirai su. Stai...
No. Mi spingesti con dolcezza e mi facesti sdraiare; le cose non stavano andando come le
avevi progettate; perch le avevi progettate, di questo sono sicura.
Rotolasti su di me e appoggiasti i gomiti uno da una parte e uno dall'altra del mio corpo. Mi
sfiorasti la fronte con la tua. Non sto cercando di allontanarti dalle tue guide, so quanto significhino
per te.  questo il problema. Se io fossi al tuo posto, non potrei farlo. Non potrei alzarmi domattina per
volare a Madrid e cercare di dissuaderti dal venirmi a prendere all'aeroporto tra tre settimane. Magari
potrebbe succedere una o due volte, non in continuazione.
Potresti se dovessi.
Eva. Lo sappiamo tutti e due. Non devi.
Mi dimenai. Eri cos vicino; avevo caldo, mi sentivo in gabbia tra i tuoi gomiti. Ne abbiamo
parlato...
Non troppo spesso. Le tue guide di viaggi sono un grande successo. Potresti prendere degli
studenti di college e far andare loro in giro per pensioni di infimo ordine. Fanno gi tutte le ricerche,
no?
Ero irritata; ci ero gi passata. Se non li tengo d'occhio, mi imbrogliano. Dicono che hanno
appurato che una tabella dei prezzi  ancora in vigore, ma non si prendono la briga di andare a
controllare. Di recente  successo che un Bed& Breakfast ha cambiato gestione ed  stato invaso dai
pidocchi; un altro si  trasferito. Ho ricevuto lamentele da cicloturisti che hanno pedalato per
centocinquanta chilometri e hanno trovato un'agenzia assicurativa al posto del letto che si erano
conquistati con il sudore. Erano furiosi, e avevano ragione. E senza il boss che li sorveglia, alcuni degli
studenti finirebbero per accettare mazzette. La dote principale delle AWAP  la reputazione che...
Potresti assumere qualcuno che si occupi dei controlli. No, tu domani vai a Madrid perch ci
vuoi andare. Non c' niente di male, solo che io non lo farei, non potrei farlo. Lo sai che quando sei via
penso a te di continuo? Ora dopo ora penso a quello che mangi, alle persone che incontri...
Ma anche io ti penso!
Scoppiasti a ridere, una risata simpatica; non cercavi di litigare. Mi liberasti e ti sdraiasti sulla
schiena. Stronzate, Eva. Tu pensi se il baracchino dei falafel gi all'angolo resister fino al prossimo
aggiornamento, e a come descrivere il colore del cielo. Va bene cos. Ma quello che tu provi per me,
deve essere diverso da quello che io provo per te. Questa  la mia conclusione.
Credi sul serio che non ti ami abbastanza?
Non mi ami allo stesso modo. Non ha niente a che vedere con la quantit. C' qualcosa che
tu... risparmi. Forse ti invidio.  una sorta di serbatoio di riserva, qualcosa del genere. Esci da questa
casa e l'altra risorsa si attiva. Te ne vai in giro per l'Europa o la Malesia, finch alla fine la riserva si
esaurisce, allora torni da me.
A dire la verit, quello che avevi descritto era molto simile al mio io pre-Franklin.
Un tempo ero una piccola unit autosufficiente, come uno di quegli spazzolini da viaggio che si
piegano e diventano una scatoletta. So che tendo a guardare con eccessivo romanticismo a quei giorni,
ma, soprattutto all'inizio, c'era un fuoco che bruciava dentro di me. Ero una ragazzina, davvero.
La prima volta che mi venne l'idea della A Wing and a Prayer ero a met strada del mio primo
viaggio in Europa, per il quale mi ero portata decisamente troppo poco denaro. Il pensiero di una guida
per viaggiatori bohemien diede un senso a quello che altrimenti si sarebbe trasformato in una squallida
sequela di pomeriggi passati a sorseggiare caff. Da quel momento in poi andai ovunque con un
block-notes cencioso, segnando il prezzo delle camere singole, annotando se avessero o meno l'acqua
calda, se lo staff parlasse inglese e se le toilette fossero da scappare.
 facile dimenticarsene, ora che la AWAP ha attirato cos tanti concorrenti, ma alla met degli
anni Sessanta i globetrotter erano in balia delle Blue Guide, il cui target erano viaggiatori di mezza et
appartenenti alla middle class. Nel 1966, quando all'uscita della prima edizione di Western Europe on
A Wing and a Prayer, l'Europa Occidentale alla spera in Dio, dovemmo preparare la seconda ristampa
praticamente la sera stessa, capii che avevo trovato qualcosa di buono. Mi piace dipingermi come una
persona sagace, ma sappiamo entrambi che fui fortunata. Non avrei potuto prevedere quell'esplosione
di viaggiatori zaino in spalla, e certo non ero una tale appassionata di demografia da poter trarre
deliberatamente vantaggio dal fatto che tutti i figli del boom economico, irrequieti e benestanti,
sarebbero diventati grandi insieme. In un'era di abbondanza, tutti ottimisti, convinti che poche
centinaia di dollari li avrebbero portati fino in Italia, alla disperata ricerca di buoni consigli per far
durare il pi a lungo possibile quel viaggio che i loro padri in principio avevano osteggiato.
Considerai che il viaggiatore dopo di me sarebbe stato spaventato quanto lo ero io, e innervosito
dal trattamento che anche io avevo ricevuto, e pensavo che se avessi assaggiato per prima i cibi
avvelenati, sarei stata certa che quanto meno il nostro novizio non avrebbe passato la sua prima
elettrizzante notte oltreoceano a vomitare. Non dico di essere stata caritatevole, ma solo di aver scritto
la guida che mi sarebbe piaciuto consultare.
Sai che sono sempre stata terrorizzata dalla prospettiva di diventare come mia madre. Buffo,
Giles e io imparammo il termine agorafobia solo passati i trent'anni, e sono sempre stata incerta sulla
definizione precisa, che ho cercato sul dizionario pi di una volta: paura degli spazi pubblici aperti.
Per quanto ne so io, non  una descrizione che si addice a mia madre. La mamma non aveva paura degli
stadi del football, aveva paura di uscire di casa, e io avevo l'impressione che gli spazi chiusi le dessero
il panico quanto quelli aperti, a meno che non si trovassero sulla I37 Enderby Avenue a Racine, nel
Wisconsin.
Ma permettimi di essere franca. Io sono molto simile a mia madre. Forse  perch da bambina
facevo sempre delle commissioni per cui ero troppo piccola, e che perci mi intimidivano; mamma mi
mandava a cercare le guarnizioni per il lavandino della cucina a soli otto anni.
Mi costringeva a essere la sua emissaria, ma io ero solo una bambina, e cos si riproduceva in
me quella stessa angoscia sproporzionata che mia madre provava nei confronti delle interazioni
insignificanti con il mondo esterno.
Non riesco a ricordare un solo viaggio all'estero che abbia davvero desiderato compiere, che
non mi abbia terrorizzata e che non abbia sognato di cancellare.
Mi costringevo a catapultarmi fuori dalla porta con una congerie di impegni irreversibili: il
biglietto aereo gi acquistato, il taxi riservato o una prenotazione alberghiera confermata. Per riuscire a
incastrarmi ancora di pi, parlavo sempre del viaggio con gli amici, non mancavo mai di andarli a
salutare.
Persino sull'aereo, sarei stata lieta se la massa di ferro avesse penetrato la stratosfera per
l'eternit.
Atterrare era un'agonia, trovare il letto della prima notte era un'agonia. Mi sentivo arpionata da
questa sequenza di terrore che culminava in una vertiginosa immersione nel mio materasso adottivo.
Per tutta la vita mi sono costretta a fare cose. Franklin, non sono mai stata a Madrid perch mi andava
di mangiare la paella; ognuno di quei viaggi di ricerca, che secondo te compivo per fuggire dalla
tranquillit domestica, era per me un castigo che sopportavo a fatica, che mi imponevo.
Ma negli anni l'avversione si and stemperando, superare una semplice insofferenza non  poi
tanto difficile.
Una volta abituata ad accettare la sfida  per dimostrare a me stessa di essere indipendente,
competente, elastica e adulta  piano piano la paura cambi rotta: l'unica cosa che mi terrorizzava pi
di un altro viaggio in Malesia era restare a casa.
Perci non avevo solo paura di diventare come mia madre, ma una madre in generale. Temevo
di trasformarmi nell'irremovibile, solida piattaforma che sarebbe servita da trampolino di lancio per
un'altra giovane avventuriera, i cui viaggi avrei invidiato. Una giovane donna con un futuro davanti,
che ancora doveva sciogliere gli ormeggi e tracciare le mappe delle sue peregrinazioni. Avevo paura di
essere quella figura archetipica  sciatta e grassoccia  che saluta con la mano e manda baci mentre uno
zaino viene sbattuto nel cofano; che si asciuga gli occhi con il grembiule, avvolta nel fumo del tubo di
scappamento; che si volta tristemente, chiude la porta e va a lavare i due piatti rimasti nel lavandino,
mentre il silenzio nella stanza la opprime come un soffitto che sprofonda.
Pi che per le partenze, provavo orrore all'idea di essere abbandonata. Quante volte l'ho fatto io
con te, ti ho lasciato con la crosta della baguette della nostra cena d'addio e sono corsa a prendere un
taxi.
Non credo di averti mai detto quanto mi facesse stare male costringerti a vivere quelle piccole
morti, quelle diserzioni, n ti ho mai lodato per la capacit di celare dietro le battute il dolore
dell'abbandono.
Franklin, io ero assolutamente terrorizzata all'idea di avere un figlio. Prima di rimanere
incinta, le immagini dell'educazione dei bambini  leggere storie su treni merci con la faccia
sorridente, infilare una sostanza vischiosa nella bocca aperta  mi sembravano foto che appartenevano
a qualcun altro. Temevo di dovermi confrontare con la mia natura chiusa, di pietra; con il mio egoismo,
con la mia mancanza di generosit, con lo spesso, appiccicoso potere del mio risentimento. Comunque,
anche se l'idea di voltare pagina mi intrigava, la prospettiva di finire irrimediabilmente intrappolata
nella storia di qualcun altro mi terrorizzava.
Eva
2 dicembre 2000
Caro Franklin,
mi sono fermata in una piccola caffetteria a Chatham, e perci questa lettera  scritta a mano;
del resto, tu sei sempre stato capace di decifrare i miei scarabocchi sulle cartoline, visto che ti ho
costretto a fare un sacco di pratica.
Il Bagel Caf  un locale alla mano, e non penso che le cameriere se ne avranno a male se
rimango qui a coccolare una tazza di caff con il mio block-notes. La stessa Chatham  una cittadina
alla mano, autentica, con quel tocco pittoresco della middle America, che citt molto pi agiate cercano
di riprodurre con gran dispendio di denaro. Nella stazione ferroviaria arrivano ancora i treni. La
principale arteria commerciale ostenta ancora la sua fila di negozi di libri usati, panetterie che sfornano
muffin di semola dalla punta bruciacchiata, banchetti per la carit, un cinema (la cui insegna dice:
Teatro, per la provinciale presunzione che le parole del Regno Unito siano pi sofisticate) e un
negozio di liquori che, insieme alle magnum per la gente del posto, espone, per i foresti, qualche
bottiglia della California a prezzi incredibili. Ora che la maggior parte delle fabbriche  chiusa, questo
villaggio disordinato  mantenuto vivo dai residenti di Manhattan che hanno qui la seconda casa, dai
villeggianti estivi e, certo, dal nuovo istituto di correzione minorile sorto appena fuori dell'abitato.
Pensavo a te mentre guidavo, se  ancora necessario che te lo dica. Per una sorta di
contrappunto, cercavo di figurarmi il genere di uomo con cui, prima di incontrare te, presumevo che
sarei finita.
L'immagine era senza dubbio un incrocio tra tutti i boyfriend incontrati on the road, di cui tu ti
sei sempre lamentato. Alcuni dei miei amori erano dolci, anche se ogni volta che una donna pensa che
un uomo sia dolce, l'intimit  condannata.
Se quell'assortimento di compagni-cameo (gli sfigati, cos li chiamavi tu), incontrati ad Arles
o a Tel Aviv, avesse avuto un significato, sarei stata destinata ad accasarmi con un tipo cerebrale e
coriaceo il cui agile metabolismo avrebbe bruciato la salsa di ceci a una velocit feroce. Gomiti affilati,
pomo d'Adamo prominente, polsi sottili. Vegetariano stretto. Un tipo angosciato, che legge Nietzsche e
porta gli occhiali, alieno al suo tempo, sprezzante verso le automobili. Un avido ciclista e scalatore di
montagne. Un emarginato professionista, con tutta probabilit un artigiano, con una casa di legno e un
giardino di erbe medicinali, la cui aspirazione a una vita senza pretese, fatta di fatica fisica e oziosi
tramonti sulla veranda,  stata in qualche modo smentita dalla rabbia repressa con la quale butta i vasi
malriusciti nel bidone dell'olio. Un debole sempre pi marcato per la marijuana. Un senso
dell'umorismo espresso con reticenza, ma impietoso; una risata asciutta, distante. Massaggi alla
schiena. Rifiuti differenziati. Musica di sitar e un vecchio interesse per il buddismo, che grazie a Dio si
 lasciato alle spalle. Vitamine, filtri per l'acqua e film francesi. Un pacifista con tre chitarre, niente
televisione, e un cattivo rapporto con gli sport di squadra, a causa di un'infanzia bistrattata. Un'ombra
di vulnerabilit che si manifesta nella stempiatura incipiente; una morbida coda di capelli scuri che
ricade sulle spalle. Carnagione olivastra, ma pallida, quasi malata. Sesso dolce e sussurrato. Curiosi
talismani di legno intagliato legati al collo, di cui non spiega l'origine e che non si toglie mai,
nemmeno per fare il bagno. Diari che non dovrei leggere, pieni di ritagli di giornale che illustrano in
che mondo terribile viviamo. (Grisly: La polizia ha trovato diverse parti di corpo umano, tra cui due
mani e due gambe, in sei armadietti per i bagagli alla stazione centrale di Tokyo. Dopo aver ispezionato
tutti i 2.500 armadietti a moneta, la polizia ha trovato delle natiche in un sacchetto nero della
spazzatura.) Un cinico riguardo alla politica imperante con un inattaccabile e ironico senso di distacco
dalla cultura popolare. Ma soprattutto? Con un inglese fluente, anche se accentato: uno straniero.
Saremmo vissuti in campagna  in Portogallo o in un paese del Centro America  dove una
fattoria lungo la strada avrebbe venduto latte appena munto, burro fresco e grosse zucche colme di
semi. Il nostro cottage di pietra sarebbe stato coperto dai rampicanti, i davanzali sarebbero stati pieni di
gerani rossi, e avremmo infornato panini di segale e biscotti alla carota per i nostri vicini. Il partner
della mia fantasia, un uomo acculturato, avrebbe continuato a rivoltare il suolo del nostro idillio alla
ricerca del seme del suo scontento. E circondato dalla generosit della natura, sarebbe divenuto un
asceta.
Stai gi ridendo?
Perch invece sei arrivato tu. Un mangiatore di carne grande e grosso, con i capelli biondi
tagliati a spazzola e la pelle rossastra, che sulla spiaggia si ustiona subito. Un groviglio di appetiti. Una
risata piena e rumorosa; un uomo che racconta barzellette sporche. Hot dog. Baseball. Cappellini.
Giochi di parole e film in cassetta, acqua del rubinetto e casse di birra. Un consumatore impavido e
fiducioso che legge le etichette solo per essere sicuro che ci siano gli additivi. Un fan delle strade
aperte, che predilige i pick-up e che pensa che i ciclisti siano degli sfigati. Scopa con forza e parla
volgare; e ha una predilezione segreta, ma senza vergogna, per il porno. Gialli, thriller e fantascienza;
abbonamento al National Geografic. Barbecue il 4 luglio e l'intenzione, quando ci sar tempo, di
cominciare a giocare a golf. I primi album di Bruce Springsteen, ascoltati a tutto volume con i finestrini
abbassati, cantando stonato: com' possibile che io mi sia sentita attratta da uno senza il minimo
orecchio musicale? Beach Boys. Elvis Presley: non hai mai perso le tue radici, l'amato buon vecchio
rock and roll. Al festival di Tanglewood ti asciugavi gli occhi, come se ti fosse entrato un moscerino,
sperando che non mi fossi accorta che Quiet City ti aveva fatto piangere. Dedito ai piaceri ordinari,
scontati: lo zoo del Bronx e il giardino botanico, le navi costiere a Coney Island, il traghetto per Staten
Island, l'Empire State Building. Tu sei l'unico newyorchese che conosco che abbia veramente preso il
traghetto per andare a visitare la Statua della Libert. Una volta mi hai trascinato in giro insieme a te,
ed eravamo gli unici turisti sulla barca che parlavano inglese. Arte figurativa: Edward Hopper. E, mio
dio, Franklin, un repubblicano. Un convinto sostenitore dei fondi alla Difesa, ma per tutto il resto,
governo di basso profilo e poche tasse. Anche dal punto di vista fisico eri una tale sorpresa: tu stesso
una difesa forte. C'erano volte in cui temevi che ti trovassi troppo pesante, facevo confusione con la tua
taglia, anche se avevi un peso abbastanza normale, tra gli ottanta e gli ottantacinque chili, combattevi
sempre contro quei cinque chili che ti si depositavano sopra la cintura. Ma per me tu eri enorme. Cos
solido e robusto, cos largo, cos spesso, tutto diverso da quei polsi delicati della mia immaginazione.
Piazzato come una quercia, contro cui potevo appoggiare il cuscino per leggere e, alla mattina,
accoccolarmi tra i tuoi rami. Quanto siamo fortunati quando ci risparmiamo quello che pensiamo di
volere! Come mi avrebbero annoiato quegli stupidi vasi e le sciocche diete, e quanto detesto il lamento
del sitar.
Ma la sorpresa pi grande fu che sposai un americano. Non un americano qualsiasi, un
americano per caso, no, tu eri americano sia per nascita sia per scelta. Eri un vero patriota. Non ne
avevo mai incontrato uno prima. Contadini, s, individui stolidi, ignoranti, che non avevano mai
viaggiato e credevano che gli Stati Uniti fossero tutto il mondo, e perci dire qualcosa contro la patria
era come denigrare l'universo, o l'aria che respiriamo.
Invece, tu un po' avevi viaggiato  Messico e un giro disastroso in Italia con una donna la cui
cornucopia di allergie si spingeva fino ai pomodori  e avevi deciso che ti piaceva il tuo paese. No, che
amavi il tuo paese, la sua normalit ed efficienza, il senso pratico, la diffusa e obiettiva esaltazione
dell'onest.
Avrei detto  e lo dicevo  che tu fossi innamorato di una versione arcaica degli Stati Uniti, di
un'America che ormai non esisteva pi, o che non era mai esistita; che fossi innamorato di un'idea.
E tu mi avresti risposto  e mi rispondevi  che parte di ci che era l'America era appunto
un'idea, e che ci era pi di quanto potesse sostenere la gran parte delle nazioni, nazioni fatte solo di un
passato imperfetto e di un confine sulla carta geografica. Ed era un'idea buona e bella, dicevi, e mi
facevi notare  e su questo oggi sono disposta a darti ragione  che una nazione che mira a privilegiare
su tutte le altre la possibilit che ciascun cittadino faccia ci che desidera, avrebbe dovuto essere il
luogo che pi di tutti attirava quelli come me. Ma nella realt le cose non funzionavano cos, obiettavo,
e tu ribattevi: meglio che in qualunque altro posto, e litigavamo.
 vero che il tempo mi ha disillusa. Ma vorrei ancora ringraziarti per avermi fatto conoscere il
mio paese. Non  cos che ci siamo incontrati? Alla AWAP avevamo deciso di uscire con una
pubblicit su alcune riviste tra cui Mother Jones e Rolling Stone, e siccome io ero incerta sulla
foto che volevamo, l'agenzia Young & Rubicam ti invi da noi. Ti presentasti nel mio ufficio con una
camicia di flanella, jeans impolverati e un'impertinenza accattivante. Io cercai con tutte le forze di
mostrarmi professionale, perch le tue spalle mi distraevano. Pensavo alla Francia, alla valle del
Rodano, ma ero in dubbio per i costi: il viaggio, il soggiorno. Tu ridesti. Non sia ridicola, dicesti le
posso trovare la valle del Rodano in Pennsylvania. Cosa che in effetti facesti.
Fino ad allora avevo sempre pensato agli Stati Uniti come a un posto in cui vivere.
Dopo avermi spudoratamente invitata fuori a cena  nonostante fossi una dirigente con cui
avevi un rapporto professionale  riuscisti a farmi ammettere che, se fossi nata altrove, gli Stati Uniti
d'America con tutta probabilit sarebbero stati il primo paese che avrei voluto visitare.
Qualunque fosse la mia opinione, il nostro era il paese che apriva le danze e tirava le redini, che
girava i film e vendeva la Coca-Cola, e che era riuscito a spedire Star Trek fino a Giava; il fulcro
dell'azione, un paese con cui dovevi per forza relazionarti, seppure in maniera ostile; un paese che
pretendeva, se non consenso, quantomeno distacco, tutto ma non indifferenza. Il paese di fronte a tutti
gli altri paesi, che, ovunque tu fossi sul pianeta, veniva a farsi visitare, che tu lo volessi o no.
Okay, okay protestai. Okay. Lo visiterei.
Perci lo visitai. Ricordi il tuo stupore in quei primi giorni? Non ero mai stata a una partita di
baseball. O a Yellowstone. O al Grand Canyon. Non avevo mai mangiato un'apple pie da McDonald's,
eppure la irridevo. (Ora posso confessarlo, mi piace.) Mi facevi notare che un giorno non ci sarebbero
stati pi i McDonald's. Solo perch adesso ce n'erano molti non significava che l'apple pie non fosse
eccellente, o che non fosse un privilegio vivere in un tempo in cui se ne poteva comprare una per
novantanove centesimi. Questo era uno dei tuoi argomenti preferiti: la popolarit, la diffusione, la
ripetizione, non erano necessariamente qualcosa di depauperante, e il tempo avrebbe trasformato tutto
in una merce rara. Adoravi assaporare il tempo presente ed eri pi consapevole di chiunque altro avessi
mai conosciuto del principio che tutto scorre.
E questo era il tuo punto di vista anche sulla nazione: non era per sempre.
Certo era un paese imperialista, ma non c'era nulla di cui vergognarsi. La storia  fatta di
imperi, e gli Stati Uniti erano di gran lunga il pi grande, il pi ricco e il pi giusto tra quelli che
avevano dominato la terra. Inevitabilmente sarebbe crollato.  il destino degli imperi, ma noi eravamo
fortunati, dicevi. Prendevamo parte all'esperimento sociale pi importante mai tentato. Certo, era
imperfetto, aggiungevi  con la stessa avventatezza con cui io, prima che Kevin nascesse, sostenevo
che certo qualche bambino ha dei problemi  ma sostenevi che se gli Stati Uniti fossero crollati o si
fossero dissolti mentre eri in vita, se l'economia fosse collassata, se un aggressore li avesse sconfitti o
se fossero stati corrotti dall'interno, tu avresti pianto.
Ti credo. Ma a volte in quel periodo, quando mi trascinavi allo Smithsonian, mi costringevi a
recitare i nomi dei presidenti in ordine cronologico, mi interrogavi sulle cause delle sommosse di
Haymarket, avevo l'impressione che non stessimo visitando il paese, ma il tuo paese. Quello che avevi
costruito per te stesso, come un bambino crea un trenino con i bastoncini dei ghiaccioli. Era
un'adorabile riproduzione. Ancora adesso, quando mi capitano sotto gli occhi degli estratti dei Principi
della Costituzione, Noi, il popolo... mi si accappona la pelle. Perch sento la tua voce. La Dichiarazione
d'Indipendenza: Noi riteniamo che siano evidenti queste verit..., la tua voce.
Sostenevi che gli Stati Uniti si trovassero all'apogeo: un paese la cui prosperit non aveva
precedenti, dove virtualmente tutti avevano di che mangiare; un paese che lottava per la giustizia e che
era capace di garantire pressoch qualsiasi forma di intrattenimento e sport, qualsiasi religione, etnia,
occupazione, affiliazione politica, clima e paesaggio, flora e fauna. Se non era possibile avere una vita
bella, ricca e sontuosa in questo paese, con una bella moglie e un figlio che cresceva sano, allora non
era possibile da nessuna parte. E ancora adesso, credo che tu potessi avere ragione. Ma nel senso che
non  possibile da nessuna parte.
Ore 21.00 (a casa)
La cameriera era tollerante, ma il Bagel Caf doveva chiudere. Una lettera stampata sar meno
personale, ma pi leggibile. Per questo, temo che tu abbia saltato dei pezzi nella parte scritta a mano.
Ho paura che nell'istante in cui hai visto il nome Chatham, tu non sia pi riuscito a pensare a
nient'altro, e che per una volta non te ne potesse fregare di meno dei miei sentimenti verso gli Stati
Uniti. Chatham. Vado a Chatham?
S. Ci vado ogni volta che me lo permettono.
Per fortuna, questi viaggi una volta ogni due settimane all'istituto di correzione minorile di
Claverack sono legati a degli orari di visita cos ristretti che non sono libera di pensare di andarci
un'ora pi tardi o in un altro giorno. Parto alle 11.30 precise, perch  il primo sabato del mese e devo
arrivare immediatamente dopo il pranzo, alle 14.00. Non mi concedo riflessioni su quanto mi terrorizzi
il pensiero di incontrarlo, o, ancora pi improbabile, quanto lo desideri. Vado e basta.
Sei sorpreso? Non dovresti esserlo.  anche mio figlio, e una madre deve andare a trovare il suo
bambino in prigione. Non finir mai di fallire come madre, ma ho sempre seguito le regole. Del resto,
rispettare alla lettera il codice non scritto del buon genitore  stato il mio peggiore sbaglio.  venuto
fuori al processo, in quello civile. Ero sconvolta da quanto apparissi proba sulla carta. Vince Mancini,
l'avvocato di Mary, mi accus di andare a trovare mio figlio con tanta diligenza solo perch sapevo che
sarei stata chiamata in giudizio per le mie colpe di madre. Sosteneva che recitassi una parte, che
seguissi un copione. Certo, il problema con la giurisprudenza  che non tollera sfumature. Mancini non
aveva tutti i torti. Poteva davvero esserci un elemento di teatralit in quelle visite. Ma perdurano anche
ora che nessuno mi guarda, perch  vero, sto cercando di dimostrare di essere una buona madre, ma 
a me stessa che lo voglio dimostrare.
Anche Kevin  stato sorpreso dalle mie fedeli apparizioni, che, non c' bisogno di dirlo, almeno
in principio, non gli facevano piacere. Nel 1999, a sedici anni, era ancora in quell'et in cui essere visti
con la mamma  imbarazzante, ma quanto di questa verit, lapalissiana per gli adolescenti, si riscontra
nella maggior parte dei problemi degli adulti. Alle prime visite sembrava considerare la mia presenza
come un atto di accusa, perci, prima ancora che potessi dire una sola parola, si infuriava. Non mi
sembrava logico che lui fosse quello arrabbiato con me. Ma sullo stesso filone, gli automobilisti,
quando quasi investono qualcuno, sono sempre furiosi, urlano, gesticolano, maledicono la persona che
stavano per ammazzare, e che senza dubbio aveva il diritto di precedenza.  capitato anche a me,
quando un'auto mi ha quasi investita a un incrocio. Si tratta di una dinamica particolare molto diffusa
tra gli automobilisti maschi, che sembrano indignarsi sempre di pi al crescere del loro torto. Penso che
il processo emotivo, se cos lo vogliamo definire, goda della propriet transitiva: tu mi fai sentire in
colpa, sentirmi in colpa mi fa incavolare, ergo tu mi fai incavolare. Se allora avessi avuto la presenza di
spirito per esaminare la prima parte di questo assunto, avrei riconosciuto nello sdegno immediato di
Kevin un barlume di speranza. Ma allora, la sua furia semplicemente mi confondeva le idee. Mi pareva
cos ingiusta. Le donne tendono di pi alla mortificazione, e non solo nel traffico. Perci io ce l'avevo
con me. E lui ce l'aveva con me. Mi sentivo vittima di un complotto.
Quando venne incarcerato la prima volta, non parlammo di niente. Il solo fatto di trovarmi
davanti a lui mi mandava in crisi. Mi accusava persino di avere l'energia per piangere, diceva che
comunque non sarebbe servito a niente. Dopo cinque minuti, magari gli chiedevo, con la voce roca,
com'era il mangiare. Lui mi guardava incredulo, come se date le circostanze quella domanda fosse
insulsa, e in effetti lo era. Oppure domandavo: Ti trattano bene? anche se non ero certa di sapere
cosa volessi dire, n di desiderare che le guardie lo trattassero bene. Lui mi gridava: Certo, mi danno
il bacino della buona notte tutte le sere. Non ci volle molto perch mi trovassi a corto di domande da
mamma, il che, credo, fu un sollievo per entrambi.
Dopo un po' sono riuscita a liberarmi delle pose da madre affezionata, preoccupata solo che il
figlioletto mangiasse le verdure, ma Kevin non ha ancora tolto la maschera del sociopatico
inavvicinabile.
Il problema  che il mio ruolo  quello della madre che insiste a rimanere accanto al figlio, a
prescindere da quanto questo sia umiliante  era irragionevole, irrazionale, cieco e sdolcinato, e perci
me ne sono sbarazzata volentieri. Ma Kevin trae tutto il sostegno dal suo atteggiamento, non pu
rinunciarvi con calma. Sembra intenzionato a dimostrare che se fosse ancora a casa sarebbe un mezzo
schiavo costretto a lavarsi il piatto, mentre ora  una celebrit da copertina di Newsweek.
Ha persino influenzato l'agenda nazionale, ha causato la richiesta di introduzione di nuove pene
corporali, dell'estensione della pena di morte ai minorenni e della diffusione del V-chip. Vuole
dimostrarmi che in galera non  un qualsiasi spaccone, ma un famoso demonio a cui i compagni di
detenzione guardano con soggezione.
Una volta in quei primi giorni (dopo che aveva cominciato a essere un po' pi loquace), gli
domandai: Gli altri ragazzi come ti considerano? Ti criticano per... quello che hai fatto?. Non riuscii
a chiedergli in modo diretto se gli facessero gli sgambetti in corridoio o gli fregassero il sapone. Vedi,
all'inizio ero esitante, deferente. Mi faceva paura. Dal punto di vista fisico. Cercavo in tutti i modi di
non farlo esplodere. C'erano le guardie carcerarie, ovviamente, ma anche in quella scuola c'era il
personale della sicurezza, e a Gladstone la polizia, e a cosa erano serviti? Non mi sentir mai pi
protetta, da nessuna parte.
Kevin starnazz, quella risata dura, pesante, che veniva dal naso. E disse qualcosa del tipo:
Stai scherzando? Cazzo, mammina, qui mi venerano. Non c' neanche un tizio qua dentro che nella
sua fantasia non abbia fatto fuori una cinquantina di teste di cazzo prima di colazione. Io sono l'unico
che ha avuto i coglioni per farlo nella vita reale. Ogni volta che Kevin si riferisce alla vita reale, lo
fa con la fermezza eccessiva con cui i fondamentalisti parlano dell'inferno o del paradiso.  come se
cercasse di convincersi di qualcosa.
Certo, ho solo la sua parola a sostegno della tesi che, invece che essere emarginato, Kevin sia
divenuto un eroe mitico in mezzo a quei piccoli delinquenti che hanno solo rubato delle auto o
accoltellato qualche spacciatore rivale. Ma sono convinta che per un periodo abbia goduto di un certo
prestigio, visto che, nella sua maniera trasversale, proprio questo pomeriggio, ha lasciato trapelare che
la sua fama comincia a offuscarsi.
Ha detto: Sai una cosa, mi sono rotto le palle di raccontare sempre la stessa storia del cazzo,
dalla qual cosa ho potuto dedurre che invece siano i suoi compagni a essersi stancati di sentirla. Un
anno e mezzo  un periodo molto lungo per gli adolescenti, e Kevin  gi diventato una notizia vecchia.
Ed  anche abbastanza grande per riconoscere che una delle differenze tra un criminale e il lettore di
giornali medio  che quest'ultimo ha la possibilit di rompersi le palle della stessa storia del cazzo ed
 libero di passare oltre, mentre coloro che hanno commesso un omicidio sono dannati a rivivere
sempre lo stesso racconto. Kevin sar costretto a risalire le scale che portano alla palestra della
Gladstone High per tutta la vita.
Per questo  sdegnato, e non lo biasimo, si  stancato delle sue stesse atrocit e invidia quelli
che sono capaci di lasciarsele alle spalle.
Oggi si  messo a fare il gallo, mi ha raccontato di una nullit, un tizio appena arrivato a
Claverack che ha solo tredici anni. Kevin ha aggiunto, a mio beneficio: Il suo cazzo  grande come
una bacchetta di liquirizia. Di quelle piccole, sai?, e poi mi ha spiegato, con dovizia di particolari, i
dettagli della scalata alla fama del ragazzo: una coppia di anziani dell'appartamento accanto al suo si
lamentava per il volume con cui ascoltava i Monkees alle tre del mattino. Il week-end successivo, la
figlia dei due anziani trov i genitori a letto, squartati dall'inguine fino alla gola. La polizia non riusc a
rinvenire le viscere, e questo  il dettaglio a cui i media, per non parlare del fan club del ragazzo a
Claverack, si sono attaccati.
Il tuo amico  precoce ho detto. Non mi hai spiegato che per farsi notare in queste faccende
bisogna aggiungere un tocco di follia?
Potrai essere disgustato, Franklin, ma mi ci sono voluti quasi due anni per arrivare a questo
livello con lui, e i nostri scherzi neri, con l'espressione del viso seria, sono una sorta di progresso.
Kevin per non si sente ancora a suo agio con la mia tattica di gioco. Ho usurpato il suo ruolo. E l'ho
fatto ingelosire.
Non penso che sia cos intelligente mi ha detto in tono distaccato. Probabile che abbia
guardato gli intestini e si sia detto: Figo, salsiccia gratis!.
Kevin mi ha lanciato un'occhiata furtiva. La mia espressione impassibile lo ha palesemente
deluso.
Tutti da queste parti pensano che quell'idiota sia un duro ha ripreso. Tutti quanti fanno: Ehi
amico, puoi ascoltare la musica forte quanto vuoi, io non dico un cazzo. Il suo accento
afro-americano ormai  quasi perfetto. Ma io non sono colpito.  solo un bambino. Troppo piccolo
per sapere quello che faceva.
Tu no, invece? ho domandato a bruciapelo.
Kevin ha incrociato le braccia, aveva uno sguardo soddisfatto; ero tornata al ruolo di mamma.
Io sapevo esattamente quello che facevo. Si  appoggiato sui gomiti. E lo rifarei ancora.
Capisco perch ho detto con calma, e ho indicato con un ampio gesto la stanza senza finestre
le cui pareti erano dipinte di vermiglio e verdolino; non ho idea del perch decorino le prigioni come
gli studi dello show per bambini Romper Room. Hai ottenuto proprio un bel risultato.
Ho solo scambiato un cesso con un altro. Ha agitato la mano destra, con due dita sollevate, in
una maniera che denunciava che aveva cominciato a fumare. Mi  andata alla grande.
Argomento chiuso, come al solito. Comunque ho preso nota del fatto che la presenza di questo
parvenu di soli tredici anni che ne oscurava la fama a Clavelack addolorava nostro figlio. Si direbbe
che tu e io ci siamo sbagliati quando ci preoccupavamo per la sua carenza di ambizioni.
Quanto al momento in cui ci siamo separati, avevo pensato di tralasciarlo. Ma quello che vorrei
nasconderti alla fin fine  la cosa che ho pi bisogno di includere.
La guardia con un neo schifoso in mezzo alla faccia ha annunciato la fine dell'ora di colloquio;
per una volta non avevamo passato quasi tutto il tempo a nostra disposizione a guardare l'orologio.
Eravamo in piedi ai due lati del tavolo, e io ero sul punto di mormorare qualche battuta insulsa tipo:
Ci vediamo tra un paio d'ore, quando ho realizzato che Kevin mi fissava dritto negli occhi, mentre di
solito mi guardava di traverso. Mi sono subito fermata, domandandomi perch avevo desiderato tanto
che mi guardasse negli occhi.
Quando ho smesso di giocherellare con il cappotto, mi ha detto: Puoi anche prendere per il
culo i vicini, le guardie, Ges e quella rimbambita di tua madre con queste visite da brava mammina,
ma io non ci casco. Vai pure avanti se vuoi una medaglia al valore. Ma non trascinare pi qui il tuo
culo se pensi di farlo per me. Poi ha aggiunto: Perch io ti odio.
So che i ragazzini dicono cose del genere di continuo, d'impulso: ti odio, ti odio!, gli occhi
colmi di lacrime. Ma Kevin ha quasi diciotto anni, e il tono della sua voce era piatto.
Avevo un'idea di ci che avrei dovuto rispondere: Lo so che non lo pensi davvero, ma sapevo
che lo pensava. Oppure: Io ti voglio bene comunque, giovanotto, che ti piaccia o no. Ma mi  venuto il
dubbio che cos avrei seguito la sceneggiatura che mi aveva aiutata ad atterrare in quella sala
surriscaldata che puzzava come il bagno di una stazione in un pomeriggio di dicembre. Perci gli ho
detto, con il medesimo tono da comunicato ufficiale: Anche io ti ho sempre odiato, Kevin e ho girato
i tacchi.
Ora capisci perch avevo bisogno di un caff?
Mentre guidavo verso casa, mi dicevo che per quanto avessi cercato di tenermi al di fuori di un
paese i cui cittadini  incoraggiati a fare per quanto possibile quello che desiderano  squartano le
persone anziane, aveva comunque senso che avessi sposato un americano. Avevo ragioni migliori degli
altri per trovare gli stranieri pass, visto che avevo penetrato il loro esotismo fino a scoprire quanto
poco valesse. Comunque, a trentatr anni ero gi esausta, pativo quel tipo di stanchezza che si prova
quando si  stati in piedi tutto il giorno, ma che si registra solo quando finalmente ci si siede. Io stessa
ero sempre straniera, riprovavo con ostinazione la pronuncia italiana di espressioni tipo cesto di
pane; persino in Inghilterra dovevo ricordarmi di non offendere le orecchie dei locali con i miei
americanismi. Consapevole di essere una sorta di ambasciatrice, dovevo ogni giorno cercare di
confutare una sequela di pregiudizi ostili, fare attenzione a non essere mai arrogante, invadente,
ignorante, presuntuosa, crassa o chiassosa.
Ma visto che mi ero arrogata il diritto di trattare tutto il pianeta come il giardino di casa mia,
questa incredibile sfrontatezza faceva di me irrimediabilmente un'americana; e altrettanto pu dirsi
della fantasiosa pretesa di mutare me stessa in un'internazionalista tropicale nonostante le mie orribili
origini: Racine, Wisconsin. Persino la noncuranza con cui avevo abbandonato la mia terra natale era
tipica di quel popolo snob, irrequieto e aggressivo che presume con compiacenza che l'America sia
qualcosa di eterno. (Tutti escluso te, naturalmente.)
 imbarazzante scegliere il compagno della vita in base a quali show televisivi guardava da
bambino, ma  proprio quello che feci. Volevo smetterla di far finta di essere una schifosa intellettuale
senza radici, volevo una patria in cui ci fossero delle usanze da rispettare riguardo alle scarpe, usanze a
cui i visitatori dovevano conformarsi. Tu mi restituisti il concetto di patria.
Ed  proprio quella patria che Kevin mi ha portato via. Ora i miei vicini mi guardano con lo
stesso sospetto che riservano agli immigrati clandestini. Faticano a trovare le parole e si rivolgono a me
con eccessiva cautela, come parlassero a una donna per cui l'inglese  la seconda lingua. In realt da
quando sono stata esiliata in questa classe esclusiva, da quando sono la madre di uno di quei ragazzi
di Columbine, anche io fatico a trovare le parole, senza sapere come tradurre i miei pensieri interiori
nel linguaggio delle offerte tre per due e dei tagliandi per il parcheggio. Kevin mi ha trasformata di
nuovo in una straniera, straniera nel mio paese. E questo forse pu spiegare le visite del sabato, perch
solo nell'istituto di correzione di Claverack non ho bisogno di tradurre il mio gergo alieno nel
linguaggio della quotidianit dei sobborghi.  solo nell'istituto di correzione di Claverack che posso
fare allusioni senza spiegarle, che posso dare per scontato un passato culturale condiviso.
Eva
8 dicembre 2000
Caro Franklin,
alla Travel R Us sono sempre io quella che si offre volontaria per rimanere fino a tardi e finire il
lavoro, ma la maggior parte dei voli di Natale  al completo, e questo pomeriggio siamo stati
incoraggiati, come premio, a finire presto, visto che  venerd. Iniziare un'altra maratona nel mio
appartamento appena alle cinque del pomeriggio mi rende quasi isterica.
Chinata sul lavandino a pulire il pollo o seduta a rispondere alle domande elementari del
cruciverba del Times, spesso ho la fastidiosa sensazione di aspettare qualcosa in particolare, tipo che
qualcuno bussi alla porta, e la sensazione cresce, e diviene piuttosto insistente. Stasera  tornata in
forze. Con un orecchio drizzato, ogni notte dentro di me qualcosa aspetta che tu torni a casa.
Cosa che inevitabilmente mi fa tornare alla memoria quella seminale sera di maggio del 1982,
quando la speranza di vederti entrare in cucina da un momento all'altro era meno irragionevole. Stavi
cercando delle location nelle pinete del New Jersey del sud per una pubblicit della Ford e saresti
dovuto rientrare alle sette di sera. Io ero appena tornata da un viaggio di un mese per aggiornare Grecia
on A Wing and a Prayer, e siccome alle otto ancora non ti eri fatto vivo, rammentai a me stessa che il
mio aereo era atterrato con sei ore di ritardo, rovinando il tuo piano di portarmi subito dall'aeroporto
JFK all'Union Square Caf.
Comunque, verso le nove cominciai a innervosirmi, per non parlare della fame. Mangiai
distrattamente una tavoletta di cioccolato al pistacchio che avevo comprato ad Atene. Avevo cucinato
la moussaka, per coerenza etnica, con la quale avevo deciso di convincerti che con l'agnello e un
quintale di cinnamomo anche le melanzane ti sarebbero piaciute.
Alle nove e mezza la besciamella aveva cominciato a imbrunirsi e a fare la crosta sui bordi,
nonostante avessi abbassato la temperatura del forno. Tirai fuori la teglia. In bilico tra la rabbia e
l'angoscia, mi feci cogliere dal risentimento e, per prendere la carta stagnola, andai a sbattere contro un
cassetto. Mi lamentai ad alta voce per aver fritto tutte quelle rondelle di melanzane che ora si sarebbero
trasformate in un grande casino secco e carbonizzato! Tirai fuori dal frigorifero l'insalata greca e
infilzai furiosamente le olive nere, ma poi le lasciai ad avvizzire sul bancone, e l'equilibrio si ruppe.
Non potevo pi essere arrabbiata. Ero terrorizzata.
Controllai che entrambi i telefoni fossero sistemati bene. Mi accertai che l'ascensore
funzionasse, anche se comunque avresti potuto fare le scale. Dieci minuti dopo controllai di nuovo i
telefoni. Ecco perch la gente fuma pensai.
Quando verso le dieci e venti squill il telefono, saltai in aria. Sentendo la voce di mia madre, il
cuore sprofond. Le dissi in fretta che avevi pi di tre ore di ritardo e che dovevo riagganciare. Si
mostr comprensiva, un atteggiamento raro per mia madre, che allora tendeva a considerare la mia vita
come un lungo atto di accusa nei suoi confronti, come se l'unica ragione per cui mi avventuravo in un
paese nuovo fosse farle sbattere il naso contro l'evidenza che lei non aveva mai lasciato il giardino di
casa. Avrei dovuto ricordarmi che anche lei aveva vissuto la stessa esperienza a ventitr anni, e non per
qualche ora, ma per diverse settimane, finch non le era arrivata una sottile busta dal Dipartimento di
Guerra. Invece fui crudelmente volgare e riagganciai.
Dieci e quaranta. Il New Jersey del sud non  un luogo pericoloso: alberi e fattorie, non come
Newark. Ma c'erano auto come missili innescati, e automobilisti dalla stupidit omicida. Perch non
chiamavi?
Era prima dell'avvento dei telefoni cellulari, perci non posso accusarti di niente. E mi rendo
conto che questa esperienza  comune come la polvere: tuo marito, tua moglie, tuo figlio sono in
ritardo, molto in ritardo, e poi arrivano a casa e c' una spiegazione. Nella maggior parte dei casi, la
situazione confina con un universo parallelo nel quale i tuoi cari non tornano a casa mai pi, spariscono
senza lasciare traccia: anche per questo c' una spiegazione, ma una spiegazione che divide la tua vita
in due, in un prima e un dopo. Le ore, che si sono allungate ciascuna in una vita intera, all'improvviso
crollano. Perci, sebbene il terrore salato sulle gengive avesse un sapore familiare, non riuscivo a
ricordare un altro momento in cui avessi camminato allo stesso modo avanti e indietro per il loft, con la
testa brulicante di cataclismi: un infarto, un postino furioso entrato con un fucile automatico da Burger
King.
Alle undici cominciai a fare voti.
Ingollai un bicchiere di Sauvignon bianco; sapeva di salamoia: cos era il vino senza di te. La
moussaka era secca, una carcassa morta: cos era il cibo senza di te. Il nostro loft, pieno dei miei bottini
internazionali, ceste e sculture intagliate, mi pareva di pessimo gusto, aveva l'aspetto di una rivendita
all'ingrosso di prodotti di importazione: cos era la nostra casa senza di te. Gli oggetti non mi erano mai
parsi cos inerti, cos tenacemente vacui. Le tue tracce si prendevano gioco di me: la corda per saltare
floscia sul gancio; le calze sporche, rigide: una caricatura dei tuoi piedi misura quarantaquattro.
Oh, Franklin, certo che sapevo che un figlio non poteva sostituire un marito, perch avevo visto
mio fratello curvarsi sotto il peso del suo ruolo di ometto di casa; avevo visto quanto lo torturasse
sorprendere la mamma a cercare sul suo viso delle somiglianze con quella foto senza tempo sulla
mensola del camino. Era un'ingiustizia. Giles non ricordava nemmeno nostro padre, che era morto
quando lui aveva appena tre anni e che si era tramutato da un padre in carne e ossa che si schizza la
minestra sulla cravatta, in un'icona alta e scura che incombe sul caminetto nella sua uniforme
immacolata, un emblema incontaminato di tutto ci che quel ragazzo non era.
Ancora oggi Giles vive con una certa diffidenza. Quando nel 1999 si fece forza e venne a farmi
visita  e non c'era niente da dire o da fare  arross di muto risentimento, perch io gli facevo rivivere
il medesimo senso di inadeguatezza che aveva permeato la sua infanzia. Era quello che pi di tutti
aveva patito le attenzioni pubbliche cui, di riflesso, lo aveva costretto nostro figlio. Kevin e il gioved lo
avevano trascinato fuori dalla sua tana, ed era furibondo con me per questa vetrina. L'unica ambizione
di Giles  sempre stata l'oscurit, perch ha sempre associato l'essere osservato all'essere scoperto
fragile.
Mi sarei presa a calci al pensiero che la notte prima avevamo fatto l'amore e ancora una volta
avevo fatto scivolare con disinvoltura quel cappuccio di gomma nel collo dell'utero. Che me ne facevo
della tua corda per saltare, dei tuoi calzini sporchi? Non era solo uno il memento degno di un uomo?
Quello che disegnava i bigliettini di San Valentino e imparava a sillabare Mississippi. Nessun
discendente avrebbe potuto sostituirti, ma se avessi dovuto soffrire per la tua mancanza, per sempre,
avrei voluto qualcuno con cui condividere il dolore, che ti avrebbe conosciuto solo come un vuoto nella
sua vita, come eri un vuoto nella mia.
Quando quasi a mezzanotte il telefono squill di nuovo, indietreggiai. Era abbastanza tardi
perch potesse trattarsi di una telefonata dell'ospedale, o della polizia. Lasciai squillare una seconda
volta, con le mani sulla cornetta, strofinando la plastica come fosse una lanterna magica capace di
offrirmi un secondo desiderio. Mia madre sostiene che nel 1945 lasci la busta sul tavolo per ore,
riempiendo in continuazione tazze di t nero e acido. Era incinta di me dall'ultima visita a casa, perci
doveva andare di continuo al bagno, dove chiudeva la porta e teneva la luce spenta, come volesse
nascondersi. Mi aveva descritto un pomeriggio da gladiatore, contro un avversario pi grande e pi
feroce di lei, consapevole che avrebbe perso.
Sembravi esausto, la tua voce era cos inconsistente che per un terribile momento la scambiai
con quella di mia madre. Ti scusasti per avermi fatto preoccupare. Il pick-up si era rotto nel mezzo del
niente. Avevi camminato per diciotto chilometri prima di trovare un telefono.
Non c'era ragione per parlare ancora, ma era un'agonia chiudere la comunicazione. Quando ci
dicemmo arrivederci, gli occhi mi si riempirono di lacrime per la vergogna di aver detto Ti amo, in
quel modo sdolcinato che fa tanto parodia della passione.
Ero stata graziata. Nell'ora che ci volle perch il taxi ti portasse a Manhattan, mi sarebbe stato
concesso il lusso di tornare a preoccuparmi delle pentole, di trovare un modo per convertirti alle
melanzane e per convincerti a fare il bucato. Avrei potuto anche contemplare la possibilit di avere un
figlio un'altra sera, perch ci sarebbero state molte altre sere ancora. Ma mi rifiutai di rilassarmi subito,
di precipitare in quella disattenzione che rende possibile la vita di ogni giorno, e senza la quale ci
rinchiuderemmo tutti per l'eternit nel salotto di casa, come mia madre. In effetti, per qualche ora,
avevo rischiato di assaporare la vita postbellica di mia madre, perch forse non era il coraggio a
mancarle, ma l'indispensabile dose di ipocrisia verso se stessi. Il suo popolo era stato sterminato dai
turchi, suo marito tirato gi dal cielo da dei lontani ometti gialli; e ora mia madre sentiva che il caos la
mordeva a ogni passo, mentre noialtri vivevamo nell'illusione collettiva che esistesse il bene. Nel 1999,
quando entrai una volta per sempre nell'universo di mia madre  un luogo in cui tutto il tragico era
possibile  diventai pi comprensiva nei confronti di quelle che Giles e io avevamo sempre considerato
le sue nevrosi.
Quella volta saresti davvero tornato a casa, ma quando avevo riagganciato il telefono, in un
sussurro mi ero detta: Potr esserci un giorno in cui non tornerai.
Perci il tempo, invece che diventare lento e interminabile, continu a sembrarmi rapido e
frenetico. Quando entrasti in casa, eri cos stanco che riuscivi a malapena a parlare. Ti permisi di saltare
la cena, ma non ti avrei lasciato dormire. Avevo sperimentato il bruciante desiderio di fare sesso, e
posso garantirti che quella era un'urgenza di altra natura. Volevo un backup, per te e per noi. Volevo
assicurarmi che se fosse accaduto alcunch a uno dei due, sarebbe rimasto qualcosa d'altro oltre ai
calzini. In quel momento volevo che mettessi un bambino dentro di me, come i soldi nel salvadanaio.
Non ho messo il diaframma mormorai mentre lo facevamo.
Ti irrigidisti.  rischioso?
 molto rischioso dissi. Lo era davvero, come qualunque estraneo avrebbe potuto confermare
nove mesi dopo. Avremmo potuto anche lasciare la porta aperta.
La mattina seguente, mentre ci vestivamo, dicesti: La scorsa notte non te lo sei semplicemente
scordato?. Scossi il capo, compiaciuta. Sei sicura della scelta?
Franklin, non saremo mai davvero sicuri. Non abbiamo idea di come sia avere un bambino. E
c' un solo modo per scoprirlo.
Mi afferrasti sotto le braccia e mi sollevasti, e io riconobbi l'espressione luminosa di quando
avevi giocato all'aeroplano con le figlie di Brian. Fantastico!
Ero riuscita a sembrare sicura di me, ma quando mi mettesti gi, cominciai a farmi prendere dal
panico. Cosa avevo fatto? Quando pi tardi quel mese mi vennero le mie cose, ti dissi che ero
dispiaciuta. Fu la prima menzogna.
Nel corso delle sei settimane successive ti applicasti ogni sera. Ti piaceva avere un lavoro da
svolgere e mi portavi a letto con lo stesso entusiasmo con cui avevi appeso al muro gli scaffali per i
libri. (Se devi fare una cosa, allora falla bene.) Quanto a me, queste scopate da persone per bene non
mi convincevano. Mi aveva sempre attratto il lato frivolo del sesso, e mi piaceva brutto, sporco e
cattivo. Il fatto che persino la Chiesa Ortodossa Armena ci avrebbe guardato con approvazione,
toglieva tutto il gusto.
Nel frattempo, cominciai a considerare il mio corpo sotto un'altra luce. Per la prima volta
imparai a riconoscere che le piccole protuberanze che avevo sul petto servivano per il latte, e la
somiglianza fisica con le mammelle delle mucche divenne all'improvviso inequivocabile. Buffo come
persino le donne si dimentichino a cosa servano i seni.
Anche la fessura tra le mie cosce si trasform. Perdette il suo carattere irriverente e osceno, o
quantomeno assunse un diverso genere di oscenit. Le labbra non sembravano pi aprirsi su uno spazio
chiuso e accogliente, ma su una sorta di abisso. Il passaggio stesso divenne una strada per l'altrove, per
un luogo reale, e non solo per un territorio oscuro nella mia mente. Il piacere della carne cambi
significato, si mut in una trappola, uno zuccherino per favorire il perpetuarsi della specie, come il
lecca-lecca che una volta ricevetti dal dentista.
Tutto quello che mi rendeva bella era connaturato alla maternit, e il desiderio che gli uomini
mi trovassero attraente era l'artifizio di un corpo creato per espellere il proprio rimpiazzo. Non
pretendo di essere la prima donna ad aver scoperto la storia dell'ape e dei fiori, ma tutto ci era nuovo
per me. E, in tutta franchezza, non ero poi tanto decisa. Mi sentivo sacrificabile, sprecata, inglobata in
un grande progetto biologico che non avevo avviato io, che non avevo scelto, che mi aveva prodotto,
ma che mi avrebbe anche masticata e sputata. Mi sentivo usata.
Sono sicura che ti ricordi di quelle litigate sugli alcolici. Secondo te non avrei dovuto bere per
niente. Io recalcitravo. Non appena avessi scoperto di essere incinta io, non noi  non sono fatta per la
prima persona plurale  mi sarei data una calmata, ma sarebbero potuti passare degli anni, durante i
quali non ero preparata a trascorrere le serate a bere solo latte. Molteplici generazioni di donne hanno
brindato alla loro gravidanza: hanno tutte messo al mondo dei ritardati?
Mettesti il broncio. Appena mi versavo un secondo bicchiere di vino ammutolivi. Questo
toglieva tutto il gusto alle bevute, cosa che del resto era nelle tue intenzioni. Accigliato, borbottavi che
al mio posto tu avresti smesso di bere, e s, per anni se fosse stato necessario. Non dubito che l'avresti
fatto. Io avrei permesso alla condizione di genitore di modificare le nostre abitudini, tu avresti
permesso alla condizione di genitore di dettar legge sulle nostre abitudini. Ti sembrer un sofisma, ma
le due cose sono diverse come il giorno e la notte.
Mi fu risparmiato il clich cinematografico di passare le mattinate in bagno a vomitare, ma non
sembra rientrare tra gli interessi dei cineasti il fatto che una donna possa non avere le nausee mattutine.
Tu ti offristi di accompagnarmi con i campioni di urina, ma io ti dissuasi: Non  che devo fare un test
per vedere se ho il cancro.
Dalla ginecologa, consegnai la provetta in fretta, per mascherare l'imbarazzo che mi provocava
porgere i miei liquidi maleodoranti a una sconosciuta, e aspettai nell'anticamera. La dottoressa
Rhinestein  una donna fredda, giovane per la sua professione, con un temperamento distaccato,
clinico, adatto agli esperimenti sui topi  si present dieci minuti dopo e si chin sul tavolo per
annotare qualcosa. Positivo afferm con freddezza.
Quando alz lo sguardo, ebbe una reazione a scoppio ritardato. Sta bene?  diventata bianca.
Sentivo uno strano freddo.
Eva, pensavo che lei volesse rimanere incinta. Questa dovrebbe essere una buona notizia. Lo
disse con severit e riprovazione.
Ebbi l'impressione che se non mi fossi mostrata lieta, mi avrebbe portato via il bambino e lo
avrebbe dato a un'altra donna con la testa a posto, che si sarebbe messa a saltare come la concorrente di
un quiz che ha vinto un'automobile.
Lasci cadere la testa tra le gambe. A quanto pare avevo cominciato a oscillare.
Alla fine riuscii a tirarmi su, ma solo perch la dottoressa sembrava seccata. La ginecologa mi
present una lunga lista di divieti: quello che non potevo fare, quello che non potevo mangiare e quello
che non potevo bere. Per la prima volta mi resi conto che oltrepassata la soglia della maternit,
all'improvviso divieni patrimonio comune, l'equivalente animato di un parco pubblico. L'espressione
evasiva Ora devi mangiare per due, tesoro,  un modo per farti sapere che le tue cene non sono pi
una questione privata; il paese delle libert diventa sempre pi coercitivo, le intrusioni sembrano voler
ricordare che Stai mangiando per tutti noi adesso, per duecento e passa milioni di ficcanaso, ognuno
dei quali ti nega la libert di mangiare una ciambella al posto di un piatto che comprenda tutti e cinque i
principali gruppi alimentari, a base di carboidrati, proteine e verdure in foglia. Il diritto di dare ordini
alle donne incinte senza dubbio trover presto spazio nella Costituzione.
Avevo tutto il pomeriggio per trasformarmi in una raggiante futura mamma. D'istinto, scelsi un
prendisole di cotone, pi sbarazzino che sexy, quindi raccolsi gli ingredienti per una cena altamente
nutriente (la trota di mare saute non poteva essere d'allevamento e nell'insalata dovevo aggiungere i
germogli di soia). Nel frattempo, tentai vari approcci a quella scenetta trita: timida e stordita; divertita e
fintamente disinvolta; esuberante. Oh, tesoro! Nessuno di questi tentativi mi pareva valido. Mentre
spolveravo e mettevo candele nuove nei candelabri, provai coraggiosamente a canticchiare, ma riuscivo
a pensare solo al tema di musical sfarzosi come Hello, Dolly!
Io odio i musical.
Di solito, il tocco finale nelle occasioni liete era la scelta del vino. Fissai inespressiva la nostra
ampia rastrelliera, destinata a coprirsi di polvere. Sai che festa!
Quando sentii il rumore dell'ascensore, che arrivava fin dentro casa, rimasi voltata di spalle e
atteggiai il viso. Dopo una sola occhiata alla collezione di smorfie che tutti facciamo quando
atteggiamo il viso, mi risparmiasti l'annuncio. Sei incinta.
Alzai le spalle. Sembrerebbe di s.
Mi baciasti. Castamente, niente lingua. Allora quando lo hai scoperto... come ti sei sentita?
Stavo per svenire, in verit.
Mi sfiorasti i capelli con delicatezza. Benvenuta nella tua nuova vita.
Siccome mia madre era terrorizzata dagli alcolici quanto da ci che si annidava oltre la soglia di
casa, un bicchiere di vino non aveva mai perso ai miei occhi il suo seducente tocco di illegalit. Non ho
mai avuto un problema con l'alcol, ma la mia vita di adulta  stata caratterizzata da almeno un
bicchiere di vino ogni sera: il tanto decantato Sacro Graal della libert americana.
Adesso cominciavo a capire che l'et adulta non  poi cos diversa dall'infanzia: in entrambi i
casi, tutto sta nel rispetto delle regole. Perci mi versai una flute di succo di mirtillo e brindai
allegramente. La chaim!
Siccome eri ansioso di condividere tutto, ti eri offerto di rinunciare alle bevute per l'intero
periodo della gravidanza, anche se il nostro bambino non avrebbe tratto alcun giovamento dalla tua
rinuncia agli aperitivi. Cominciasti allegramente a buttare gi succo di mirtillo. Sembravi contento di
avere l'occasione di dimostrare quanto per te bere fosse poco importante. Io ero seccata.
Ma comunque tu sei sempre stato attratto dal sacrificio. Per quanto ammirevole, il tuo bisogno
impellente di sacrificare l'esistenza per il bene di un'altra persona poteva dipendere dal fatto che
quando avevi la vita interamente nelle tue mani, non sapevi che fartene. Immolarsi a volte  un'utile
scappatoia. So che questo pu sembrarti poco gentile, ma io credo che il tuo desiderio smodato di
liberarti di te stesso  se questo concetto non  troppo astratto  abbia caricato nostro figlio di un
terribile fardello.
Ricordi quella sera? Avremmo dovuto avere cos tante cose di cui parlare, ma eravamo goffi,
esitanti. Non eravamo pi Eva e Franklin, ma mamma e pap; quella fu la nostra prima cena da
famiglia, una parola e un concetto che mi aveva sempre messo a disagio. Ed ero irascibile, avevo
scartato tutti i nomi che mi proponevi, Steve, George, Mark, perch troppo ordinari. Ti ferii.
Non riuscivo a comunicare con te. Mi sentivo intrappolata, legata a un ceppo. Avevo voglia di
dire: Franklin, non sono sicura che sia una buona idea. Sai che negli ultimi tre mesi non ti permettono
neppure di salire su un aeroplano? E odio questa storia della rettitudine, mantenere una dieta
equilibrata, dare il buon esempio, trovare una buona scuola...
Ma ormai era troppo tardi. Eravamo tenuti a festeggiare. E io ero tenuta a essere entusiasta.
Nel tentativo affannoso di ricostruire il percorso che mi aveva condotta a quel punto, mi torn
alla memoria la serata in cui eri rimasto bloccato nella pineta. Mi illudevo di aver preso la decisione in
maniera avventata in quella sera di maggio, ma la risoluzione risaliva a molto tempo prima, quando mi
ero innamorata del tuo schietto sorriso americano, della tua commovente fede nei picnic.
Senza una bottiglia su cui indugiare, ce ne andammo a letto presto. Eri nervoso, non sapevi se
avremmo dovuto fare sesso, temevi che questo potesse fare male al bambino. Ero gi vittima, come
la principessa della favola, di un'organismo grande come un pisello. Per la prima volta dopo settimane
desideravo davvero fare l'amore, finalmente potevamo scopare perch ne avevamo voglia, e non per
fare la nostra parte per la continuazione della razza. Acconsentisti. Ma fosti tenero in maniera
deprimente.
Mi aspettavo che l'ambivalenza si stemperasse, invece la conflittualit non fece che acuirsi, e
divenne sempre pi un mio segreto. Alla fine mi rassegnai. Penso che l'incertezza non se ne andasse
perch era diversa da come appariva. Non ero davvero ambivalente riguardo alla maternit, in verit,
tu volevi avere un figlio, io non lo volevo. Queste due posizioni messe insieme davano una sensazione
di ambivalenza, ma nonostante fossimo una bellissima coppia, non eravamo la stessa persona. Non
sono mai riuscita a farti piacere le melanzane.
Eva
9 dicembre 2000
Caro Franklin,
so di averti scritto soltanto ieri, ma ora dipendo da questa corrispondenza per interrogarmi a
fondo sulle visite a Chatham. Kevin era di umore particolarmente combattivo. Se n' uscito dal nulla
con la frase: Tu non mi volevi, vero?.
Prima di essere imprigionato come un cane che morde, Kevin non aveva mai pensato di parlare
di me, e a dire il vero considero la domanda incoraggiante. Oh, l'ha tirata fuori con un tono debole e
indeciso, mentre solcava a grandi passi la stanza, ma almeno annoiarsi fino alla morte serve a
qualcosa. Gi in passato doveva essersi reso conto che anche io avevo una vita, per questo aveva deciso
di rovinarla di proposito; ma ora aveva persino scoperto che avevo scelto di avere un figlio e avevo
sacrificato altre ambizioni contrastanti con la maternit. Questa consapevolezza discordava cos tanto
con la diagnosi della psicologa, deficienza empatica, che ho sentito che si meritava una risposta
onesta.
Pensavo di volerti dissi. E tuo padre ti desiderava... disperatamente. Distolsi lo sguardo; sul
volto di Kevin comparve subito una smorfia sarcastica. Forse non avrei dovuto citare, tra tutte le cose,
la tua disperazione. Io adoravo la tua impazienza; ho personalmente approfittato della tua inguaribile
paura della solitudine, ma per i figli questa fame  inquietante, e Kevin trasforma sempre l'inquietudine
in disprezzo.
Pensavi di volermi disse. Hai cambiato idea.
Pensavo di aver bisogno di un cambiamento ribattei. Ma nessuno ha bisogno di un
cambiamento in peggio.
Kevin mi parve trionfante. Per anni mi aveva accusato di essere cattiva. Io rimasi sul concreto,
trattai le emozioni come fatti, perch  questo che sono, e cos azzardai una fragile difesa.
La maternit  stata pi dura di quanto mi aspettassi spiegai. Ero abituata agli aeroporti, alla
vista mare, ai musei. All'improvviso mi sono ritrovata sempre nelle stesse stanze, con il Lego.
Ma io sono uscito dal seminato, disse, con un sorriso inerte, come se le labbra fossero tirate
con degli uncini per garantire il tuo intrattenimento.
Avevo previsto che mi sarebbe toccato pulire il vomito. Preparare biscottini per Natale. Ma
non mi sarei mai aspettata... Lo sguardo di Kevin mi sfid. Non mi sarei mai aspettata che costruire
un legame tra noi, dissi, nella maniera pi diplomatica che mi era possibile sarebbe stato un lavoro
cos duro... Inspirai. Pensavo che l'affetto fosse gratis.
Gratis! mi schern. Neanche alzarsi ogni mattina  gratis.
Non pi ammisi, afflitta. Le esperienze di vita quotidiana mie e di Kevin ora convergevano. Il
tempo penzolava sopra di me come pelle cascante.
Ti  mai venuto in mente, mi disse beffardo che forse io non volevo avere voi?
Nessun'altra coppia ti sarebbe piaciuta pi di noi. Avresti trovato stupida qualunque cosa
avessero fatto per vivere.
Guide turistiche per spilorci? Cercare un'altra sopraelevata per la pubblicit della Cherokee?
Devo ammetterlo, queste sono cose particolarmente stupide.
Visto? esplosi. Onestamente, Kevin... tu ti saresti voluto? Se esiste un po' di giustizia, un
giorno ti sveglierai con te stesso accanto in una culla.
Invece che indietreggiare o saltarmi addosso, si abbandon. Questo aspetto di lui lo accomuna
pi alle persone anziane che ai ragazzini: gli occhi fissi, bassi, la muscolatura molle, un'apatia cos
assoluta che assomiglia a un buco nel quale rischi di precipitare.
Tu pensi che io sia stata crudele con lui, e che per questo si  chiuso in se stesso. Non credo.
Secondo me voleva che fossi crudele, cos come altre persone si danno dei pizzicotti per appurare di
essere svegli. Piuttosto era contrariato perch, nonostante i miei commenti ingiuriosi, non aveva
provato niente. Comunque, credo che sia stata l'immagine ti sveglierai con te stesso accanto a ferirlo
di pi. Si sveglia davvero ogni mattina con se stesso accanto, ed  il motivo per cui ogni giorno alzarsi
gli costa tanto. Franklin, io non ho mai conosciuto nessuno  e i figli si conoscono davvero bene  che
trovasse la propria esistenza un tale fardello. Se ritieni che sia stata io la causa della mancanza di
autostima di Kevin, ripensaci. Scorgevo nei suoi occhi quella stessa espressione vuota gi quando era
un bambino di un anno. Se non altro ora che  diventato una celebrit ha un ottimo concetto di s. C'
una grande differenza tra disprezzarsi e semplicemente non voler essere al mondo.
Andandomene, gli lanciai un osso. Ho lottato duramente per darti il mio cognome.
S, gi, ti ho risolto un problema farfugli. Grazie a me ora tutti quanti sanno come si
scrive.
Dal punto di vista fisico, l'esperienza della gravidanza fu pi semplice di quanto mi aspettassi.
Nel primo trimestre il disagio pi grave risult essere una leggera ritenzione idrica, che se ne and
subito, cos come il debole per le barrette di cioccolato. Il viso si riemp, i tratti spigolosi e androgini si
addolcirono. Avevo un volto pi giovane e femminile, ma, pensavo, un'espressione pi stupida.
Non so quanto mi ci volle per notare che davi per scontato che nostro figlio avrebbe preso il tuo
cognome, e nemmeno sul nome di battesimo concordavamo. Tu proponevi Leonard o Peter. Quando io
ribattei con Engin o Garabet  oppure Selim, il nome di mio nonno paterno  assumesti la stessa
espressione condiscendente che avevo io quando le figlie di Brian mi mostrarono le loro bambole.
Non pu essere che tu mi stia proponendo sul serio di chiamare mio figlio Garabet Plaskett.
Noooo dissi. Garabet Khatchadourian. Suona molto meglio.
Suona come un nome che non ha niente a che vedere con me.
Buffo,  esattamente quello che potrei dire io di Peter Plaskett.
Eravamo al Beach House, quel baretto carino dietro l'angolo sulla Beach Street, che non esiste
pi, temo. Un locale sprecato per bere succo d'arancia, anche se facevano un chili da urlo.
Tamburellasti con le dita. Non potremmo almeno evitare Plaskett-Khatchadourian? Quando
questi signori dei trattini cominceranno a sposarsi tra loro, i bambini avranno cognomi lunghi come
l'intero elenco del telefono. E siccome uno dei due deve comunque cedere,  meglio attenersi alle
tradizioni.
Per tradizione, fino agli anni Settanta, in alcuni stati le donne non potevano essere proprietarie
di immobili. Per tradizione in Medio Oriente andiamo in giro con la testa in un sacco. Per tradizione in
Africa ci tagliano il clitoride come fosse un pezzo di cartilagine...
Mi chiudesti la bocca con un panino. Conferenza chiusa, bimba. Non stiamo parlando di
infibulazione, ma del cognome di nostro figlio.
Gli uomini hanno sempre chiamato i figli con il loro nome, mentre tutto il lavoro lo facciamo
noi. Mi schizzavano fuori le briciole dalla bocca.  ora di invertire rotta.
Perch devo cominciare proprio io? Ges, direi che gli uomini americani sono gi abbastanza
femminucce. Sei tu che ti lamenti che sono tutti dei finocchi mangia quiche che si iscrivono a dei corsi
per imparare a piangere meglio.
Incrociai le braccia e tirai fuori l'artiglieria pesante. Mio padre  nato nel campo di
concentramento di Dierez-Zor. I campi erano strapieni di malattie infettive, e gli armeni non avevano
n cibo n acqua:  sorprendente che sia sopravvissuto, perch i suoi tre fratelli non ce la fecero. Suo
padre, Selim, venne fucilato. Due terzi della famiglia allargata di mia madre, i Serafian, sono stati cos
accuratamente sterminati che non sono sopravvissute neppure le loro storie. Mi dispiace essere pesante,
ma gli anglosassoni non sono certo una specie in via di estinzione. I miei antenati sono stati sterminati
in maniera sistematica, e nessuno ne parla neanche pi, Franklin.
Un milione e mezzo di persone! sottolineasti con un ampio gesto della mano. Ti rendi conto
che quello che i Giovani Turchi hanno fatto agli armeni nel 1915 ha dato a Hitler l'idea
dell'olocausto?
Ti guardai con odio.
Eva, tuo fratello ha due figli. Ci sono un milione di armeni solo negli Stati Uniti. Nessuno 
sul punto di scomparire.
Ma tu ti preoccupi del tuo cognome solo perch  tuo. Io tengo al mio perch... be', perch
penso che sia importante.
Ai miei genitori verrebbe un attacco. Penserebbero che li stia rifiutando. O che sia succube di
te. Penserebbero che sia uno stronzo.
Dovrei farmi venire le vene varicose per un Plaskett?  un nome grossolano!
Sembravi ferito. Non mi avevi mai detto che non ti piaceva il mio cognome.
Scusa.  ovvio che in un certo senso il tuo cognome mi piace, non fosse altro perch  tuo..
Facciamo una cosa proponesti; in questo paese la parte lesa gode di un grande vantaggio. Se
 maschio lo chiamiamo Plaskett. Se  femmina, puoi avere il tuo Khatchadourian.
Spinsi da parte il cestino del pane e ti colpii il petto. Allora per te una femmina non avrebbe
importanza. Se fossi stato iraniano, l'avresti tenuta a casa da scuola. Se fossi stato indiano, l'avresti
venduta a un estraneo in cambio di una mucca. Se fossi stato cinese, l'avresti lasciata morire di fame e
seppellita nel giardino di casa...
Alzasti le braccia al cielo. Va bene, allora sar Plaskett se  femmina. Ma a una condizione:
non voglio uno di quei nomi da mangia-souvlaki per il ragazzo. Un nome americano. Affare fatto?
Era un buon accordo. E con il senno del poi penso che abbiamo fatto la scelta giusta. Nel 1996,
il quattordicenne Barry Loukaitis uccise una professoressa e due studenti mentre teneva in ostaggio
tutta la classe a Moses Lake, nello stato di Washington. Un anno dopo, il tredicenne Tronneal Mangum
spar, uccidendolo, a un ragazzo della sua scuola che gli doveva quaranta dollari. Il mese successivo, il
sedicenne Evan Ramsey uccise uno studente e il preside della scuola, e fer altri due ragazzi a Bethel, in
Alaska. Quell'autunno, il sedicenne Luke Woodham uccise sua madre e due studenti, ferendone altri
sette, a Pearl, nel Mississippi. Due mesi dopo, il quattordicenne Michael Carneal ammazz tre studenti
e ne fer cinque a Paducah, nel Kentucky. La primavera successiva, nel 1998, il tredicenne Mitchell
Johnson e l'undicenne Andrew Golden aprirono il fuoco sulla loro scuola, uccidendo un insegnante e
quattro studenti, e ferendone dieci a Jonesboro, nell'Arkansas. Un mese dopo, il quattordicenne
Andrew Wurst uccise un professore e fer tre studenti a Edinboro, Pennsylvania. Il mese successivo a
Springfield, Oregon, il quindicenne Kip Kinkel massacr entrambi i genitori, per poi uccidere due
studenti e ferirne venticinque. Nel 1999, appena dieci giorni dopo un certo gioved, il diciottenne Eric
Hassen e il diciassettenne Dylan Klebold misero una bomba nella loro scuola di Littleton, nel
Colorado, e diedero vita a una sparatoria in cui rimasero uccisi un insegnante e dodici studenti, mentre
ventitr riportarono ferite gravi. Alla fine si spararono. Perci il giovane Kevin  nome scelto da te  
venuto fuori perfettamente americano, proprio come Smith & Wesson.
Quanto al cognome, nostro figlio ha fatto di pi per tenere vivo il nome dei Khatchadourian di
quanto abbia fatto qualsiasi altro membro della mia famiglia.
Come molti dei nostri vicini che si attaccano alla tragedia per distinguersi dalla folla 
schiavit, incesto, suicidio  io avevo esagerato i miei tratti etnici per fare colpo sulla gente. Ho
imparato che la tragedia non deve mai essere capitalizzata. Solo gli illesi, i ben nutriti e i soddisfatti
possono desiderare la sofferenza come fosse una giacca firmata. Io donerei subito la mia storia
all'Esercito della Salvezza, perch qualche altra stracciona bisognosa di un po' di colore possa
indossarla.
Il nome? Penso che volessi semplicemente rendere il bambino mio. Non riuscivo a scuotere via
la sensazione di essere stata vittima di un'appropriazione indebita. Anche quando feci l'ecografia e la
dottoressa Rhinestein spost il dito attorno a una massa che si muoveva sul monitor, pensai Chi 
quello?. Sebbene fosse sotto la mia pelle, quell'essere nuotava in un altro mondo, mi sembrava
distante. E un feto prova dei sentimenti? Non potevo in alcun modo prevedere che avrei continuato a
pormi quella domanda fino a che Kevin avesse compiuto quindici anni.
Confesso che quando la dottoressa Rhinestein punt il sonar tra le gambe del feto, mi sentii
venir meno. Secondo il nostro accordo io ora portavo in grembo un Khatchadourian, eppure il
semplice fatto di mettere il mio nome sui documenti non sarebbe stato sufficiente a legare il bambino
alla madre. E anche se mi piaceva la compagnia degli uomini  mi piaceva la loro natura concreta, ero
incline a confondere l'aggressivit con l'onest, e disprezzavo l'eccessiva delicatezza  non ero del
tutto sicura riguardo ai ragazzi.
Quando avevo otto o nove anni, e ancora una volta mia madre mi aveva mandato a sbrigare
qualche commissione complicata per cui ci sarebbe voluto un adulto, venni molestata da un gruppo di
ragazzini non molto pi grandi di me. Oh, non mi violentarono, mi sollevarono il vestito e mi
abbassarono le mutandine, mi tirarono un po' di terra e scapparono via. Comunque, io mi spaventai. Da
grande, continuai a tenermi alla larga dagli undicenni nei parchi: li vedevo dietro i cespugli con la patta
abbassata, che mi guardavano maliziosi da sopra le spalle e ridacchiavano. Prima ancora di avere un
ragazzo, avevo gi paura di loro. E oggigiorno, be', penso di essere spaventata pressoch da tutti.
Perch per quanto possiamo stringere gli occhi per confondere i due sessi in un'unica macchia
indistinta, sono pochi gli uomini a cui accelera il battito cardiaco nel passare davanti a un gruppetto di
scolarette ridanciane, mentre qualsiasi donna che cammini davanti a un gruppo di ragazzotti ubriachi di
testosterone e non aumenti l'andatura, non eviti di incrociare gli sguardi  cosa che potrebbe far
pensare a una sfida o a un invito  e non sospiri con sollievo quando raggiunge l'isolato successivo, 
un'ignorante in materia di zoologia. Un ragazzo  sempre un animale pericoloso.
 diverso per gli uomini? Non gliel'ho mai chiesto. Forse loro sono pi trasparenti, mostrano in
pubblico le loro paranoie, si valorizzano l'un l'altro, parlano della normalit di avere il pene ricurvo.
Certo la notizia che avresti dato asilo a uno di quei sacri diavoletti nella tua casa ti delizi
oltremisura. Dovesti mascherare un po' l'entusiasmo. Il sesso del bambino ti diede ancora di pi la
certezza che fosse tuo, tuo, tuo.
Onestamente, Franklin, il tuo atteggiamento possessivo era intollerabile. Se attraversavo la
strada senza guardare, tu non ti preoccupavi per la mia incolumit personale, ma ti sentivi offeso dalla
mancanza di senso di responsabilit. I rischi che correvo  e io non facevo altro che vivere la vita
nella maniera pi normale  secondo te tradivano un atteggiamento sprezzante nei confronti di una tua
propriet. Ogni volta che uscivo di casa, lo giuro, mi guardavi in cagnesco, come se stessi portando via
senza chiederti il permesso uno dei tuoi preziosi possedimenti.
Non mi permettevi nemmeno di ballare, Franklin! Un pomeriggio la mia ansia sottile ma
indistruttibile si era, grazie al cielo, diradata. Misi su Speaking in Tongues dei Talking Heads e iniziai
allegramente a dimenarmi per il loft. L'album era ancora alla prima canzone, Burning Down the House,
e io avevo a malapena cominciato a sudare quando sentii l'ascensore, e tu entrasti. Sollevasti la puntina
con un gesto perentorio e graffiasti il vinile. Da quel giorno il disco salta in quel punto e si incanta. Per
farlo continuare devo andare ad abbassare la testina con un dito.
Ehi! dissi. Che c'?
Cosa cazzo credi di fare?
Per una volta mi stavo divertendo.  illegale?
Mi afferrasti gli avambracci. Stai cercando di perdere il bambino? Oppure vuoi solo giocare
con il fato?
Mi divincolai. Non pensavo che la gravidanza fosse una condanna alla prigione.
Saltare in giro... buttarti contro i mobili...
Oh, piantala, Franklin. Non  passato molto tempo da quando le donne lavoravano nei campi
finch non mettevano al mondo i bambini accovacciate tra due file di ortaggi. Ai vecchi tempi, i figli
nascevano davvero sotto i cavoli...
Ai vecchi tempi, l'infanzia e la morale materna erano tenute in grande considerazione!
Cosa te ne frega della morale materna? A te basterebbe che tirassero fuori il bambino dal mio
corpo senza vita, saresti comunque al settimo cielo.
Hai detto una cosa terribile.
Sono dell'umore di essere terribile dissi in tono cupo, e mi lasciai cadere sul divano. Anche
se prima che Super Pap tornasse a casa, ero di ottimo umore.
Ancora due mesi.  un sacrificio cos grande stare tranquilla per il benessere di un'altra
persona?
Ragazzi, non ne potevo pi di avere sulle mie spalle il benessere di un'altra persona. A quanto
pare il mio benessere non conta pi niente.
Non c' alcuna ragione per cui tu non possa ascoltare la musica, anche se sarebbe meglio
tenere un volume che non costringesse John a battere sul soffitto. Rimettesti la puntina all'inizio del
lato A, abbassando cos tanto il volume da far sembrare che David Byrne avesse la voce di Minnie.
Ma come tutte le donne in attesa, puoi stare seduta l e tenere il tempo con il piede.
Non so se sia il caso dissi. Tutte quelle vibrazioni... potrebbero risalire fino al Piccolo Lord
e turbare i suoi sonni di bellezza. E non sarebbe meglio se ascoltassi Mozart? Magari i Talkin Heads
non sono adatti. Forse, ascoltando Psycho Killer gli instilliamo cattivi pensieri. Sarebbe meglio
controllare.
Tu leggevi tutti quei libri su come diventare buoni genitori, sulla respirazione delle partorienti,
sui dentini e sullo svezzamento, mentre io leggevo la storia del Portogallo.
Smettila di compatirti, Eva. Pensavo che questa cosa di diventare genitori fosse un motivo di
crescita.
Se avessi realizzato quello che significava per te, questa maturit falsa e affettata, avrei
riconsiderato tutta la faccenda.
Non dire mai pi una cosa del genere dicesti. Avevi il viso rosso come una barbabietola. 
troppo tardi per i ripensamenti. Non dirmi mai pi che ti sei pentita di avere un figlio.
E allora scoppiai a piangere. Avevo condiviso con te le mie pi sordide fantasie sessuali, avevo
violato a tal punto le norme dell'eterosessualit che, se non mi soccorresse la tua capacit di essere
scurrile anche nei pensieri, ora non riuscirei neanche a parlarne. E adesso... da quando c'era qualcosa
che uno di noi non avrebbe mai dovuto dire?
Baby what did you expect... Baby what did you expect...
Baby, che ti aspettavi?
La traccia aveva cominciato a saltare.
Eva
12 dicembre 2000
Caro Franklin,
be', non ho voglia di trattenermi in agenzia oggi. Lo staff  passato dalle dispute spensierate a
una guerra in piena regola. Osservare le liti nel nostro piccolo ufficio senza prenderne parte ha reso
queste scene leggermente comiche, fredde, come se le guardassi alla televisione con il volume al
minimo.
Mi sfugge il motivo per cui la Florida sia diventata una questione razziale, anche se presto o
tardi in questo paese tutto diventa una questione razziale, pi presto che tardi, di norma. Perci gli altri
tre democratici hanno tirato fuori termini come Jim Crow ai due repubblicani assediati, che si sono
rinchiusi insieme nella stanza sul retro a parlare sottovoce, a cospirare e a condividere il loro
puritanesimo. Buffo, prima delle elezioni nessuno sembrava mostrare alcun interesse verso quella che
veniva comunemente considerata una sfida noiosa.
Comunque, oggi si aspetta una decisione della Corte Suprema, e la radio  rimasta accesa tutto
il giorno. Le recriminazioni dei miei colleghi saettavano furiose, tanto che pi di un cliente,
abbandonato al bancone, ha deciso semplicemente di andarsene. Alla lunga ho fatto lo stesso anch'io.
Mentre i due conservatori tendono a parlare in difesa della loro parte, i liberal intervengono sempre per
il bene della verit, della giustizia, dell'umanit. Una volta ero anche io una convinta democratica, ma
da molto tempo ho rinunciato alla pretesa di difendere l'umanit. La maggior parte dei giorni anche
solo difendere me stessa trascende le mie forze.
Spero che questa corrispondenza non scivoli in una sorta di auto-giustificazione, ma, allo stesso
tempo, non vorrei neppure dare l'impressione di voler sostenere che quello che ha fatto Kevin sia tutta
colpa mia. Anche io a volte cedo a questa semplificazione, assetata mi abbevero alla fonte del senso di
colpa. Ma ho detto cedo. Sento crescere il prestigio personale con questi mea culpa,  una sorta di
vanit. La colpa conferisce uno strano potere. E rende tutto pi semplice, non solo per gli spettatori e le
vittime, ma soprattutto per i colpevoli. Mette ordine tra le rovine. La colpa porta con s una lezione
semplice e chiara nella quale gli altri possono trovare conforto: se solo non avesse.... E in questo modo
rende la tragedia evitabile. Si pu anche trovare un fragile senso di pace nell'assumersi la
responsabilit, e vedo che talvolta questo riesce a calmare persino Kevin.  un aspetto che i suoi
custodi confondono con la mancanza di rimorso.
Ma per me crogiolarmi nel senso di colpa non funziona mai. Non sono capace di portare l'intera
storia dentro di me.  pi grande di me. Ha danneggiato troppe persone, zie, cugini e migliori amici che
non conoscer mai e che, se li incontrassi, non riconoscerei. Non posso tutto d'un tratto contenere la
sofferenza di cos tante famiglie che cenano con una sedia vuota.
Certo, il solo fatto che non riesca a trangugiare tutto quel biasimo, non significa che gli altri non
me lo riversino comunque addosso. Sarei lieta di prendere la responsabilit su di me, se fossi certa che
questo farebbe del bene a qualcuno. Torno sempre a Mary Woolford, la cui esperienza con l'ingiustizia
fino a quel momento si era limitata a un senso unico inatteso. Immagino che potrei definirla viziata. Si
angosciava se Laura non riusciva a entrare nella squadra di atletica, nonostante sua figlia, comunque
adorabile, fosse una ragazza languida e per niente sportiva. Ma non sarebbe giusto considerare una
pecca del carattere il fatto che la vita di qualcuno sia sempre andata per il verso giusto, senza il minimo
inconveniente. Per di pi, era una donna irrequieta, e come i miei colleghi democratici, portata per
natura all'indignazione. Prima del gioved, era stata abituata a dare libero sfogo al suo sdegno  che
altrimenti, presumo, si sarebbe sedimentato dentro di lei fino all'autocombustione  lanciandosi in
campagne per convincere il consiglio comunale ad approvare un nuovo passaggio pedonale o a bandire
i ricoveri per i senzatetto da Gladstone. Pertanto, fino a quel momento, la negazione dei fondi per tale
passaggio o l'arrivo di qualche capellone nel quartiere avevano rappresentato la sua versione di
catastrofe. Non so come sia possibile che questa gente, dopo essersi battuta con tutte le proprie forze su
questioni come il traffico, riesca a convivere con un disastro vero e proprio.
Posso capire perch una donna che non riusciva a riposare per colpa di un pisello sotto il suo
materasso abbia difficolt a sdraiarsi su un'incudine. Nonostante ci, mi dispiace che non sia potuta
rimanere entro le solide e quiete mura della semplice costernazione. Oh, mi rendo conto che tu non
saresti capace di sentirti smarrito  il bisogno di comprendere, o quantomeno di fingere di
comprendere,  troppo grande  ma io stessa ho trovato nella mistificazione un luogo della mente beato
e tranquillo. Temo che lo sdegno di Mary, la sua febbre evangelica di portare alla luce la colpa, sia un
posto chiassoso che crea l'illusione del viaggio, una meta che si vuole raggiungere, ma solo fintanto
che rimane irraggiungibile. In tutta franchezza, al processo civile dovetti reprimere l'impulso di
prenderla da parte e dirle: Non penserai sul serio che ti sentiresti meglio se vincessi la causa, vero?.
A dire la verit, comincio a convincermi che avrebbe trovato maggior consolazione se quello che era
un palese caso di negligenza fosse stato rigettato, perch cos avrebbe avuto la possibilit di coltivare il
proprio universo teorico alternativo nel quale era riuscita a scaricare la propria agonia su una madre
senza cuore e indifferente, che si meritava quello che le era successo. In qualche modo, Mary sembrava
confusa, non capiva l'oggetto della questione. Il problema non era chi sarebbe stato punito per cosa. Il
problema era che sua figlia era morta. Ero molto comprensiva, ma quella non era una questione che si
potesse scaricare su chicchessia.
Tra l'altro, se un curioso alone di incensurabilit non circondasse proprio quelle persone che si
sentono assediate da tutte le parti da agenti del male, sarei meglio disposta verso la visione
ultrasecolare per cui deve esserci sempre un responsabile quando capita qualcosa di brutto. Cio,
sembra che proprio le stesse persone che, in caso di terremoto, farebbero causa alla ditta che gli ha
costruito la casa siano le prime a sostenere che il loro figlio  stato bocciato in matematica per colpa di
un disturbo patologico dell'attenzione, e non perch ha passato la vigilia dell'esame in un negozio di
video invece che a studiare le frazioni. Inoltre, alla base di questa difficile relazione con la tragedia  il
segno distintivo della middle-class americana  si annida la convinzione che le cose brutte
semplicemente non dovrebbero accadere. Sai che io non sono molto religiosa, visto che da bambina mi
sono state propinate tutte quelle fandonie ortodosse (anche se per fortuna quando avevo undici anni mia
madre non se la sentiva pi di arrivare fino alla chiesa, a quattro isolati da casa, e celebrava in prima
persona nel nostro salotto), ma mi sorprende ancora che un popolo possa essere divenuto cos
antropocentrico da ritenere che qualsiasi evento, dall'eruzione dei vulcani al riscaldamento del pianeta,
sia un argomento su cui ogni individuo pu esprimere la propria opinione. Anche l'evoluzione della
specie  un atto  visto che manca una parola migliore  di Dio. Da parte mia, io dubito che dare alla
luce un figlio pericoloso per la societ sia un atto di Dio, ma del resto qui sta il fulcro del processo a
mio carico.
Harvey ha sempre sostenuto che avrei dovuto patteggiare. Ricordi Harvey Landsdown? Pensavi
che fosse un tipo presuntuoso. Lo . Ma racconta delle storie meravigliose. Ora va a cena da altra gente,
e racconta storie su di me.
Harvey mi innervosiva un po', visto che  uno di quei tipi che vanno dritti al sodo. Nel suo
ufficio, io farfugliavo, divagavo, mentre lui giocherellava con i documenti, per sottintendere che gli
stavo facendo perdere tempo, e che buttavo via i miei soldi. Avevamo un punto di vista inconciliabile
sul concetto di verit. Lui voleva sostanza, io pensavo che si potesse arrivare alla sostanza solo
mettendo insieme tutti quei piccoli aneddoti che, finch non li accumuli, sembrano privi di significato.
Forse  questo che cerco di fare qui, Franklin, perch, nonostante cercassi di rispondere alle sue
domande in modo diretto, ogni volta che facevo dichiarazioni semplici in mia discolpa, come Certo
che amo mio figlio, sentivo che stavo mentendo, e che qualsiasi giudice o giuria mi avrebbe scoperto.
Ad Harvey non importava.  uno di quegli avvocati che considerano la legge come un gioco, e
non come una sacra rappresentazione. Mi  stato detto che  il tipo che preferisci. Harvey amava
ripetere che avere ragione non aveva mai fatto vincere nessuno, e mi lasci persino con la vaga
sensazione che essere dalla parte del giusto costituisse un leggero svantaggio.
I suoi ragionamenti erano rigidamente monetari, e immagino che sia cos che si decidono molte
cause. Mi avvis che avremmo potuto offrire ai genitori un risarcimento molto minore di quello che ci
sarebbe stato chiesto da una giuria influenzata dall'aspetto emotivo. E soprattutto, non avevamo alcuna
garanzia che le spese processuali ci sarebbero state rimborsate, neppure se avessimo vinto. Perci
questo significava, lo scoprii con il tempo, che in un paese dove sei innocente finch non viene
provata la tua colpevolezza qualcuno avrebbe potuto accusarmi di ci che voleva e io avrei perso
centinaia di migliaia di dollari anche se avessi dimostrato l'infondatezza delle imputazioni. Benvenuta
negli Stati Uniti d'America mi disse Harvey. A lui non interessava che fossi esasperata.
Con il senno di poi, aveva ragione lui, riguardo al denaro, intendo. Ho riflettuto molto sul
perch io abbia permesso a Mary di portare il nostro caso in tribunale nonostante il mio legale me lo
avesse sconsigliato. Ero arrabbiata. Forse avevo commesso qualche errore, ma mi pareva di aver gi
pagato abbastanza. Nessuna corte avrebbe potuto condannarmi a una pena peggiore di questa esistenza
arida nel mio squallido appartamento, con il petto di pollo e il cavolo, la lampadina tremula, le
meccaniche visite bimensili a Chatham; o ancora peggio, dei sedici anni di vita trascorsi con un
ragazzo che, come lui stesso ha affermato, non mi voleva come madre e mi offriva quasi ogni giorno
delle buone ragioni per non volerlo come figlio.
Comunque, mi rammarico di non aver compreso che un verdetto di colpevolezza non avrebbe
mai alleviato il dolore di Mary, e un giudizio pi tenero non avrebbe ammorbidito il mio senso di
colpa. Mi rattrista ammettere che in buona parte devo essere stata motivata da un disperato desiderio di
essere scagionata pubblicamente.
Ma ahim, non era della pubblica assoluzione che avevo bisogno, e questo deve essere il motivo
per cui sono rimasta sveglia notte dopo notte a ricostruire tutti i dettagli che potevano incriminarmi.
Osservate questo triste campionario: una donna matura, felicemente sposata, di quasi trentasette anni
viene informata di essere incinta, e quasi sviene per l'orrore; reazione che tiene nascosta al marito, che
 in visibilio. Invece che gioire per il miracolo di una nuova vita che cresce dentro di lei, sceglie di
lamentarsi per la rinuncia al vino e per le vene varicose. Si scatena in salotto al ritmo di una musicaccia
popolare, senza alcuna considerazione per la salute del nascituro.
Riconosco che il ritratto che sto tracciando non  affatto attraente; a proposito, non ricordo
l'ultima volta in cui mi sono sentita attraente, per me stessa o per qualcun altro. In effetti, molti anni
prima di rimanere incinta, incontrai una ragazza al White Horse, al Village, avevamo fatto il college
insieme a Green Bay. Non ci sentivamo da allora. Aveva di recente dato alla luce il suo primo figlio, e
fu sufficiente che le dicessi Ciao perch cominciasse a vomitarmi addosso la sua disperazione.
Muscolosa, con le spalle insolitamente ampie e lunghi ricci neri, Rita era una donna attraente, in senso
fisico. Senza che la sollecitassi in alcun modo, mi parl del suo corpo perfetto prima del concepimento.
A quanto pare andava in palestra tutti i giorni, e i suoi muscoli non erano mai stati cos definiti, il
rapporto massa grassa/massa muscolare era irreale, le condizioni aerobiche al top. Poi la gravidanza,
be', fu terribile. La palestra non faceva pi per lei, dovette smettere. Ora... ora era un casino, riusciva a
mala pena a fare un paio di addominali, figuriamoci una serie decente di piegamenti. Doveva
ricominciare da zero, o peggio... Quella donna fumava di rabbia, Franklin; la sentii lamentarsi dei suoi
muscoli addominali mentre mi allontanavo lungo la strada. Non pronunci nemmeno una volta il nome
del bambino, n mi disse il sesso, l'et o chi fosse il padre. Mi ricordo che indietreggiai, chiesi scusa,
andai verso il bar e sgattaiolai fuori senza salutarla. Ecco quello che mi aveva mortificato di pi, quello
da cui ero dovuta fuggire: non mi era parsa solo insensibile e narcisista, ma anche del tutto simile a me.
Non so dire se mi sia pentita della decisione di avere un figlio ancora prima che nascesse. 
difficile per me ricostruire quel periodo senza contaminare i ricordi con gli enormi rimpianti di questi
ultimi anni, rimpianti che distruggono le barriere del tempo e si insinuano nel periodo in cui Kevin non
c'era ancora. Ma l'ultima cosa che vorrei fare  imbellettare il mio ruolo in questa storia terribile. Detto
questo, sono determinata ad accettare le dovute responsabilit per ogni pensiero capriccioso, ogni
insolenza, ogni momento di egoismo, non allo scopo di prendere su di me tutta la colpa ma per
ammettere che queste sono le mie colpe, ma c' un punto, un punto preciso dove traccio una linea e
dall'altra parte, quelle, quelle colpe non sono mie, Franklin.
Eppure per tracciare quella linea temo di dover avanzare fino al limite.
Verso l'ultimo mese, la gravidanza fu persino divertente. Ero cos goffa che quella condizione
rappresentava una sciocca novit, e per una donna che era sempre stata consapevolmente azzimata, era
un sollievo trasformarsi in una mucca. Come vive l'altra met, e non solo met, visto che il 1998 ha
segnato il traguardo per cui pi del cinquanta per cento degli abitanti degli Stati Uniti erano obesi.
Kevin era in ritardo di due settimane. Con il senno di poi, sono convinta che stesse puntando i
piedi persino nell'utero: si stava nascondendo. Forse non ero l'unica in questo esperimento ad avere
delle riserve.
Perch tu non sei mai stato torturato dai nostri dubbi? Dovetti dissuaderti dal comprare
coniglietti, carrozzine e copertine ricamate prima del parto. Cosa sarebbe successo se avessi notato che
qualcosa andava male? Saresti riuscito a riprenderti dalla botta? Tu dicevi che pensare alle disgrazie
significava corteggiarle. Siccome avevo pi di trentacinque anni avrei dovuto fare l'esame per la
sindrome di Down; tu ti opponesti strenuamente. Possono darti solo una percentuale. Vuoi dirmi che
se ti dicono uno su cinquecento vai avanti, mentre se ti dicono uno su cinquanta lo butti via e ricominci
daccapo?
Certo che no risposi.
Uno su dieci, allora. Uno su tre. Qual  il limite? Perch costringerti a prendere una decisione
del genere?
I tuoi argomenti erano convincenti, anche se mi chiedo se dietro di essi non si celasse una
visione romantica dell'avere un figlio handicappato: un emissario di Dio goffo ma dolce che insegna ai
suoi genitori che nella vita c' di pi dell'intelligenza, un'anima sincera cui si rivolge lo stesso tipo di
affetto bonario riservato agli animali domestici. Curioso di assaporare l'assurdo cocktail genetico
miscelato dai nostri DNA, devi aver flirtato con la prospettiva di tutti quei punti bont che avresti
ricevuto per la tua straordinaria abnegazione: la tua pazienza quando avresti impiegato sei mesi di
lezioni quotidiane per insegnare al nostro caro rimbambito ad allacciarsi le scarpe sarebbe stata
sovrumana; generoso e fieramente protettivo, avresti scoperto dentro di te un pozzo di bont nel quale
tua moglie, la signora domani parto per la Guyana non si sarebbe mai immersa; dopo un po' avresti
abbandonato il lavoro per dedicarti a tempo pieno al nostro bambino, un metro a tre anni; i vicini
avrebbero magnificato la tua pacifica rassegnazione di fronte a quello che la vita ci aveva assegnato, la
capacit di incassare i colpi con maturit, di affrontare con serenit quello che altri nella nostra cultura
e nella nostra condizione sociale avrebbero considerato una tragedia. Desideravi disperatamente gettarti
in questa faccenda della paternit, non  vero? Ti saresti lanciato da una rupe, ti saresti gettato nel
fuoco. La nostra vita insieme era cos insopportabile per te? Cos desolante?
Non te lo dissi mai, ma feci il test di nascosto. L'ottimismo del risultato (all'incirca uno su
cento) mi permise ancora una volta di eludere l'enormit delle nostre differenze. Io ero selettiva. Il mio
approccio alla maternit era condizionato, e le condizioni erano rigide. Io non volevo essere la madre di
un imbecille o di un paraplegico; ogni volta che vedevo una donna affaticata spingere sulla carrozzella
la progenie distrofica per andare a fare la terapia acquatica all'ospedale di Nyack, non mi sentivo
sciogliere il cuore, me lo sentivo sprofondare. In verit una lista sincera dei soggetti che non avrei
voluto allevare, dallo sfigato all'obeso, sarebbe stata lunga almeno due pagine. Con il senno di poi,
comunque, il mio errore non fu fare il test in segreto, ma trovare rassicurazione nei risultati. Con
quell'esame la dottoressa Rhinestein non poteva riconoscere la malizia, la sfacciata indifferenza o la
crudelt congenita.
Quanto al parto, avevo sempre mantenuto un atteggiamento da macho di fronte al dolore, che
serviva soltanto a dimostrare che non avevo mai sofferto di una malattia debilitante, non mi ero mai
rotta un osso e non ero mai rimasta incastrata tra le lamiere in un incidente stradale. Onestamente,
Franklin, non so da dove mi fosse venuta questa idea di essere una dura. Ero la Mary Woolford del
mondo fisico. Il mio concetto di dolore derivava dai piedi calpestati, dai gomiti sbucciati, dai dolori
mestruali. Sapevo cosa si provava a essere un po' dolorante dopo il primo giorno della stagione di
squash; non avevo idea di cosa si provasse a perdere una mano in una macchina industriale o a farsi
spappolare una gamba sull'autostrada. Eppure, quanto  facile lasciare che gli altri ci mitizzino, per
quanto l'immagine che si formano di noi sia inverosimile. Per te la mia reazione blas quando mi
tagliavo un dito in cucina era sufficiente a dimostrare che sarei stata capace, con lo stesso stoicismo, di
far uscire una cosa grande come un agnello arrosto da un orifizio che fino a quel momento non aveva
mai lasciato passare nulla di pi grande di un wrstel. Non ci fu neppure bisogno di dire che avrei
evitato l'anestesia.
Non mi baster una vita per capire cosa stessimo cercando di dimostrare. Per parte tua, forse
che ero quell'eroina che desideravi aver sposato. Per parte mia, mi ero trovata invischiata in quella
piccola competizione tra donne riguardo al parto. Persino Louise, la pudica moglie di Brian, era riuscita
a sopportare ventisei ore di travaglio con il solo ausilio di una tazza di t al lampone: una preziosa
leggenda familiare che mi raccont in tre diverse occasioni. Al corso per il parto naturale che seguii
alla New School sentii centinaia di racconti di questo genere, anche se potrei scommettere che molte di
quelle allieve che dicevano Voglio sentire cosa si prova siano crollate e abbiano invocato l'epidurale
alla prima contrazione.
Non io. Io non ero coraggiosa, ma ostinata e orgogliosa. L'ostinazione  molto pi resistente del
coraggio, anche se non altrettanto piacevole.
Perci la prima volta che mi sentii torcere le interiora  mi pareva che mi strizzassero come un
lenzuolo bagnato  strabuzzai gli occhi, alzai le palpebre per la sorpresa; strinsi le labbra. Ti
impressionai con la mia calma. Volevo fare colpo su di te. Stavamo ancora pranzando al Beach House,
e decisi che sarebbe stato meglio non finire il chili. Mostrando tutta la tua generosit, ingoiasti un
pezzo di focaccia di granoturco prima di andare in bagno a prendere un montagna di fazzoletti di carta;
mi si erano rotte le acque, litri di acqua, o almeno cos sembrava, e avevo inzuppato la sedia. Pagasti il
conto e ti ricordasti persino di lasciare la mancia prima di riaccompagnarmi al loft tenendomi per
mano. Controllasti l'orologio. Ci saremmo risparmiati l'imbarazzo di presentarci al Beth Israel ore
prima che il collo del mio utero cominciasse a dilatarsi.
Pi tardi quel pomeriggio, mentre guidavi il tuo pick-up blu sulla Canal Street, mormorasti che
sarebbe andato tutto bene, anche se non potevi saperlo. All'accettazione, fui colpita dalla mancanza di
singolarit della mia condizione; l'infermiera sbadigli, e questo fortific la mia convinzione che sarei
risultata una paziente esemplare. Avrei sorpreso la dottoressa Rhinestein con il mio arcigno
pragmatismo. Sapevo che questo era un processo naturale, e non avrei fatto tanto baccano. Perci
quando un'altra contrazione mi colp come se a sorpresa fossi stata trafitta da un uncino, esalai appena
un piccolo sbuffo.
Oh, Franklin, non serve a niente fingere adesso. Fu terribile. Potevo anche essere dura riguardo
a un certo tipo di dolore, ma con tutta probabilit la forza dimora in me nei polsi o nelle caviglie, non in
mezzo alle gambe. Non avevo mai associato quella parte del mio corpo con la sopportazione, con
qualcosa di cos odioso come lo sforzo fisico. E con il passare delle ore, cominciai a sospettare di
essere troppo vecchia per tutto questo, di essere troppo poco elastica, visto che mi avvicinavo ai
quaranta, per dare spazio a questa nuova vita. La dottoressa Rhinestein prima di tutto disse che ero
piccola, come a voler indicare una mia inadeguatezza, e dopo all'incirca quindici ore, mi ingiunse
severamente: Eva, devi proprio fare uno sforzo. Non mi ero guadagnata la sua ammirazione.
In certi momenti, dopo all'incirca ventiquattro ore, qualche lacrima mi scivol lungo le tempie,
e io l'asciugai con rabbia, non volevo che tu la vedessi. Pi di una volta mi offrirono l'epidurale, e la
mia ostinazione nel rifiutarla cominciava a farmi apparire una demente. Mi impuntai su quel rifiuto,
come se il punto fosse superare un test, e non dare alla luce un bambino. Fintanto che fossi riuscita a
rifiutare l'ago, avrei vinto.
Alla fine la minaccia di un cesareo mi pieg; la dottoressa Rhinestein non fece nulla per
nascondere che aveva altre pazienti che la aspettavano in ambulatorio e che era disgustata dalla mia
performance penosa. Mi terrorizzava in maniera eccessiva l'idea di essere tagliata. Non volevo la
cicatrice; come Rita, mi vergogno a dirlo, ero preoccupata per i muscoli addominali; e la procedura mi
rammentava tutti quei film dell'orrore.
Perci feci uno sforzo, e a quel punto dovetti riconoscere che stavo opponendo resistenza al
parto. Ogni volta che quella massa enorme si avvicinava al canale sottile, la risucchiavo indietro.
Perch faceva male. Faceva un male da morire. In quel corso alla New School, ti martellavano con il
concetto che il dolore era buono, dovevi lasciarti andare, abbandonarti al dolore... oh, solo allora
compresi che consigli da ritardati mi avevano dato. Il dolore buono? Ero sopraffatta dalla rabbia.
Detestavo l'idea di essere distesa come un animale della fattoria con degli estranei che mi guardava-no
in mezzo alle ginocchia piegate. Detestavo il viso affilato, da topo, della dottoressa Rhinestein e i suoi
modi bruschi e critici. Mi odiavo per aver permesso che mi sottoponessero a questo umiliante teatrino,
quando in quel preciso momento avrei potuto essere in Francia. Ripudiai tutte le mie amiche donne,
che per mesi avrebbero solo cianciato di smagliature e rimedi per il mal di stomaco, o avrebbero
allegramente brandito storie orribili sulla pre-eclampsia e la prole autistica che non faceva altro che
dondolarsi avanti e indietro tutto il giorno e mordersi le mani. La tua eterna espressione speranzosa,
incoraggiante, mi dava la nausea. Era molto facile per te desiderare essere un pap, comprare tutte
quelle sciocchezze, quando ero io quella che doveva scoppiare come una scrofa, ero io quella che
doveva trasformarsi in una santarellina astemia che butta gi vitamine, ero io che dovevo guardare il
mio seno diventare enorme, gonfio e irritato, quando prima era cos morbido e piccolo, ed ero io quella
che si sarebbe lacerata per far passare un'anguria da un passaggio della misura di una pompa da
giardino. Ti odiavo, e odiavo il tuo modo di tubare e mormorare, volevo tanto che la smettessi di
tamponarmi la fronte con quell'asciugamano bagnato, come se potesse fare la minima differenza, e
penso che fossi consapevole di farti male alla mano. E s, odiavo persino il bambino, che fino a quel
punto non mi aveva ancora portato speranza per il futuro, storie da raccontare e soddisfazione, ancora
non mi aveva fatto voltare pagina, ma mi aveva procurato solo pesantezza e imbarazzo, e un tremore
sotterraneo che scuoteva l'oceano delle mie certezze.
Ma superata quella soglia incontrai una tale vampata di dolore che non trovai neppure pi la
forza di maledire. Strillai, e non me ne importava niente. Avrei fatto qualsiasi cosa in quel momento
per farlo fermare: avrei impegnato la mia societ, avrei venduto il bambino ai mercanti di schiavi,
ceduto l'anima al diavolo. Per favore... annaspai fatemi l'epidurale!
La dottoressa Rhinestein brontol:  troppo tardi ormai, Eva, se non ce la facevi, dovevi dirlo
prima. Il bambino  quasi fuori. Per amor del cielo, non mollare adesso.
E all'improvviso tutto fin. Pi tardi scherzammo su quanto avevo resistito e su come avevo
implorato un sollievo solo quando ormai era inutile, ma al momento non fu per niente divertente.
Nell'istante preciso della sua nascita, associai Kevin ai miei limiti personali: non solo alla sofferenza,
ma anche alla sconfitta.
Eva
13 dicembre 2000
Caro Franklin,
fino all'11 aprile 1983 mi ero convinta di essere una persona eccezionale. Ma dopo la nascita di
Kevin, ero arrivata a supporre che fossimo tutti profondamente nella norma. (Se per questo, credersi
persone eccezionali  nella norma.) Tutti abbiamo delle esplicite aspettative su noi stessi in situazioni
specifiche, pi che semplici aspettative: necessit. Alcune di queste sono piccole: se ci viene
organizzata una festa a sorpresa, siamo deliziati. Altre sono piuttosto grandi: se un genitore muore,
siamo colpiti dal lutto. Ma forse in coppia con queste aspettative viaggia la paura intima di non riuscire,
al momento cruciale, a rispettare le convenzioni. Temiamo di ricevere la fatidica telefonata  nostra
madre  morta  e di non provare niente. Mi domando se questa quieta, impronunciabile paura non sia
pi acuta del timore della cattiva notizia in s: scoprire di essere dei mostri. Per tutta la durata del
nostro matrimonio io ho vissuto nel terrore che potesse capitarti qualcosa di brutto, ne sarei stata
distrutta. Ma c'era anche una strana ombra, una paura sotterranea: e se non avessi provato nulla? Se
fossi uscita il pomeriggio stesso per andare a giocare a squash?
Il fatto che questa paura sotterranea di rado risalga in superficie, dipende da una fiducia cieca.
Devi continuare a confidare nel fatto che, se dovesse accadere l'impensabile, la disperazione si
abbatterebbe su di te spontaneamente; il cordoglio, per esempio, non  una sensazione da chiamare a
raccolta o un'abilit che hai bisogno di praticare, e lo stesso vale per le gioie di prammatica.
La settimana in cui avrei dovuto compiere dieci anni, sentii che stava succedendo qualcosa.
C'erano sussurri, un armadio che mi avevano ingiunto di non aprire. Se non fossero bastate le strizzate
d'occhio e gli ammiccamenti, Giles canticchi: Avrai una sorpresa!. Nella seconda settimana di
agosto sapevo che il giorno si stava avvicinando, e quando arriv, ero sul punto di scoppiare.
Nel primo pomeriggio del mio compleanno, mi ordinarono di andare nel giardino sul retro.
Sorpresa! Quando venni invitata a rientrare, scoprii che cinque delle mie amiche erano
sgattaiolate dall'ingresso principale mentre io cercavo di sbirciare attraverso le tendine chiuse della
cucina.
Nel nostro salotto straripante, circondavano un tavolo da gioco apparecchiato con la tovaglia di
pizzo e piatti e bicchieri colorati, accanto ai quali mia madre aveva sistemato dei segnaposto in tinta
inscritti con la calligrafia fluida della sua professione. C'erano anche delle decorazioni comprate in un
negozio: ombrellini di bamb in miniatura e trombette. Anche la torta veniva dalla pasticceria, e mia
madre aveva tinto la limonata con un po' di rosa, per conferirle un tocco di allegria.
Senza dubbio vide il mio viso cascare. I bambini sono incapaci di nascondere i sentimenti. Per
tutta la festa fui scontrosa, laconica. Aprii e chiusi il mio ombrellino, ma presto mi stancai anche di
quello. Stranamente, avevo terribilmente invidiato le altre ragazze che erano state a delle feste a cui io
non ero stata invitata e che erano tornate a scuola proprio con quell'ombrellino rosa e blu. In qualche
modo mi ero resa conto che si vendevano in pacchetti da dieci, e che potevano essere acquistati anche
dalla gente come noi, e questo ne diminu il valore pi di quanto possa dire. Due delle ospiti non mi
piacevano neanche tanto. I genitori non ci azzeccano mai con le amicizie dei figli. La torta era
imprigionata in una glassa fondente, come uno strato di plastica, era dolce e insapore; le torte fatte in
casa da mia madre erano migliori. C'erano pi regali del solito, ma l'unica cosa che mi ricordo,  che
furono tutti un'incommensurabile delusione. E fui visitata da una maturit precoce, una terribile
sensazione di ineluttabilit, di quelle che di rado affliggono i bambini: eravamo seduti in quella stanza
e non c'era niente da dire o da fare. Nell'attimo in cui la festa fin, con il pavimento ricoperto di
briciole e cartacce, scoppiai a piangere.
Dovevo sembrare viziata, ma non lo ero affatto. I miei compleanni precedenti erano stati molto
semplici. Ripensandoci, mi sentivo meschina. Mia madre aveva affrontato tanti problemi. I suoi affari
non rendevano pi da molto tempo; poteva lavorare su un bigliettino per pi di un'ora e poi venderlo
per un quarto di dollaro, un prezzo che comunque faceva protestare i suoi clienti. Per la piccola
economia della nostra famiglia, le uscite erano state notevoli. Doveva essere sconcertata; se fosse stata
un tipo diverso di genitore, avrebbe preso a sculacciate il mio didietro ingrato. Cosa mi aspettavo?
Perch quella festa a sorpresa era stata una delusione?
Niente. O niente in particolare, che potessi concretamente delineare nella mia mente. Questo era
il problema. Avevo aspettato qualcosa di pi grande, di smisurato, una cosa tanto meravigliosa da non
poterla neppure concepire. La festa che la mamma mi aveva organizzato era immaginabile in tutto e per
tutto. In realt, se avesse portato una banda di ottoni e una squadra di maghi, io sarei comunque stata
delusa. Nessuna stravaganza avrebbe sortito un effetto diverso, perch sarebbe stata comunque definita,
una cosa e non un'altra. Sarebbe stata solo ci che era.
Il punto , non so cosa mi aspettavo che succedesse quando per la prima volta mi avvicinarono
Kevin al seno. Non mi aspettavo nulla in particolare. Volevo quello che non potevo immaginare.
Volevo essere trasformata; volevo essere trasportata. Volevo una porta da aprire e volevo che di fronte
a me si spalancasse un panorama nuovo, che non sapevo neppure esistesse, da cui ancora non eravamo
stati banditi. Ma una cosa l'avevo imparata alla festa del mio decimo compleanno: le aspettative,
quando sono al contempo elevate e indefinite, sono molto pericolose.
La dottoressa Rhinestein mi fece dondolare il neonato davanti ai seni, appoggi su di me quella
piccola creatura con dolorosa delicatezza. Kevin era umido, e il sangue gli increspava il collo, le pieghe
degli arti. Lo cinsi con diffidenza. Sul viso contorto aveva un'espressione di malcontento. Il corpo era
inerte; potevo interpretare la sua apatia solo come una mancanza di entusiasmo. Succhiare  uno dei
nostri pochi istinti innati, ma con la bocca in prossimit del mio capezzolo largo e marrone, la sua testa
ciondolava con disprezzo.
Sebbene fossi stata avvisata che non avrei allattato a richiesta come un distributore automatico
di latte, continuai a tentare; lui continu a resistere; l'altro capezzolo non gli piaceva di pi. E io
continuavo ad aspettare. Il respiro acceler, mentre aspettavo. E continuai ad aspettare. Ma tutti quanti
dicono... pensai. E poi, distintamente: Guardati da quello che dicono tutti.
Franklin, mi sentii... assente. Continuai a cercare dentro di me questa nuova emozione
indescrivibile, come rimestassi in un cassetto stracolmo in cerca del pelapatate, ma non importava
quanto mi dessi da fare, non importava cosa spostassi, l non c'era. Il pelapatate  sempre nel cassetto,
dopotutto.  sotto il mestolo,  scivolato dentro la busta della garanzia del frullatore...
 bellissimo mormorai; mi ero aggrappata a una battuta sentita in televisione.
Posso? mi domandasti con timidezza.
Ti porsi il bambino. Mentre sul mio seno il neonato si era contorto, ti pos un braccio sul collo,
come se avesse trovato il suo vero protettore. Quando guardai il tuo viso, gli occhi chiusi, le guance
premute contro nostro figlio, lo riconobbi, se non ti sembro troppo prosaica: ecco il pelapatate. Era cos
ingiusto. Eri evidentemente soffocato dall'emozione, la gola stretta da una meraviglia che sconfiggeva
qualsiasi altra espressione. Era come guardarti leccare un gelato che ti rifiutavi di dividere con me.
Mi misi a sedere, e tu me lo restituisti con riluttanza, e a quel punto Kevin inizi a strillare. Con
in braccio il bambino, che si rifiutava ancora di succhiare, fui visitata da quella sensazione che avevo
provato al mio decimo compleanno: eccoci qui, in una stanza, e sembra che non ci sia niente da dire o
da fare. I minuti si consumarono, Kevin sbadigli e si addorment. Di tanto in tanto sobbalzava in
maniera irritante. Provai la prima fitta di quello che, in modo raccapricciante, non posso che definire
fastidio.
Oh, per favore, non farlo. So cosa diresti. Ero esausta. Avevo avuto un travaglio di trentasette
ore ed era ridicolo pensare che potessi provare altro che stanchezza e stordimento. E comunque, avresti
aggiunto, la maternit non  una cosa che si comprende in un istante. L'avvento di un bambino  che
poco tempo prima non c'era   cos sconcertante che con tutta probabilit non ero ancora riuscita a
renderlo reale. Ero intontita. Tutto qui, ero intontita. Non ero senza cuore o anormale. Eppure, quando
ti guardi con troppa durezza, quando analizzi i tuoi sentimenti, questi fuggono, non si lasciano
catturare. Ero impacciata. E mi davo troppo da fare. Mi ero intrappolata in una sorta di paralisi
emotiva. Non ho appena finito di dire che la passione  solo una questione di fede? Avevo permesso
alla paura di avere la meglio su di me. Avevo solo bisogno di rilassarmi e di lasciare che la natura
seguisse il proprio corso. E, per l'amore di Dio, di riposare un po'. Lo so che tu mi avresti detto tutte
quelle cose, perch io stessa me le ripetevo. E non servirono a nulla, nel senso che tutta quella faccenda
era andata male fin dal principio, che non stavo seguendo il programma, che avevo tristemente deluso
noi e il nostro neonato. Che ero, in tutta onest, un mostro.
Mentre mi mettevano i punti alla ferita, tu ti offristi di prendere Kevin, e so che avrei dovuto
protestare. Non lo feci. Il senso di gratitudine che provai quando mi liberasti da lui mi distrusse
l'anima. Se vuoi sapere la verit, ero arrabbiata. Ero spaventata, mi vergognavo di me stessa, ma mi
sentivo anche tradita. Volevo la mia festa a sorpresa. Pensai, se una donna non pu essere certa di
elevarsi neppure in un momento come questo, allora non pu contare su nulla; da quel momento in poi,
il mondo non aveva pi senso. Prostrata, con le gambe divaricate, feci un voto: avrei anche potuto
imparare a mostrare le mie parti intime al mondo intero, ma non avrei mai rivelato a nessuno che il
parto mi aveva lasciata indifferente.
Eva
18 dicembre 2000
Caro Franklin,
stasera c'era la festa di Natale del mio ufficio, e non  stata facile da gestire con sei persone che
avevano appena finito di saltarsi alla gola. Abbiamo poco in comune, ma in generale sono contenta
della compagnia dei miei colleghi; non tanto per le chiacchiere con il cuore in mano davanti a un
sandwich, quanto piuttosto per le discussioni quotidiane sulla consegna dei bagagli alle Bahamas. (A
volte sono cos grata per la mole di lavoro che mi metterei a piangere.) E poi la semplice prossimit di
un corpo caldo mi fornisce il pi profondo conforto animale.
La direttrice  stata gentile ad assumermi per questo impiego. Il gioved ha fatto del male a tanta
gente nel quartiere, e Wanda temeva che i clienti potessero evitare l'agenzia per non essere costretti a
pensarci. Comunque, per giustizia nei confronti dei nostri vicini, di solito il saluto un po' troppo
caloroso dei forestieri di passaggio mi d la sensazione di essere stata riconosciuta. I miei colleghi sono
rimasti delusi. Dovevano aver sperato che lavorare gomito a gomito con una sorta di celebrit li
avrebbe elevati, che avrei fornito loro storie inquietanti da raccontare in giro. Ma il legame  troppo
marginale, e dubito che i loro amici siano poi tanto sconvolti. Per la maggior parte le mie storie sono
ordinarie. Ce n' una sola che vorrebbero sentirmi raccontare, ed  proprio quella che conoscevano per
filo e per segno prima che io salissi a bordo.
La stessa Wanda, una divorziata dai fianchi larghi e con una risata squillante, doveva aver
sperato che presto saremmo diventate amiche. Alla fine del primo pranzo insieme, mi aveva gi
confidato che il suo precedente marito aveva l'erezione guardandola fare pip, che era schiava delle
emorroidi e che fino a quando non aveva rischiato, a trentasei anni, di essere arrestata da una guardia
della sicurezza da Saks, era stata una cleptomane compulsiva. Io la ricambiai con la confessione che,
dopo quasi sei mesi nella mia casa delle bambole, avevo finalmente comprato le tendine.
Perci stasera Wanda mi ha messo spalle al muro accanto al fax. Non voleva ficcare il naso, ma
avevo cercato aiuto? Sapevo a cosa si riferisse, ovvio. Il consiglio di istituto della Gladstone High
School aveva offerto consulenza psicologica gratuita a tutto il corpo studentesco, e persino alcune delle
matricole, che non erano neanche iscritte nel 1999, avevano dichiarato di essere rimaste traumatizzate e
si erano distese sul divanetto. Non volevo mostrarmi ostile, perci mi limitai a ribattere, in tutta onest,
che non vedevo come la mera reiterazione dei miei problemi davanti a uno sconosciuto potesse
diminuirli di una virgola, e che di certo la terapia poteva servire agli individui i cui drammi erano delle
effimere fantasie e non dei fatti storici inconfutabili. Quindi feci notare che la mia esperienza con i
professionisti della salute mentale era stata molto amara, pur omettendo, per gentilezza, che il
fallimento delle cure psichiatriche di mio figlio aveva occupato i titoli di tutti i giornali da una costa
all'altra. Comunque, non mi  sembrato saggio confidare che fino adesso ho trovato conforto solo
nello scrivere a te, Franklin, perch, in qualche modo, ho la sensazione che queste lettere non rientrino
nel novero delle terapie consigliabili, visto che tu sei il cuore di ci che devo elaborare per esperire
la chiusura. Ma che terribile prospettiva sarebbe.
Gi nel 1983 mi sconcertava il pensiero che l'etichetta di uno psichiatra, depressione
post-natale, potesse essere considerata un motivo di consolazione. Presumo che soffrire di un disturbo
tanto comune da avere un nome scientifico implichi che non si  soli, e ti offra l'opportunit di
partecipare a dei forum in rete o a dei gruppi di sostegno.
Avrei dovuto essere contenta della riscoperta del gusto per la normalit, tra cui la ragionevole
aspettativa di provare qualcosa quando si aspetta un bambino, persino qualcosa di bello. Ma non mi
serv a molto. Non ho mai trovato piacere nel sentirmi come tutti gli altri. Sebbene la dottoressa
Rhinestein mi avesse offerto la diagnosi di depressione post-natale come un regalo, come se il
semplice fatto di veder riconosciuta la mia infelicit potesse rallegrarmi, io mi rifiutai di pagare dei
professionisti per sentirmi ripetere delle ovviet. Il termine era pi tautologico che diagnostico: ero
depressa dopo la nascita di Kevin perch ero depressa dopo la nascita di Kevin. Grazie.
Comunque, la dottoressa sugger anche che, siccome il disinteresse di Kevin per il mio seno
persisteva, forse soffrivo per il rifiuto. Arrossii. Mi imbarazzava il pensiero che potessi prendere tanto a
cuore l'opaca predilezione di una creatura esile e non del tutta formata.
Di certo aveva ragione. In principio pensai di fare qualcosa di sbagliato, di non indirizzargli la
bocca nella maniera giusta. Ma no, gli mettevo il capezzolo tra le labbra, dove altro avrei dovuto
appoggiarlo? Succhiava un paio di volte, ma si voltava subito dall'altra parte, con il latte bluastro che
gli colava sul mento. Tossiva e, forse era la mia immaginazione, sembrava sul punto di vomitare.
Quando mi recai dalla dottoressa Rhinestein per un appuntamento urgente, mi inform, in tono piatto,
che a volte succede. Ero devastata. Nel suo studio ero circondata da poster che spiegavano come
costruire il sistema immunitario del tuo bambino. E tentai di tutto. Non bevevo; eliminai i prodotti
caseari, un sacrificio tremendo; rinunciai alla cipolla, all'aglio e al peperoncino; evitai la carne e il
pesce; provai un regime alimentare senza glutine. Alla fine mi trovai a mangiare solo una scodella di
riso e un'insalata scondita.
Morivo di fame, mentre Kevin si nutriva da un insipido biberon scaldato al microonde; e lo
prendeva solo da te. Non accettava il mio latte nemmeno con il biberon, si contorceva senza prenderne
nemmeno un sorso. Ne sentiva l'odore. Sentiva il mio odore. Eppure non risult positivo alle prove
allergologiche, quantomeno dal punto di vista medico. Nel frattempo, i miei seni, un tempo minuti,
erano gonfi, doloranti e gocciolanti. La dottoressa Rhinestein si mostr intransigente, non dovevo
permettere che il latte si prosciugasse, visto che prima o poi quest'avversione   esattamente questa la
parola che us, Franklin, avversione  si sarebbe mitigata.
Secondo lei non avrei dovuto prendermela sul piano personale, ma come avrei potuto evitarlo?
Non era il latte della mamma che rifiutava, era la mamma. In verit, mi convinsi che il nostro frugoletto
mi avesse scoperto. I neonati hanno un grande intuito, perch  tutto quello che hanno. Ero sicura che,
quando lo prendevo dalla culla, riconoscesse l'inequivocabile irrigidimento delle braccia. Ero certa che
quando gorgogliavo e tubavo, comprendesse il tono esasperato della voce, e che il suo prezioso
orecchio potesse isolare nel fiume infinito di chiacchiere tranquillizzanti un sarcasmo insidioso e
compulsivo. Per di pi, visto che avevo letto  scusa, che tu avevi letto  che era importante sorridere ai
neonati per cercare di provocare un sorriso in risposta, sorridevo e sorridevo, sorridevo finch mi
faceva male il viso, ma sono certa che lui si accorgesse che non ero sincera. Ogni volta che mi sforzavo
di farlo, Kevin non rispondeva mai con un risolino. Non aveva visto molti sorrisi nella sua vita, ma
aveva visto i tuoi, e questo era abbastanza per riconoscere che, al confronto, c'era qualcosa che non
andava in quelli di mamma. Avevano una piega falsa; svaporavano con una rapidit rivelatrice non
appena mi voltavo dalla culla.  da me che Kevin l'ha preso? In prigione aveva quel sorriso da
marionetta, come fosse tirato dai fili.
So che non mi credi, ma io ho cercato con tutto il cuore di creare un legame emotivo con mio
figlio. Non avevo mai avuto la sensazione che i miei sentimenti, quelli per te, per esempio, dovessero
essere esercitati, ripassati, come le scale al pianoforte. Maggiore era la determinazione con cui ci
provavo, pi mi rendevo conto che quello sforzo era un abominio. Perci non era solo Kevin a
deprimermi  e nemmeno la consapevolezza che il tuo affetto stava cambiando sempre pi di direzione
 ero io stessa a farlo. Ero colpevole di incapacit emotiva.
Ma anche Kevin mi opprimeva, e intendo Kevin, non il bambino. Fin dal principio capii che
quel bambino era particolare. Tu mi chiedevi spesso: Come sta il piccolo?, Come va il ragazzino?,
Dov' il bambino?. Per me non  mai stato il bambino. Era un individuo, insolitamente astuto, che
era venuto a stare con noi e che, per puro caso, era molto piccolo. Per te era nostro figlio, o, da
quando iniziasti a rinunciare a me, mio figlio.
Alla fine la mastite pose fine alla ricerca disperata di quale cibo tenesse Kevin lontano dal mio
latte. La scarsa nutrizione forse mi aveva reso irascibile. Quella e lo sforzo di attaccare Kevin al seno,
con le lacerazioni ai capezzoli e le infezioni che prendevo dalla sua bocca. Era nemico del mio
nutrimento, ma poteva comunque corrompere il mio corpo, come se gi a zero anni fosse lui la parte
pi terrena della nostra coppia.
Dato che in principio la mastite si manifesta con un semplice affaticamento, non c' da
meravigliarsi se i primi sintomi passarono inosservati. Mi aveva logorata per settimane. Scommetto che
tu continui a non credere ai suoi accessi d'ira, anche se una rabbia che dura dalle sei alle otto ore
sembra pi uno stato naturale che un attacco improvviso. I tranquilli momenti di tregua a cui tu
assistevi erano delle rare eccezioni. Nostro figlio aveva degli accessi di pace. Ti sembrer del tutto
pazza, ma la violenza con cui Kevin strillava ogni volta che lui e io eravamo da soli  mentre quando tu
rientravi a casa spegneva di colpo quella specie di radio heavy metal  be', a me sembrava
intenzionale. Con il silenzio improvviso che ancora mi faceva ronzare le orecchie, ti chinavi sul nostro
angioletto addormentato che, per quanto ne sapevi tu, aveva dormito per tutto il giorno. Non ti avrei
mai augurato i miei terribili mal di testa, ma non potevo sopportare la mancanza di fiducia che si
andava insinuando tra noi, dato che la tua esperienza con nostro figlio non corrispondeva alla mia. A
volte ero affascinata dal fatto che fin dalla culla Kevin avesse appreso il motto divide et impera, che
potesse manifestare due temperamenti tanto diversi da costringerci a entrare in conflitto.
Quando non avevo figli, il pianto dei bambini mi appariva piuttosto indifferenziato. Era forte,
non tanto forte. Ma con la maternit, sviluppai un discreto orecchio. C' il lamento per un bisogno
inarticolato, il primo tentativo del bambino di trovare un linguaggio per dire di essere bagnato, di avere
fame o di sentire dolore. C' lo strillo di terrore: nessuno  qui con me e potrebbe non esserci mai pi
nessuno. C' quell'apatico uee, uee, non molto diverso dalla chiamata alla moschea in Medio Oriente o
dalle canzoni improvvisate; questo  un pianto creativo, divertente, di bambini che, anche se non sono
particolarmente infelici, non hanno ancora imparato che noi tendiamo ad associare il pianto a una
condizione di disagio. Il pi triste di tutti  forse il gemito muto dei bambini che, pur disperati, non si
aspettano pi una soluzione ai loro mali, che nell'infanzia si sono gi adattati all'idea che la vita 
sofferenza.
Oh, immagino che i neonati abbiano altrettante ragioni per piangere quante ne abbiamo noi
adulti, ma Kevin non ricorreva a nessuno di questi piagnistei standard. Certo, dopo che tu tornavi a
casa, si lamentava un po', come qualsiasi bambino normale che voglia mangiare o essere cambiato, tu
ti prendevi cura di lui, e lui smetteva; e allora mi guardavi con quell'espressione tipo hai visto?. E io
ti avrei voluto sparare.
Dopo che te ne eri andato, Kevin non poteva esser calmato con niente di cos gretto e transeunte
come il latte o i pannolini. Se la paura e il senso di abbandono contribuivano al livello dei decibel, che
rivaleggiava con quello di una sega elettrica, quando eravamo soli, nostro figlio mostrava una strana
purezza esistenziale: non poteva essere blandito dalle mammelle di quella mucca macilenta e dai suoi
nauseabondi spruzzi di fluido bianco. Non chiedeva aiuto, non si disperava, non gemeva atterrito da
paure senza nome; piuttosto, si serviva della voce come di un'arma, i suoi urli colpivano le pareti del
loft come una mazza da baseball battuta sul tettuccio del bus. Di concerto, martellava con i pugni il
tetto della culla e prendeva a calci le coperte. C'erano volte in cui io, dopo averlo accarezzato, cullato,
cambiato, indietreggiavo, attonita di fronte alla perfezione atletica di quella performance. Non c'erano
dubbi: quello straordinario motore a scoppio era alimentato da una materia prima rinnovabile
all'infinito. La rabbia.
Per cosa? ti chiederai, a ragione.
Era asciutto, era ben nutrito, aveva dormito. Provavo con le coperte su, con le coperte gi; non
aveva n caldo n freddo. Aveva fatto il ruttino, e l'istinto mi diceva che non aveva coliche; il pianto di
Kevin non era di dolore, ma di collera. I giochini gli penzolavano sopra la testa, nel letto c'erano i cubi
di gomma, sua mamma aveva preso sei mesi di congedo dal lavoro per passare ogni momento accanto a
lui; e lo tiravo su cos spesso che mi facevano male le braccia; non si poteva dire che gli mancassero le
attenzioni. Come i giornali si sono compiaciuti di notare sedici anni dopo, Kevin aveva tutto.
Un pomeriggio cominciai a sentirmi pi infuriata del solito, a tratti un po' stordita.
Per giorni non ero riuscita a riscaldarmi, ed era maggio inoltrato; fuori, i newyorchesi erano in
pantaloncini corti. Kevin aveva messo in scena un recital da virtuoso. Avvolta in una coperta sul
divano, riflettevo sul fatto che tu lavoravi molto pi del solito. Giusto, dato che eri un free-lance non
volevi che i tuoi clienti di vecchia data si trovassero qualcun altro, mentre la mia societ poteva essere
affidata ai collaboratori, e non l'avrei di certo persa. Ma in qualche modo questo significava che io ero
inchiodata tutto il giorno a quell'inferno, mentre tu te ne andavi allegramente in giro con il pick-up blu
a scegliere i pascoli con le mucche del colore giusto.
Quando l'ascensore si ferm al nostro piano, avevo appena notato che una piccola chiazza sotto
il seno sinistro mi era diventata rosso brillante, morbida e stranamente spessa, identica alla chiazza pi
larga che avevo a destra. Tu apristi la grata dell'ascensore e andasti dritto alla culla. Ero contenta che ti
fossi trasformato in un padre tanto premuroso, ma degli altri due abitanti della casa era solo tua moglie
quella che apprezzava il significato della parola Ciao.
Per favore, non lo svegliare sussurrai.  crollato solo da venti minuti, e oggi  stato terribile.
Non credo che si sia addormentato, deve essere svenuto.
Be', gli hai dato da mangiare? Sordo alle mie imprecazioni, te lo mettesti sulla spalla e gli
accarezzasti il viso imbambolato. Sembrava contento, forse sognava l'oblio.
S, Franklin dissi, controllandomi a fatica. Dopo quattro o cinque ore ad ascoltare il piccolo
Kevin che tirava gi la casa, ci ho pensato anche io... Perch accendi il gas?
Il microonde ammazza le sostanze nutritive. A pranzo da McDonald's tu leggevi libri su
come si crescono i bambini.
Non  solo difficile capire cosa vuole perch non riesce a esprimerlo, la maggior parte delle
volte non sa neppure lui quello che vuole. Lo vidi: i tuoi occhi si alzarono verso il cielo come a dire:
Oh, no, non ricominciare con questa storia. Pensi che stia esagerando.
Non ho detto questo.
Tu pensi che si lamenti solo perch ha fame...
Senti, Eva, sono sicuro che sia un po' irascibile...
Visto? Un po' irascibile. Me ne andai in cucina, avvolta nella coperta. Tu non mi credi!
Avevo cominciato a sudare freddo e dovevo essere rossa o pallida. Camminare mi provocava un forte
dolore ai piedi e delle fitte sotto il braccio sinistro.
Credo che tu sia sincera, hai la percezione che sia molto difficile. Ma cosa ti aspettavi, una
passeggiata nel parco?
Non mi aspettavo una scampagnata, ma questo  come essere assalita nel parco.
Senti,  anche mio figlio. Lo vedo tutti i giorni anche io. A volte piange un po', e allora? Mi
preoccuperei se non lo facesse.
A quanto pare la mia testimonianza era inquinata. Avrei dovuto presentare altri testi. Ti rendi
conto che John, del piano di sotto, ha minacciato di trasferirsi?
John  un frocio, e a quelli non piacciono i bambini. Tutto questo paese  contro i bambini, me
ne accorgo solo adesso. Quella severit non era da te. Per la prima volta parlavi del paese reale, e non
del Valhalla scintillante che esisteva solo nella tua testa. Visto? Kevin si era sollevato e aveva preso
il biberon senza nemmeno aprire gli occhi. Mi dispiace, ma la maggior parte delle volte a me sembra
che abbia proprio un bel carattere.
In questo momento non ha un bel carattere,  solo esausto! E anche io lo sono. Non mi sento
bene. Ho le vertigini. Sudo freddo. Mi sa che mi sta venendo la febbre.
Be', mi dispiace dicesti in tono formale. Riposati un po', allora. Preparo io la cena.
Strabuzzai gli occhi. Quella freddezza non ti apparteneva! Io ero tenuta a sminuire le mie
infermit, tu a dar loro importanza. Volevo costringerti a comportarti come avevi sempre fatto, perci ti
strappai il biberon dalle mani e mi appoggiai il tuo palmo sulla fronte.
Sei calda dicesti, ritirando subito la mano.
Non riuscivo pi a stare in piedi, la pelle, al contatto con la coperta, mi faceva male. Barcollai
fino al divano, indietreggiai di fronte a quella rivelazione: eri arrabbiato con me. La paternit non ti
aveva deluso. Io s. Mi accusavi persino del rifiuto di Kevin a prendere il latte dal seno. Avevo deluso
la tua immagine della maternit, quel gustoso indugiare tra le lenzuola alla domenica mattina, con i
toast imburrati, il figlio che succhia, la moglie sfavillante e i seni che schizzano il loro bendiddio sul
cuscino, costringendoti a lasciare il letto per prendere la macchina fotografica.
Penso che fino a quel momento fossi riuscita a nascondere i miei veri sentimenti sulla maternit,
avevo rinnegato me stessa; nel matrimonio mentire  un modo per conservare la pace. Mi ero trattenuta
dal gettare sul tavolo della colazione, come un trofeo, la diagnosi di depressione post-natale, me l'ero
tenuta per me.
Mi ero portata a casa un quintale di lavori di editing, ma ero riuscita a leggere appena qualche
pagina; mangiavo male e dormivo male, facevo la doccia al massimo ogni tre giorni; non vedevo
nessuno e uscivo di rado: la rabbia di Kevin non era socialmente accettabile; e ogni giorno,
fronteggiavo un bidone porpora di furia insaziabile, mentre mi ripetevo con ostinazione: io dovrei
amare questa cosa.
Se fatichi a stargli dietro, non ci mancano le risorse. Incombevi sul divano con nostro figlio
tra le braccia, come una di quelle possenti icone dedicate alla maternit e alla famiglia nei dipinti del
Socialismo Reale. Possiamo prendere una ragazza.
Oh, mi ero dimenticata di dirtelo borbottai. Ho avuto una riunione telefonica con l'ufficio.
Stiamo considerando l'ipotesi di un'edizione africana della guida. AFRIWAP. Penso che suoni bene.
Non intendevo, dicesti in tono brusco, la tua voce profonda e calda nel mio orecchio che
qualcun altro dovrebbe crescere nostro figlio mentre tu vai a caccia di pitoni nel Congo Belga.
Zaire precisai.
Ci siamo dentro insieme, Eva.
Allora perch stai sempre dalla sua parte?
Ha solo sette settimane! Non  abbastanza grande perch ci sia una sua parte.
Mi misi in piedi a fatica. Forse pensasti che stessi per piangere, ma i miei occhi lacrimavano per
un'altra ragione. Camminai con passo pesante verso il bagno, mi costava meno fatica prendermi il
termometro da sola che sottolineare che tu non me l'avevi portato. Quando tornai tenendolo infilato in
bocca, ebbi l'impressione di vederti alzare ancora una volta gli occhi al cielo.
Scrutai il mercurio sotto una lampada. Tieni... leggi tu... vedo tutto un po' offuscato.
Tu avvicinasti il termometro alla luce, con un gesto assente. Eva, lo hai sputtanato. Devi
averlo avvicinato alla lampadina. Lo scuotesti per far scendere il mercurio, me lo infilasti di nuovo in
bocca e te ne andasti per cambiare Kevin.
Scivolai fino al fasciatoio e ti porsi il termometro. Tu controllasti la temperatura e mi colpisti
con uno sguardo cupo. Non  divertente, Eva.
Di cosa parli? Questa volta erano lacrime vere.
Scaldare il termometro.  uno scherzo di merda.
Non ho scaldato il termometro. L'ho solo tenuto sotto la lingua...
Merda, Eva, dice che hai la febbre a quaranta.
Oh.
Mi guardasti. Guardasti Kevin. Per la prima volta ti vidi combattuto. Lo sollevasti dal fasciatoio
con un gesto frettoloso e lo mettesti a letto in modo tanto meccanico che lui, dimentico del copione,
innesc il suo strillo da odio il mondo intero, quello che di solito riservava ai pomeriggi con me. Con
quell'atteggiamento da uomo, che ho sempre adorato, tu l'ignorasti.
Mi dispiace! Mi prendesti in braccio e mi portasti sul divano. Sei davvero malata.
Dobbiamo chiamare la Rhinestein, portarti in ospedale...
Ero sonnolenta, stavo perdendo i sensi. Ma mi ricordo che pensai che c'era voluto troppo.
Dubitavo che mi avresti messo una pezza fredda sulla fronte, mi avresti preparato l'aspirina e avresti
chiamato la dottoressa Rhinestein, se avessi avuto solo trentotto e mezzo.
Eva
21 dicembre 2000
Caro Franklin,
sono un po' scossa, il telefono ha appena squillato e io non so come abbia fatto questo Jack
Marlin ad avere il mio numero di telefono, che non  sull'elenco. Sostiene di essere un documentarista
della NBC. Il titolo ironico del suo lavoro: Attivit extra-curriculari, mi pare abbastanza autentico, e
quanto meno si distacca da Angoscia a Gladstone, quel programma della Fox in cui  me l'ha detto
Giles  eravamo quasi sempre inquadrati a piangere o a pregare. Ho comunque chiesto a Marlin perch
si immaginava che volessi partecipare a un altro programma sensazionalista post mortem, e lui mi ha
risposto che forse avrei voluto far sentire la mia campana.
Che campana sarebbe?
Per esempio, suo figlio non  stato vittima di abusi sessuali?
Vittima? Stiamo parlando dello stesso ragazzo?
Cosa mi dice della storia del Prozac? Quell'accento comprensivo non poteva che essere
artefatto. Era la sua linea difensiva al processo, e mi pare avesse sostanza.
Fu un'idea dell'avvocato ammisi, senza convinzione.
In via generale... forse lei pensa che Kevin sia stato frainteso?
Mi dispiace, Franklin, lo so che avrei dovuto riattaccare, ma parlavo con cos poche persone
fuori dall'ufficio... cosa risposi? Qualcosa come: Se per questo, Kevin deve essere uno dei giovani pi
capiti di tutto il paese. Le azioni si spiegano meglio delle parole, no? A me sembra che abbia potuto
manifestare la sua visione del mondo meglio di molti altri. Mi sembra che lei dovrebbe dedicarsi a quei
ragazzi che faticano a esprimere se stessi.
Cosa pensa che stesse cercando di dire? domand Marlin, eccitato all'idea di aver pescato
un'esemplare di quella che  diventata una lite irraggiungibile, una di quelle rare persone che non
desiderano apparire in televisione.
Sono certa che stesse registrando la telefonata, e avrei dovuto controllare la lingua. Invece
sputai: Qualunque fosse il suo messaggio, signor Marlin, era chiaramente deprecabile. Perch desidera
offrirgli un'ulteriore piazza per diffonderlo?
Quando il mio interlocutore si lanci in una tirata senza senso, riguardo alla necessit di
conoscere nell'intimo i ragazzi disturbati, perch la prossima volta sia possibile vedere in anticipo
quello che sta per accadere, io tagliai corto.
Erano sedici anni che avevo l'impressione che stesse per accadere qualcosa, signor Marlin
dissi con forza. L'ho visto in modo molto chiaro. E riattaccai.
So che faceva solo il suo lavoro, ma a me il suo lavoro non piace.
Sono stanca dei cacciatori di notizie che mi annusano la porta di casa come cani attratti
dall'odore della carne. Sono stanca di essere la loro cena.
Mi sentii gratificata quando alla fine la dottoressa Rhinestein dovette ammettere che avevo
davvero la mastite a entrambi i seni. Quei cinque giorni al Beth Israel, con le flebo di antibiotici, furono
molto dolorosi, ma facevo tesoro del dolore fisico, era una forma di sofferenza che conoscevo, al
contrario della sconcertante disperazione che mi procurava la nuova condizione di madre. Il sollievo
che mi procurava il solo fatto che ci fosse silenzio era immenso.
Ancora preso dalla tua ossessione di guadagnare il pane e forse  ammettilo  riluttante all'idea
di mettere alla prova il bel carattere di Kevin, cogliesti l'occasione per prendere una baby-sitter. O
dovrei dire due baby-sitter, visto che prima del mio rientro una aveva gi dato le dimissioni.
Non mi fornisti di tua spontanea volont questa informazione. Sul pick-up, mentre mi
accompagnavi a casa, iniziasti a cianciare della meravigliosa Siobhan, e io dovetti fermarti. Pensavo
che si chiamasse Carlotta.
Oh, lei. Sai, molte di queste ragazze sono immigrate che hanno in mente di diventare
clandestine appena il loro permesso di soggiorno si trasforma in una zucca. Non hanno davvero a cuore
i bambini.
Ogni volta che il pick-up prendeva una buca, i seni mi bruciavano. Non ero ansiosa di
ricominciare il doloroso processo di tirarmi il latte in arrivo, cosa che ero costretta a fare rigorosamente
ogni quattro ore, per evitare di peggiorare la mastite. Allora Carlotta non ha funzionato.
Le ho detto che era un bambino. Un poppante, che fa la cacca, scoreggia, rutta...
Urla.
Sembrava che si aspettasse una specie di forno autopulente invece che un bambino.
Perci l'hai licenziata.
Non proprio. Ma Siobhan  una santa. Viene dall'Irlanda del Nord. Forse le persone abituate
alle bombe vedono le cose sotto una prospettiva diversa.
Vuoi dire che Carlotta si  licenziata. Appena dopo qualche giorno. Perch Kevin era... come
si pu dire... capriccioso?
Dopo un giorno, se puoi crederci. E quando chiamai all'ora di pranzo per assicurarmi che
andasse tutto bene, ebbe la sfrontatezza di chiedermi di assentarmi dal lavoro e di liberarla da mio
figlio. Ero tentato di non pagarla neanche, ma non volevo che la sua agenzia ci mettesse sulla lista
nera. (Profetico, l'agenzia ci mise sulla lista nera due anni dopo.)
Siobhan era davvero una santa. Un po' scialba a prima vista, con dei riccioli neri spettinati, la
pelle cadaverica delle irlandesi e uno di quei corpi da bambola che non si stringono alle giunture, ma si
svasano appena un po'. Era abbastanza magra, ma gli arti simili a colonne e il busto senza fianchi
davano l'impressione che fosse ben piazzata.
Dopo un secondo giro di antibiotici, la mastite pass. Rassegnata all'idea che Kevin dovesse
usare il latte in polvere, lasciai che i miei seni si inaridissero, e con l'aiuto di Siobhan, alla fine
dell'autunno potei tornare alla AWAP. Che sollievo, vestirsi bene, muoversi con passi rapidi, parlare
con un tono basso, da adulta, dire a qualcuno cosa fare e ottenere che fosse fatto. Mentre mi
ritempravo, anche solo svolgendo quello che un tempo era semplice lavoro di tutti i giorni, mi
rimproveravo per aver attribuito a un fagottino confuso l'intenzione maligna di scavare un solco tra te e
me. Era stato pi difficile di quanto mi aspettassi adattarmi a questa nuova vita. Dopo aver recuperato
un po' della vecchia energia ed essere riuscita a tornare alla mia precedente figura, diedi per scontato
che il peggio fosse passato e presi nota mentalmente che la prossima volta che un'amica avesse avuto
un figlio, mi sarei precipitata a offrirle tutta la mia comprensione.
Quando tornavo a casa, spesso invitavo Siobhan a fermarsi a bere una tazza di caff con me, e il
gusto che provavo a conversare con una donna che aveva all'incirca la met dei miei anni doveva
derivare pi dal desiderio di parlare con qualcuno che dal piacere di saltare una generazione. Mi
confidavo con Siobhan perch non mi confidavo con mio marito.
Deve aver desiderato tanto Kevin mi disse Siobhan in una di quelle occasioni. Vedere il
mondo, incontrare gente fantastica... ed essere pagata per quel piacere! Non posso immaginare come si
possa rinunciare.
Non ho rinunciato dissi. Tra un anno o gi di l riprender.
Siobhan mescol il caff.  sicura che sia quello che si aspetta Franklin?
 quello che si dovrebbe aspettare.
Ma ha detto... Non si sentiva a proprio agio con i pettegolezzi. ...che lei non sarebbe pi
stata via per dei mesi.
L'ho fatto in precedenza ma sono scoppiata. Rimanere sempre a corto di biancheria pulita;
tutti quegli scioperi delle ferrovie francesi.  possibile che gli abbia dato l'impressione sbagliata.
Oh, certo disse, con un'espressione dispiaciuta. Dubito che volesse farmi preoccupare, anche
se aveva visto arrivare i guai. Doveva sentirsi molto solo quando lei era via. E ora, se riprender i suoi
viaggi, dovr occuparsi lui del piccolo Kevin quando io non ci sar. Certo, in America alcuni pap
stanno a casa e alcune mamme vanno a lavorare.
Ci sono americani e americani. Franklin non  il tipo.
Ma lei gestisce una societ. Di sicuro pu permettersi...
Solo dal punto di vista finanziario.  gi abbastanza difficile per un uomo avere una moglie
che compare su Fortune, mentre lui cerca location per le pubblicit sullo stesso giornale.
Franklin mi ha detto che lei stava in giro cinque mesi all'anno.
Dovr ridurre i viaggi dissi in tono grave.
Sa, Kevin  un po' difficile.  un bambino... irrequieto. A volte crescendo cambiano. Poi
azzard desolata: A volte no.
Pensavi che Siobhan fosse devota a nostro figlio, ma io leggevo nella sua lealt pi un
attaccamento a te e a me. Parlava di rado di Kevin, se non per questioni pratiche. Un nuovo set di
biberon era stato sterilizzato; la scorta di pannolini era agli sgoccioli. Per una ragazza cos passionale,
questo approccio meccanico sembrava fuori luogo. Una volta mi fece notare: I suoi occhi sono piccoli
e lucenti. Poi, dopo una risata nervosa, aggiunse: Cio, sono intensi.
S, sono snervanti, vero? ribattei, nel tono pi neutro possibile.
Ma adorava noi due. Era affascinata dalla sensazione di libert che le davano i nostri lavori e,
nonostante le convinzioni religiose riguardo ai valori familiari, era evidente che fosse sconcertata
dalla decisione che avevamo preso di barattare la libert per farci incatenare da un figlio. Eravamo
grandi, ma ascoltavamo The Cars e Joe Jackson; non approvava il turpiloquio, ma era comunque
affascinata dal fatto che una signora vicino ai quaranta potesse definire un dubbio manuale sui bambini
una merda di cavallo. In cambio, noi la pagavamo bene e acconsentivamo che adempisse ai suoi
obblighi religiosi. Io le facevo regali esotici, come quella sciarpa di seta che veniva dalla Thailandia,
per la quale mi ringrazi cos tanto da mettermi in imbarazzo. Ti trovava bello in maniera devastante,
ammirava in te la figura robusta e la morbidezza dei capelli mossi. Mi domando se non fosse un po'
attratta da te.
Dato che avevamo tutte le ragioni per credere che Siobhan fosse contenta dell'impiego, mi
sorprese notare, con il passare dei mesi, che sembrava sempre pi depressa. So che le irlandesi non
invecchiano bene, ma persino per la sua razza dalle pelle diafana lei era troppo giovane perch quelle
rughe di preoccupazione le solcassero la fronte.
Quando tornavo dall'ufficio, era irascibile, mi rispondeva male se le facevo solo notare che
avevamo di nuovo finito il mangiare per il bambino: Oh, non va tutto nella sua bocca, sa? Si scusava
subito, scoppiava in lacrime, ma non si spiegava. Divenne pi difficile coinvolgerla in una
chiacchierata davanti a una tazza di caff, sembrava ansiosa di andarsene da casa nostra. Fui
sconcertata dalla sua reazione quando le proposi di trasferirsi da noi. Ti ricordi che avevo ipotizzato di
chiudere con un muro quell'angolo inutilizzato e di costruire un bagno separato? Quello che avevo in
mente sarebbe stato un locale molto pi spazioso del cubicolo che condivideva nell'East Village con
una scialba cameriera ubriacona che non le piaceva affatto. Non le avrei neppure ridotto il compenso,
cos avrebbe messo da parte i soldi dell'affitto. Eppure, alla prospettiva di diventare una baby-sitter a
tempo pieno, si tir indietro. Quando sostenne che non poteva rescindere il contratto d'affitto per il
tugurio in cui viveva, mi suon come se... be'... come se mi avesse detto merda di cavallo.
E poi cominci a darsi malata. Una o due volte al mese in principio, ma alla fine prese a
telefonare per dire che aveva mal di gola o mal di pancia almeno una volta alla settimana. Sembrava
affranta; di certo mangiava poco e male, perch le forme da bambola di plastica avevano lasciato il
posto a una fragilit da stuzzicadenti, e quando un'irlandese  pallida, sembra un cadavere riesumato.
Perci esitavo ad aggredirla. Indagai con discrezione se avesse problemi con qualche ragazzo, o con la
famiglia a Carickfergus, o se le mancasse l'Irlanda del Nord. Se mi manca l'Irlanda del Nord? Mi sta
prendendo in giro? Quel momento di umorismo evidenzi ancora di pi quanto fossero diventate rare
le sue battute.
Le assenze improvvise mi procuravano gravi disagi, visto che ero io quella che doveva rimanere
a casa, secondo una logica inoppugnabile che prediligeva il tuo fragile impiego da free-lance alla
sicurezza del mio lavoro come presidente del consiglio di amministrazione di una florida societ. Non
solo dovevo spostare gli appuntamenti o discutere per ore al telefono, ma passare un'intera giornata con
il nostro prezioso pupillo, il che minava il mio precario equilibrio. Al tramonto, dopo aver combattuto
per lenire l'orrore di Kevin verso la propria esistenza, ero, come avrebbe detto la nostra baby-sitter,
fuori di testa. Fu grazie a quella insopportabile giornata alla settimana che Siobhan e io imparammo, in
principio tacitamente, a comprenderci a vicenda.
Io non ho alcun rimpianto riguardo ai miei viaggi, esordii una sera mentre lei si preparava ad
andare via ma  un peccato che abbia incontrato Franklin cos tardi. Quattro anni passati noi due da
soli non sono bastati a farmi stancare di mio marito! Penso che sia una bella cosa incontrare il proprio
partner a vent'anni, e avere abbastanza tempo da vivere insieme prima di fare dei figli, non so, arrivare
persino un po' ad annoiarsi. Dopo i trentasei sei pronta per il cambiamento, e un figlio  il benvenuto.
Siobhan mi lanci un'occhiata penetrante; mi aspettavo riprovazione nei suoi occhi, ma vi
trovai solo un'inattesa vigilanza. Certo non mi sta dicendo che Kevin non  benvenuto.
So che il momento richiedeva una rapida rassicurazione, ma non fui in grado di fornirla. Questo
mi sarebbe successo di tanto in tanto negli anni a seguire: parlavo e agivo come da copione per
settimane e settimane, poi di colpo andavo a sbattere contro un muro.
Siobhan dissi, riluttante. Sono un po' delusa.
Lo so, Eva, che ho...
No, non sei tu che mi hai delusa. Considerai che dovesse aver capito perfettamente quello che
intendevo, che fingesse di avermi frainteso. Non avrei dovuto gravare quella ragazza con il fardello dei
miei segreti, ma, stranamente, ne sentivo l'urgenza. Tutte quelle urla, i giochini di plastica... non so
cosa avessi in mente, ma non era questo.
Di certo deve avere un po' di depressione post...
Chiamala come ti pare. Ma non provo gioia. E neppure Kevin mi sembra allegro.
 un bambino!
Ha gi pi di un anno e mezzo. Sai come si dice sem-pre:  un bambino cos allegro. Niente di
quello che faccio migliora la situazione.
Continu a giocherellare con la borsa, infilandovi, con eccessiva concentrazione, le poche cose
che aveva con s. Si portava sempre un libro da leggere mentre Kevin faceva il sonnellino, e alla fine
mi resi conto che riponeva nella sacca lo stesso volume da mesi. Avrei capito se si fosse trattato di una
Bibbia, ma era solo un manuale per vivere meglio  sottile, con la copertina ora tutta macchiata  e una
volta si era descritta come un'avida lettrice.
Siobhan, io sono negata con i bambini. Non ho mai avuto molti rapporti con loro, ma
speravo... be', che la maternit potesse rivelare un'altra parte di me. Incrociai una delle sue rapide
occhiate. Non  stato cos.
Strizz gli occhi. Ha mai parlato con Franklin dei suoi sentimenti?
Scoppiai a ridere, ma era una risata amara. Se lo facessi, dovremmo fare qualcosa in
proposito. E cosa?
Non pensa che i primi due anni siano i pi duri? Che poi le cose diventino pi facili?
Mi leccai le labbra. Mi rendo conto che quello che sto per dire non ti sembrer molto carino,
ma io sto ancora aspettando la ricompensa emotiva.
Ma solo dando pu ottenere qualche cosa in cambio.
Mi fece vergognare, ma poi riflettei. Gli do tutti i miei week-end, tutte le sere. Gli ho persino
dato mio marito, che non ha pi interesse a parlare d'altro che di nostro figlio, o fare qualcosa di
diverso che passeggiare per i sentieri del Battery Park spingendo il passeggino. In cambio, Kevin mi
colpisce con i suoi occhi diabolici, e non sopporta che lo tenga in braccio. Non sopporta quasi niente,
per quanto ne so io.
Questi discorsi stavano inquietando Siobhan; erano delle eresie. Ma qualcosa sembrava cedere
dentro di lei, e non riusc a persistere negli incoraggiamenti. Perci, invece che predirmi chiss quali
delizie per quando Kevin sarebbe diventato una piccola persona, mi disse cupa: Gi, capisco cosa
intende.
Dimmi... Kevin con te reagisce?
Reagisce? Il sarcasmo era una cosa nuova per lei. Pu dirlo forte.
Quando durante il giorno sei con lui, ride? Gorgoglia soddisfatto? Dorme? Mi resi conto che
in tutti quei mesi mi ero trattenuta dal domandarglielo, e che in questo modo avevo approfittato del suo
carattere generoso.
Mi tira i capelli mormor.
Ma tutti i bambini... non sanno...
Me li tira davvero molto forte. Ormai  abbastanza grande, penso che sappia che fa male. E,
Eva, quell'adorabile sciarpa di seta di Bangkok...  a brandelli.
Bang. Bang. Kevin era sveglio. Batteva su quello xilofono di metallo che hai portato a casa
(ahim), e non mostrava alcun talento per la musica.
Quando  solo con me, urlai per sovrastare il rumore Franklin lo definisce capriccioso...
Lancia i giochi fuori dal box, poi si mette a strillare, e non smette finch non glieli ho
recuperati tutti. Allora ricomincia a tirarli fuori. Li scaraventa.
Bang. Bang. Cataclan. BANG! Tan-tan-tan! Si sent un violento clangore, dal quale capii che
Kevin aveva gettato fuori lo strumento attraverso le sbarre del lettino.
 disperato si lament Siobhan. Fa la stessa cosa nel seggiolone, con i cereali, il porridge, i
biscotti... dato che butta tutto il mangiare per terra, non so dove vada a prendere l'energia!
Vuoi dire... le toccai il braccio che non sai dove tu vada a prendere l'energia.
Gne... gne.. gneeeeeeeeeee... Si era avviato come una tosaerba. Siobhan e io ci guardammo
negli occhi. Gne... gne.. gneeeeeeeeeee... Nessuna delle due si alz dalla sedia.
Certo, disse Siobhan speranzosa immagino che sia diverso quando il figlio  tuo.
Gi, risposi del tutto diverso.
Gne... gne.. gneeeeeeeeeee...
Io volevo avere una grande famiglia mi confid, distogliendo lo sguardo. Ora non sono pi
tanto sicura.
Se fossi in te, dissi ci penserei due volte.
Kevin riemp il silenzio tra noi due, mentre io combattevo per ricacciare un attacco di panico.
Avrei dovuto dire qualcosa per prevenire quello che sarebbe arrivato, ma non riuscii a trovare nessun
commento che in seguito non avrebbe giustificato quello che desideravo evitare con tutte le mie forze.
Eva inizi. Sono esausta. Non penso di piacere a Kevin. Ho pregato fino allo stremo... per la
pazienza, per l'amore, per la forza. Pensavo che Dio mi stesse mettendo alla prova...
Quando Ges disse lasciate che i bambini vengano a me, commentai in tono secco non
penso che pensasse alle baby-sitter.
Odio pensare di aver deluso il mio Signore. O di aver deluso lei, Eva. Comunque... pensa che
ci sia qualche possibilit... pensa che potrei servirle in qualche modo alla AWAP? Mi ha detto che le
ricerche per le guide in gran parte le fanno gli studenti universitari. Potrebbe... potrebbe per favore
mandarmi in Europa, o in Asia. Farei un ottimo lavoro, glielo prometto!
Mi sentii crollare. Vuoi dire che ti licenzi?
Lei e Franklin siete fantastici, mi deve considerare davvero una terribile ingrata. Comunque,
quando vi trasferirete in un sobborgo, dovrete comunque trovare qualcun altro, no? Perch io sono
venuta in America per vivere a New York.
Anche io voglio vivere a New York! Chi ti ha detto che ci trasferiamo in un sobborgo?
Franklin, ovviamente.
Non andremo in nessun sobborgo dissi con fermezza.
Alz le spalle. Si era gi allontanata dal nostro nucleo familiare, quella mancanza di
comunicazione non la riguardava pi.
Vorresti pi soldi? Un'offerta patetica; la mia permanenza full time in questo paese
cominciava a lasciare il segno.
Lo stipendio va benissimo, Eva.  solo che non posso pi farlo. Ogni mattina mi sveglio...
Sapevo esattamente cosa provava ogni mattina quando si svegliava. E non potevo pi farle
questo. Io penso di essere una cattiva madre, e anche tu lo hai sempre creduto. Ma nel profondo, anche
io possiedo l'istinto materno. Siobhan aveva raggiunto il limite. Sebbene questo andasse contro i nostri
interessi, la sua salvezza terrena era nelle mie mani.
Dobbiamo aggiornare la guida dell'Olanda dissi cupa; avevo la terribile premonizione che le
dimissioni di Siobhan sarebbero state immediate. Ti piacerebbe? Dare un voto agli alberghi di
Amsterdam? I rijsttafel sono deliziosi.
Siobhan si scompose e mi gett le braccia al collo. Vuole che provi a calmarlo? mi propose.
Magari il pannolino...
Dubito; sarebbe troppo logico. No, sei stata con lui tutto il giorno. Prenditi la settimana libera.
Sei a pezzi. La stavo gi blandendo, per convincerla a rimanere con noi fin quando non avremmo
trovato una sostituta. Vana speranza.
Un'ultima cosa, disse Siobhan, infilando nella busta l'appunto con il nome del redattore della
guida olandese Kevin ormai dovrebbe parlare. Almeno qualche parola. Forse dovreste chiedere al
dottore. O parlare di pi con lui.
Promisi che l'avrei fatto. La guardai andare verso l'ascensore. Lanci un'occhiata contrita verso
la culla. Sa,  davvero diverso quando  tuo, perch non puoi andartene a casa.
Ci scambiammo un pallido sorriso e lei mi salut con la mano. La guardai dalla finestra, mentre
correva sulla Hudson Street, scappava da casa nostra e da Kevin alla massima velocit che le sue
gambe informi le permettevano.
Tornai alla maratona di nostro figlio e abbassai lo sguardo sulla sua terribile collera. Non lo
avrei tirato su. Non c'era nessuno che potesse costringermi a farlo, e io non lo volevo fare. Non avrei,
come aveva suggerito Siobhan, controllato il pannolino, n avrei scaldato una bottiglia di latte. Lo avrei
lasciato piangere e piangere. Appoggiai i gomiti sulle sbarre del lettino e posai il mento tra le dita
intrecciate. Kevin era rannicchiato, in una posizione che raggruppava in s le quattro posture che
venivano raccomandate per agevolare il parto. La maggior parte dei bambini piange con gli occhi
chiusi, ma quelli di Kevin erano aperti, solo una fessura. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sentii
che finalmente stavamo comunicando. Le sue pupille erano ancora quasi nere, e riconobbi che per una
volta registravano l'informazione che la mamma non si sarebbe agitata, qualunque cosa accadesse.
Siobhan pensa che dovrei parlare con te dissi maliziosa sopra il baccano. Chi altro potrebbe
farlo, visto che lei l'hai fatta scappare? Proprio cos, l'hai buttata fuori dalla porta a furia di strillare e
vomitare. Qual  il tuo problema, piccola merda? Sei fiero di tiranneggiare la vita di tua madre? Mi
assicurai di usare l'insipido falsetto consigliato dagli esperti. Hai fregato pap, ma la mamma ha
mangiato la foglia. Sei una piccola merda, non  vero?
Kevin si mise in piedi senza smettere di ululare. Afferr le sbarre e mi strill da pochi
centimetri di distanza. Mi facevano male le orecchie. Il viso aggrottato lo faceva sembrare un vecchio,
era stravolto, pareva dicesse: prima o poi sarai mia.
La mamma era contenta, finch non  arrivato il piccolo Kevin, lo sai questo, vero? E ora la
mamma si sveglia tutte le mattine e rimpiange di non essere in Francia. La vita della mamma  una
merda adesso, non  una merda la vita della mamma? Sai che ci sono dei giorni in cui la mamma
preferirebbe essere morta? Piuttosto che sentirti strillare un solo minuto di pi, ci sono giorni in cui la
mamma salterebbe gi dal ponte di Brooklyn...
Mi voltai e sbiancai. Non avevo mai visto un espressione tanto pietrificata sul tuo volto.
Comprendono il senso delle parole molto prima di imparare a parlare dicesti, spingendomi da
parte per prenderlo in braccio. Non capisco come tu possa stare l a guardarlo piangere.
Franklin, rilassati, stavo solo scherzando. Rivolsi un'occhiata complice a Kevin. Era grazie ai
suoi lamenti che non avevo sentito l'ascensore. Sto buttando fuori un po' di vapore, va bene? Siobhan
si  licenziata. Sentito? Siobhan si  licenziata.
S, ho sentito. Peccato. Troveremo qualcun altro.
 saltato fuori che per tutto il tempo ha vissuto questo lavoro come la riscrittura in chiave
moderna del libro di Giobbe... dammelo, lo cambio.
Lo allontanasti. Meglio che tu stia alla larga finch non ti riprendi... o salti da un ponte.
Ti venni dietro. Senti, cos' questa storia di trasferirsi in un sobborgo? Quando?
Quando  cito  la piccola merda comincer a camminare. Quell'ascensore  una trappola
mortale.
Possiamo mettere un cancello all'ascensore.
Ha bisogno di un giardino. Con un gesto affettato, gettasti il pannolino sporco nella
spazzatura. Dove possiamo giocare a baseball, o riempire una piscina.
Ebbi la terribile certezza che avevamo a che fare con la tua infanzia  un'idealizzazione della
tua infanzia  e che avrebbe potuto dimostrarsi, come gli Stati Uniti della tua fantasia, un terribile
randello. Non c' battaglia condannata a peggiore sconfitta della lotta con l'immaginario.
Ma io amo New York! Mi sentii come un adesivo.
 sporca e pullula di malattie, il sistema immunitario di un bambino non  del tutto formato
fino ai sette anni. E non sarebbe male trasferirci in una zona in cui ci siano buone scuole.
Questa citt ha le migliori scuole private del paese.
Le scuole private di New York sono snob e spietate. I bambini in questa citt cominciano a
preoccuparsi di essere presi ad Harvard da quando hanno sei anni.
E come la metti con il piccolo particolare che tua moglie non vuole lasciare questa citt?
Hai avuto vent'anni per fare quello che volevi. E anche io. Comunque, dicevi che desideravi
spendere i nostri soldi per qualcosa di utile. Ora la tua chance  arrivata. Dovremmo comprare una
casa. Con un po' di terra e un'altalena fatta con un cerchione.
Mia madre non ha mai preso decisioni importanti per il mio bene.
Tua madre si  rinchiusa in un armadio per quarant'anni. Tua madre  pazza.  difficile
considerare tua madre come un modello da imitare.
Intendo che quando ero bambina io, erano i genitori a dettare le regole. Ora che sono un
genitore, i bambini dettano le regole. In questo modo siamo fregati andata e ritorno. Non posso
crederci. Mi afflosciai sul divano. Io voglio andare in Africa, e tu vuoi andare nel New Jersey.
Cos' questa storia dell'Africa?
Stiamo procedendo con AFRIWAP. La Lonely Planet e la Rough Guide cominciano a
schiacciarci in Europa.
E cosa c'entra questa edizione con te?
Il continente  enorme. Qualcuno deve fare un esame preliminare dei paesi papabili.
Qualcuno diverso da te. Ancora non lo capisci, vero? Forse  stato un errore pensare alla
maternit come a un paese inesplorato. Questa non  una vacanza oltreoceano, questa  una cosa seria.
Come ti sentiresti se perdesse una mano infilandola tra le sbarre dell'ascensore? Se gli venisse l'asma
per colpa di tutta la merda che respira? Se qualche perdente lo rapisse dal carrello della spesa?
La verit  che tu vuoi una casa attaccai. Tu vuoi un giardino. Tu hai questa visione da
imbecille, del paese dei pap, e vuoi allenare una squadra di baseball di bambini.
Hai indovinato. Ti sollevasti dal fasciatoio, con una espressione trionfale. Tenevi in braccio
Kevin, nel suo pannolino fresco e pulito. E siamo due contro uno.
Una statistica con la quale mi dovetti confrontare molte altre volte.
Eva
25 dicembre 2000
Caro Franklin,
ho acconsentito ad andare a trovare mia madre per Natale, perci ti scrivo da Racine. All'ultimo
minuto  appena scoperto che sarei venuta  Giles ha deciso che la sua famiglia avrebbe trascorso le
feste con i suoceri. Potrei scegliere di sentirmi offesa, ma la verit  che mi manca mio fratello, se non
altro come spalla per sbeffeggiare nostra madre, anche se la mamma  cos fragile ora, ha quasi
settantotto anni, che prenderla ancora in giro mi parrebbe ingiusto.
Giles patisce perch ho cooptato il ruolo di figura tragica della famiglia; lui vive a Milwaukee, e
i figli a portata di mano sono sempre i pi bistrattati, mentre io per decenni ho scelto un mestiere che
mi ha tenuta il pi possibile lontana da Racine.
Come sai c' un odore peculiare in questa casa, che a me sembrava rancido. Ricordi che mi
lamentavo sempre perch c'era poca aria? Mia madre apre di rado le finestre, ed ero convinta che i mal
di testa che mi colpivano appena arrivavamo fossero il sintomo di un principio di avvelenamento da
biossido di carbonio. Ma ora la mistura appiccicaticcia di grasso di agnello rancido, polvere e muffa,
mescolata con il puzzo di medicinale dei suoi inchiostri colorati, in qualche modo mi conforta.
Per anni ho accusato mia madre di non capire la mia vita, ma dopo il gioved, mi sono resa
conto che nemmeno io ho fatto alcuno sforzo per comprendere la sua. Non siamo rimaste lontane per
decenni perch lei soffriva di agorafobia, ma perch io sono stata arida e distante. Ora che ho bisogno
di comprensione, sono a mia volta pi comprensiva, e le cose vanno sorprendentemente bene. Nei
giorni dei miei viaggi, dovevo sembrare arrogante e snob, e questo disperato bisogno di sicurezza mi ha
restituito alla condizione di vera figlia. Per parte mia, ho imparato a riconoscere  dato che qualsiasi
mondo per definizione  autodefinito e per i suoi abitanti non esiste altro luogo  che la geografia  un
concetto relativo. Per la mia intrepida madre, il salotto poteva essere l'Europa dell'Est e la mia vecchia
camera da letto il Camerun.
Certo, Internet  al contempo la cosa migliore e la peggiore che le sia mai capitata, e ora pu
ordinare in rete qualsiasi cosa, dai tubi per il lavandino alle foglie di vite. Di conseguenza, la
moltitudine di commissioni che sbrigavo per lei durante le mie visite si  dissolta; mi sento un po'
inutile. Suppongo che sia un bene che la tecnologia le abbia garantito maggior indipendenza, se cos la
si pu definire.
Mia madre, tra l'altro, non evita affatto di parlare di Kevin. Stamattina, mentre aprivamo i pochi
regali sotto l'albero spelacchiato (ordinato su Internet), mi fece notare che di rado nostro figlio si
comportava male in senso tradizionale, e questo l'aveva sempre insospettita. Mi disse che tutti i
bambini fanno delle marachelle, ma la cosa che disorienta  se non le fanno di nascosto. Si ricord di
una nostra visita quando Kevin aveva dieci anni: a dieci anni si  abbastanza grandi per sapere ci che
si fa. Mia madre aveva appena finito un pacco di venticinque cartoline natalizie, tutti pezzi unici,
commissionate da qualche ricco executive della Johson Wax. Mentre eravamo in cucina a preparare il
khurabia con lo zucchero a velo, Kevin ridusse le cartoline in coriandoli, con una precisione maniacale.
A quel ragazzo mancava qualcosa sentenzi, usando il passato, come se fosse morto. Cercava di
farmi sentire meglio, anche se in realt quello che mancava a Kevin era una madre come la mia.
In effetti, posso far risalire la fioritura del mio attuale amore filiale a una telefonata affannosa la
notte stessa del gioved. A chi altri avrei potuto rivolgermi se non a mia mamma? Il carattere ancestrale
di quel legame riusciva a calmarmi. In tutta la vita non ricordo un solo momento in cui Kevin 
disperato per un ginocchio sbucciato o un bisticcio con un compagno di giochi  abbia chiamato me.
Capii dal modo formale con cui mi rispose al telefono  Pronto, qui  Sonya Khatchadourian,
chi parla?  che non aveva visto il notiziario della sera.
Mamma? Fu tutto quello che riuscii a tirare fuori, con un tono lamentoso, da bambina
dell'asilo. Il respiro affannoso che segu dovette farla pensare alla telefonata di un maniaco. Di colpo
sentii il bisogno di proteggerla; se viveva nel terrore mortale di una gita a Walgreens, come avrebbe
affrontato l'orrore, molto pi spaventoso, di avere un nipote omicida? Per amor del cielo, pensai, ha
settant'anni, e ha gi dovuto confrontarsi con una lettera infilata nella cassetta della posta. Dopo questo,
non si toglier mai pi la coperta dalla testa.
Ma gli armeni hanno un grande talento per il dolore. Sai, non mi sembr neppure sorpresa. Era
triste, ma rimase composta, e per una volta, nonostante l'et avanzata, ag e parl come un vero
genitore. Potevo fare affidamento su di lei, mi assicur, un'affermazione che fino a quel momento mi
sarebbe suonata come una beffa. Era come se alla fine tutte le sue paure fossero state riscattate; come
se da un certo punto la rincuorasse il fatto che tutti i suoi timori non si erano dimostrati infondati. La
maggior parte dei suoi familiari era stata sgozzata e l'aereo di suo marito abbattuto dai giapponesi;
l'azione violenta di Kevin era coerente con tutto il resto. L'avvenimento sembr davvero liberare
qualcosa dentro di lei, non solo amore, ma coraggio che, sotto molti punti di vista, sono la stessa cosa.
La polizia mi aveva chiesto di rimanere reperibile, perci declinai l'invito di mia madre a
raggiungerla a Racine. Con tono grave lei, l'auto-reclusa, si offr di prendere un aereo e venire da me.
Fu poco dopo che Siobhan abbandon la nave (non torn mai, e io dovetti inviarle l'ultimo
assegno al AmEx di Amsterdam) che Kevin smise di strillare. Smise di colpo. Forse, sbarazzatosi della
baby-sitter, sentiva che la sua missione era compiuta. Forse alla fine aveva stabilito che queste
esternazioni a elevato livello acustico non lo liberavano dall'inesorabile incedere della vita, e perci
erano uno spreco di energia. O forse studiava una nuova mossa, visto che ora la mamma era diventata
insensibile ai suoi strepiti: alla lunga ci si abitua anche agli antifurto delle auto abbandonate.
Sebbene non potessi lamentarmi, il silenzio di Kevin aveva un che di oppressivo. Prima di tutto,
era un vero silenzio: totale, a bocca chiusa, senza neppure gli urletti che tutti i bambini emettono
quando esplorano il metro quadrato del loro box. E poi era immobile. Nonostante ormai fosse in grado
di camminare  cosa che, come tutto il resto, aveva imparato a fare in nostra assenza  non sembrava
aver voglia di andare da nessuna parte. Perci rimaneva seduto per ore, o nel box o sul pavimento,
mentre i suoi occhi spenti ostentavano un distacco nebuloso.
Io lo circondavo di giocattoli (non passava giorno che tu non arrivassi con qualcosa di nuovo), e
lui li fissava, o li scalciava via. Non giocava mai.
Tu associ a quel periodo le liti per decidere se trasferirci e se io dovessi compiere quel lungo
viaggio in Africa, ma quello che io ricordo di pi sono le grevi giornate a casa con nostro figlio, dopo
che ancora una volta avevamo perso una baby-sitter.
Era un mistero, ma non passavano pi in fretta di quelle in cui Kevin urlava a squarciagola.
Questa impenetrabile monotonia, combinata con una reticenza a comunicare che si era protratta
ben oltre l'et in cui, secondo tutti i tuoi manuali, il bambino avrebbe dovuto cominciare a parlare, mi
spinse a consultare il nostro pediatra.
Il dottor Foulke era una persona rassicurante, pronta a ripetere che uno sviluppo normale
abbraccia un'ampia gamma di peculiari fasi di stallo e balzi in avanti. Ciononostante, decise di
sottoporre nostro figlio a una serie di semplici test. Io avevo espresso il timore che Kevin non
rispondesse agli stimoli a causa di qualche deficienza uditiva; ogni volta che chiamavo il suo nome, si
voltava con una tale lentezza che era impossibile stabilire se mi avesse sentito o no. Invece, con tutta
probabilit non era in alcun modo interessato a quello che dicevo, visto che le sue orecchie
funzionavano alla perfezione. La mia teoria che il volume delle urla infantili gli avesse danneggiato le
corde vocali non aveva alcun fondamento scientifico.
Insistevo cos tanto perch Foulke riscontrasse una deficienza in nostro figlio, stampasse una
sindrome dal nome tutto americano sulla fronte di Kevin, che il pediatra dovette pensare che fossi una
di quelle madri nevrotiche che ambiscono alla diversit e che, data la degenerazione dei nostri tempi,
possono concepire l'eccezionalit solo in termini di deficienze o malattie. Devo essere sincera, volevo
davvero che il medico trovasse qualcosa che non andava in Kevin; desideravo che nostro figlio avesse
qualche mancanza, qualche svantaggio che potesse addolcire la mia attitudine nei suoi confronti.
Era sottopeso, e di conseguenza non ebbe mai quei tratti tondeggianti, senza spigoli, che
possono rendere adorabili, in quella finestra fotogenica che va dai due ai tre anni, persino i bambini pi
ordinari.
Al contrario, il suo volto era appuntito come quello di un furetto, fin dai primi mesi. Se non
altro, oggi mi piacerebbe guardare le fotografie di un tesoro grassottello e domandarmi cosa sia andato
storto; invece, gli scatti che ho (tu gli facevi montagne di foto) documentano tutti una determinazione e
una flemma inquietanti.
Si riconoscono subito i tratti del volto ovale e appuntito: occhi incavati, naso dritto e sottile, con
una piccola gobba, labbra fini, atteggiate in un'espressione di oscura determinazione.
In quelle foto non solo si riscontra un'incredibile somiglianza con le foto di classe apparse su
tutti i giornali, ma anche con me.
Ero contraria a lasciare Kevin da solo davanti alla televisione. Odiavo i programmi per bambini;
i cartoni animati erano ipereccitanti e i programmi educativi sciocchi, insinceri e condiscendenti. Ma
lui sembrava a tal punto privo di stimoli che un pomeriggio, stanca di gorgogliare:  l'ora del succo di
frutta accesi il televisore.
No mi piace ello!
Indietreggiai dai fagiolini che stavo tagliando per la cena. Avevo capito subito dal tono
monotono e inanimato della voce che quella battuta non poteva venire da A-Team. Corsi ad abbassare il
volume della televisione e mi rivolsi a nostro figlio. Cosa hai detto?
Ripet in tono piatto: No mi piace ello!.
Con maggior fervore di quanto ne avessi mai dedicato alla relazione con lui, gli afferrai le
spalle e domandai: Kevin, cosa ti piace?.
Non era preparato a rispondere a quella domanda, e ancora adesso, all'et di diciassette anni,
sarebbe incapace di definire cosa lo soddisfi.
Tesoro, che c'? Vuoi che spenga?
Batt la mano contro il televisore. No mi piace ello, pegni.
Mi alzai meravigliata. Oh, spensi i cartoni, naturalmente, e pensai: Cristo, ho un poppante di
buon gusto.
Come fossi io la bambina, ero ansiosa di sperimentare il nuovo giochino, di schiacciare il
bottone e vedere cosa si sarebbe acceso.
Kevin, vuoi un biscotto?
Odio i biscotti.
Kevin, parlerai con pap quando torna a casa?
No, se no mi va.
Kevin, puoi dire mamma?
Com'era prevedibile, la risposta fu: No.
Quando tornasti a casa, Kevin si rifiut di ripetere la performance, ma io recitai tutto parola per
parola. Eri estasiato. Frasi complete, cos, dal nulla! Ho letto che quelli che sembrano un po' indietro,
possono risultare incredibilmente brillanti. Sono dei perfezionisti. Non vogliono sperimentare finch
non si sentono sicuri.
Io covavo una teoria alternativa: erano anni che, in segreto, sapeva parlare e si era divertito ad
ascoltare le nostre stupidaggini; era una spia. A me interessava di pi quello che diceva che la sua
grammatica. So che questo tipo di affermazioni ti fanno sempre storcere il naso, ma ogni tanto ero
convinta che, tra noi, fossi io quella pi attenta a Kevin. (Con gli occhi della mente, posso vedere la tua
furia.) Voglio dire, attenta a Kevin, a come era davvero; non a tuo figlio Kevin, costretto di continuo a
combattere contro le tue formidabili fantasie, con cui era in competizione molto di pi di quanto non lo
sia mai stato con Celia.
Per esempio, quella sera che ti feci notare: Ho tentato per anni di riuscire a capire cosa
accadesse dietro quegli occhietti penetranti.
Mi rispondesti con un'alzata di spalle.
Visto? Kevin era (e rimane) un mistero per me, mentre tu avevi un atteggiamento spensierato e,
con allegria, presumevi che non ci fosse niente da scoprire. Eri convinto che tu e io fossimo diversi a
un livello tanto profondo quanto pu differenziarsi la natura umana. Tu consideravi un figlio come un
essere parziale, una forma di vita pi semplice che si sarebbe evoluta nella complessit dell'et adulta
davanti ai tuoi occhi. Ma dall'istante in cui me lo posarono sul seno, io percepii Kevin Khatchadourian
come un pre-esistente, con una vita interiore vasta e fluttuante la cui sottigliezza e intensit piuttosto
sarebbero diminuite con l'et. Pi di ogni altra cosa, sembrava che si nascondesse da me, mentre tu
sperimentavi un rapporto solare, piacevole.
Comunque, per diverse settimane parl con me durante il giorno, e quando tu tornavi a casa
ammutoliva. Appena sentiva il rumore dell'ascensore, mi lanciava uno sguardo complice: tagliamo
fuori pap. Provavo un piacere colpevole nell'esclusivit dei discorsi di mio figlio, grazie ai quali
avevo scoperto che non gli piaceva il pudding di riso, con o senza cannella, che non gli piacevano i
libri del dottor Seuss e che non gli piacevano le filastrocche in musica che gli avevo portato dalla
biblioteca. Kevin aveva un vocabolario specializzato; era un genio del no.
L'unico ricordo che ho di una normale allegria infantile in tutto quel periodo fu alla festa per il
suo terzo compleanno: io ero impegnata a versare succo di lampone nella sua tazza con la cannuccia e
tu annodavi dei nastri sui pacchetti che avreste aperto insieme appena qualche minuto pi tardi. Avevi
portato a casa una torta grande come la ruota di un camion, comprata da Vinierro's, sulla First Avenue,
decorata con un disegno sul baseball, e io l'avevo appoggiata con orgoglio sul tavolo davanti al
seggiolone. Nei due minuti in cui gli voltammo le spalle, Kevin mostr suppergi lo stesso dono che
aveva esibito all'inizio della settimana tirando fuori tutta l'imbottitura da un buchino in quello che noi
pensavamo fosse il suo coniglio di peluche preferito. La mia attenzione fu attirata da un chiocciare
secco, che potrei definire solo come un risolino informe. La mani di Kevin sembravano
un'impastatrice. Aveva un'espressione estatica.
Un bambino cos piccolo, che ancora non comprendeva appieno il significato del compleanno,
non aveva alcuna ragione di afferrare il concetto di fetta. Ridesti, e dopo aver passato tanti guai, ero
lieta che considerassi quell'inciden-te come una commedia. Ma mentre gli pulivo le mani con un
fazzoletto, mi si spense il riso sulle labbra. La tecnica di Kevin di infilare entrambe le mani in mezzo
alla torta e separarla di netto in due con un unico movimento chirurgico, assomigliava in maniera
inquietante a quelle scene dei programmi televisivi sugli ospedali dove un paziente se ne sta andando e
il dottore grida: Apritelo!. Queste serie verso la fine del millennio lasciavano poco spazio
all'immaginazione: la cassa toracica viene aperta con un seghetto elettrico, le costole tirate indietro, e il
nostro bel dottore si immerge in un mare rosso.
Kevin non aveva semplicemente giocato con la torta, le aveva strappato il cuore.
Alla fine, com'era naturale, raggiungemmo l'inevitabile compromesso: io ti avrei concesso di
trovare una casa sull'altra sponda dell'Hudson; tu mi avresti permesso di compiere il mio viaggio di
esplorazione in Africa. Il patto era piuttosto svantaggioso per me, ma del resto le persone disperate
accettano sempre un sollievo a breve termine in cambio di una perdita a lungo termine. Non ero certo la
prima a vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie.
Non dico di rimpiangere quel soggiorno in Africa, anche se certo lo compii nel momento
sbagliato. La maternit mi aveva trascinato a vivere solo quello che consideriamo il livello pi basso
dell'esistenza: mangiare e cagare. E, in ultima istanza, l'Africa non  altro che questo. Alla fine tutti i
paesi si riducono a questo, ma avevo sempre apprezzato gli sforzi per tenerlo nascosto, e per me
sarebbe stato meglio viaggiare in continenti pi decorativi, dove i bagni avevano saponette a forma di
rosa e i pasti, quantomeno, venivano serviti con un contorno di radicchio.
Comunque, in mezzo a tutto lo squallore, non riuscii a trovare una compagnia che offrisse dei
safari a prezzi davvero economici; la maggior parte chiedeva centinaia di dollari al giorno. Allo stesso
modo, gli alloggi si dividevano in due categorie che escludevano completamente il mio target: o erano
lussuosi e costosi, o sporchi e troppo scadenti. Diversi ristoranti italiani e indiani erano di buon livello,
ma gli autentici locali africani servivano per lo pi pecora non stagionata. I trasporti erano
raccapriccianti, i treni si fermavano a dei semplici stop, gli aerei erano decrepiti, i piloti appena usciti
dalla scuola di volo di Bananarama, gli autisti kamikaze, gli autobus brulicanti di passeggeri chiassosi,
in numero tre volte superiore alla capienza consentita, polli dappertutto.
So di sembrare schizzinosa. Ero stata in Africa una volta quando avevo vent'anni, e mi aveva
incantata. Mi era sembrato un vero altrove. Ma nel frattempo il numero degli animali selvaggi era
precipitato, la popolazione era cresciuta a dismisura; il conseguente incremento della miseria era stato
esponenziale. Questa volta, guardando il territorio con occhio professionale, scartai molte nazioni,
erano fuori questione. L'Uganda raccoglieva ancora dalle bocche dei coccodrilli i cadaveri gettati via
da Amin e Obote; la Liberia era governata da quell'idiota criminale, Samuel Doe; gi a quei tempi gli
hutu e i tutsi si facevano a pezzi in Burundi. Lo Zaire era nella stretta di Mobutu Sese Seko, mentre
Mengistu continuava a saccheggiare l'Etiopia e il Renamo attraversava il Mozambico con la sua furia
sanguinaria. Se avessi inserito il Sudafrica, avrei rischiato di veder boicottare l'intera collana negli Stati
Uniti. Quanto al poco che rimaneva, potrai anche accusarmi di esser stata troppo protettiva, ma ero
riluttante all'idea di assumermi la responsabilit di mandare degli imberbi occidentali in giro in quelle
zone pericolose armati solo di un riconoscibile volume blu cielo della A Wing and a Prayer.
Perci arrivai alla conclusione che gli esperti di marketing erano fuori di testa. Avevano
esaminato la domanda, ma non l'offerta. Non confidavo neppure che la nostra intrepida legione di
studenti universitari e tutto il mio staff al completo sarebbero riusciti a mettere insieme anche un solo
volume che avrebbe impedito ai nostri utenti di compiere i passi falsi pi grossolani.
Ma la grande delusione fui io stessa. Mentre la progressiva rinuncia a realizzare una guida
sull'Africa mi liberava dall'obbligo di girare per il continente prendendo appunti, mi resi conto che
dipendevo da uno scopo per rimanere in giro. Senza pi un itinerario dettato dalle ricerche, mi sentivo
priva di meta. L'Africa  un posto in cui ti chiedi di continuo: Cosa ci faccio qui? C' qualcosa nelle
sue citt fetide, noncuranti, disperate, che ti costringe a porti questa domanda.
Non potevo chiudere fuori dalla mia mente te e Kevin. Il fatto che patissi cos tanto la tua
lontananza serv a farmi ricordare quanto mi eri mancato da quando era nato Kevin. Distante da te, non
mi sentivo emancipata ma negligente, mi dispiaceva che, se non avessi finalmente risolto il problema
della baby-sitter, ti saresti dovuto portare dietro Kevin quando viaggiavi in cerca di location. Ovunque
andassi, mi sentivo oppressa, come se mi trascinassi sulle strade piene di buche che conducevano in
Lagos con dei pesi di cinque chili alle gambe: avevo cominciato qualcosa a New York, non l'avevo
finita, ero fuggita e, per giunta quello che avevo cominciato non funzionava. Mi confrontai con queste
riflessioni, a questo serv il mio isolamento. Dopotutto, se c' una cosa da cui in Africa non puoi
fuggire sono i bambini.
Nella parte finale dei tre mesi di viaggio, che come ricorderai interruppi prima del previsto,
presi delle decisioni. Il mio soggiorno  dettato non tanto dallo spirito di esplorazione quanto dal
desiderio di dimostrare che la mia vita non era cambiata, che ero ancora giovane, curiosa, libera 
rivelava soltanto, al di l di ogni dubbio, che la mia vita era davvero diversa, che a quarantuno anni non
ero nemmeno lontanamente giovane, che avevo davvero saziato la mia curiosit per i paesi stranieri e
che c'erano molte libert che non avrei pi potuto concedermi senza affondare la piccola isola di
sicurezza, di senso e di stabilit di cui ero riuscita ad appropriarmi in questo vasto e arbitrario mare di
indifferenza che era il mondo.
Accampata nell'atrio dell'aeroporto di Harare, sul linoleum granuloso  non c'erano sedili e
l'aereo era in ritardo di otto ore perch la moglie di qualche ministro si era appropriata dell'intero 737
per andare a fare shopping a Parigi  ebbi l'impressione di aver perso per sempre la serena certezza che
gli inconvenienti (se non addirittura i disastri) sono il trampolino di lancio per quasi tutte le avventure.
Mi infastidiva che non ci fosse l'aria condizionata ed ero di cattivo umore perch l'unica bevanda
disponibile era la Fanta, che non mi  mai piaciuta. Per di pi i frigoriferi erano rotti e le bibite bollenti.
Quel ritardo protratto e sudaticcio mi permise di contemplare il fatto che fino a quel momento il
mio impegno come madre era stato tentennante. Dovevo rafforzare quella coraggiosa decisione del
1982 e saltare nel mio ruolo con tutti e due i piedi. Dovevo tornare di nuovo incinta di Kevin. Come la
sua nascita, anche crescere nostro figlio avrebbe potuto essere un'esperienza coinvolgente, ma solo se
avessi smesso di combatterla. Come cercai faticosamente di insegnare a Kevin da allora in poi (con
scarso successo), di rado l'oggetto delle nostre attenzioni  noioso o irresistibile in s; niente 
interessante se tu non sei interessato. Avevo atteso invano che Kevin dimostrasse, mentre io me ne
stavo l a braccia conserte, di meritarsi il mio ardore. Gli chiedevo troppo, era solo un bambino piccolo,
e sarebbe stato affettuoso con me soltanto se io gliel'avessi concesso. Era arrivato il momento di andare
incontro a Kevin, quantomeno a met strada.
Mentre atterravo all'aeroporto Kennedy, bruciavo di determinazione, ottimismo e buone
intenzioni. Ma a ripensarci, sono costretta ad ammettere che provavo verso nostro figlio dei sentimenti
molto pi intensi quando non c'era.
Buon Natale,
Eva.
...
.
...
27 dicembre 2000.
Caro Franklin,
dopo avermi chiesto in anticipo se me la sentivo, mia madre ha organizzato un piccolo party fra
vecchie amiche qui, e penso che si sia pentita della scelta del giorno. Ieri a Wakefield, nel
Massachusetts, un uomo molto grasso e infelice  un tecnico informatico di nome Michael McDermott
che, come ormai tutto il paese sa,  un appassionato di film di fantascienza (cos come ogni uomo della
strada conosce la predilezione di nostro figlio per gli abiti sottomisura)   entrato nella Edgewater
Technology con una doppietta, un fucile automatico e una pistola e ha assassinato sette dei suoi
colleghi. Ho saputo che il signor McDermott era in crisi, ed ecco che mi sono trovata a conversare dei
dettagli della sua vita finanziaria, a breve gli avrebbero pignorato l'auto che possedeva da sei anni e
l'ufficio amministrativo gli aveva trattenuto lo stipendio per pagare le tasse arretrate.
Non potei fare a meno di pensare ai tuoi genitori, visto che non vivono molto lontano da
Wakefield. Tuo padre si  sempre preoccupato che i suoi elettrodomestici di lusso fossero ben
proporzionati, preoccupazione che di certo estendeva alle reazioni umane: la misura dell'indennizzo
per un torto subito deve essere adeguata al danno. Credo che i tuoi genitori siano convinti che il mondo
degli uomini contro natura, che non rispettano i materiali, li stia accerchiando.
Siccome hanno rinunciato da tempo alla penosa sciarada di invitare Sonya Khatchadourian per
delle soires, dopo aver ascoltato le sue scuse bizzarre (simili a quelle che offriva anche a me per
spiegare perch non potesse assistere alla recita scolastica), queste vecchie signorine hanno assaggiato
molte volte i lahmajoon di mia madre e i suoi ziloog con sopra i semi di sesamo. Perci non si
lanciarono sul mangiare. Invece, seppure con qualche titubanza, dato l'ospite d'onore, morivano tutte
dalla voglia di parlare di Michael Mc-Dermott. Una delle vedove comment in tono doloroso che
capiva perch un giovanotto potesse sentirsi respinto con un soprannome come letamaio. La vecchia
e irritabile zia Aleen borbott che anche lei doveva fare i conti con l'ufficio delle imposte: un
contenzioso per aver pagato 17 dollari in meno nel 1991 con gli anni avevano fatto gonfiare il debito e
gli interessi fino a oltre 1.300 dollari. Presto anche lei si sarebbe sentita attratta dalle armi da fuoco.
Dopo non molto tempo si rivolsero tutte verso di me, l'esperta che aveva avuto uno sguardo
privilegiato sulla mente contorta di un omicida. Alla fine fui costretta a ricordare con fermezza alle
presenti che non avevo mai incontrato quest'uomo solitario e sovrappeso. Ebbi l'impressione che
d'improvviso avessero realizzato tutte quante che nel nostro paese nessuno si specializza sugli omicidi
puri e semplici. C'erano i massacri sul luogo di lavoro, e c'erano le sparatorie tra i banchi di scuola,
due campi d'attenzione del tutto diversi; e percepii nella stanza un senso di imbarazzo generalizzato,
come se avessero composto il numero del reparto vendite mentre volevano parlare con l'ufficio informazioni.
Dato che  troppo pericoloso affrontare l'argomento Florida, per timore che qualcuno sia
ancora troppo schierato, qualcuno spost prudentemente la discussione sui lahmajoon.
Comunque, chi dice che il crimine non paga? Dubito che l'erario ricever mai un centesimo da
letamaio, e il quarantaduenne evasore fiscale  destinato a costare allo Zio Sam un bel po' di soldi in
pi in spese legali di quanto l'ufficio delle imposte sarebbe riuscito a spremere dal suo stipendio.
 cos che vedo le cose adesso, certo, visto che ormai il costo della giustizia non  pi un
concetto astratto nella mia vita ma un minuzioso conteggio di dollari e centesimi. E spesso ho dei
flashback del processo, il processo civile. Quello penale  un buco nero.
Signora Khatchadourian sento esordire Harvey con voce stentorea nella sua requisitoria.
L'accusa ha pi volte sottolineato come lei dirigesse una societ a Manhattan, mentre affidava la cura
di suo figlio a delle estranee, e come in occasione del quarto compleanno di Kevin lei fosse in Africa.
Allora non sapevo che avere una vita fosse illegale.
Ma dopo quel viaggio lei assunse qualcuno per occuparsi delle incombenze di tutti i giorni
nella sua azienda, per poter essere una madre migliore?
Esatto.
Non divent lei la persona che si occupava di pi di suo figlio? Ci risulta che, a parte qualche
occasionale baby-sitter, non vi rivolgeste pi all'esterno per un aiuto.
In tutta franchezza, rinunciammo ad assoldare una baby-sitter perch non riuscivamo a
trovarne una disposta a rimanere con Kevin per pi di qualche settimana.
Harvey mi guard con durezza. Ero una cliente autodistruttiva. Immaginavo che questa qualit
mi rendesse speciale, ma l'espressione affaticata sul volto del mio avvocato suggeriva che dovevo
appartenere a una categoria.
Ma lei si preoccupava di garantirgli continuit, e perci pose fine a questa girandola di
ragazze. Non and pi in ufficio dalle nove alle cinque.
S.
Signora Khatchadourian, lei amava il suo lavoro, vero? Le dava una grande soddisfazione
personale. Perci questa decisione fu un notevole sacrificio, cui si sottopose per il bene di suo figlio?
Il sacrificio fu enorme dissi. E fu anche inutile.
Non ho altre domande, vostro onore. Avevamo provato enorme dolore, punto; mi lanci
un'occhiata severa.
Nel 1987 programmavo gi la mia linea di difesa? Sebbene il distacco dalla AWAP fosse
avvenuto in grande stile, non era altro che un'operazione cosmetica. Pensai che sarebbe sembrato
giusto. Non mi ero mai concepita come una persona che si preoccupa di quello che pensano gli altri, ma
chi accumula segreti colpevoli  sempre consumato dall'ossessione per le apparenze.
Pertanto, quando veniste a prendermi all'aeroporto Kennedy, per prima cosa abbracciai Kevin.
Era ancora in quella sconcertante fase in cui sembrava una bambola di pezza, floscio, e non mi
restitu l'abbraccio. Ma la forza e la durata della stretta servivano a evidenziare gli effetti della mia
conversione di Harare. Mi sei mancato tanto! dissi. La mamma ha due sorprese, tesoro! Ti ho
portato un regalo. E ti prometto anche che la mamma non andr mai pi via per cos tanto tempo.
Kevin non fece che diventare pi floscio. Io mi alzai e gli sistemai un ciuffo ostinato di capelli.
Recitavo una parte, ma gli astanti avrebbero detto, a giudicare dalla mollezza innaturale di mio figlio,
che lo tenessi ammanettato a un calorifero nel sottoscala.
Ti baciai. Sebbene pensassi che ai bambini piacesse vedere i propri genitori affettuosi l'un con
l'altro, Kevin sbatt i piedi con impazienza e grugn, tirandoti la mano. Forse mi sbagliavo. Io non
avevo mai visto mia madre baciare mio padre. Avrei voluto che ce ne fosse stata l'occasione.
Tu troncasti il bacio e borbottasti: Potrebbe volerci un po', Eva. Per i bambini di questa et tre
mesi sono una vita. Si arrabbiano. Pensano che non tornerai mai pi.
Stavo per dire, in tono scherzoso, che Kevin mi sembrava contrariato perch ero tornata, e non
perch ero stata via, ma mi morsicai la lingua; una delle prime cose che sacrificammo alla vita
familiare fu la leggerezza. Cosa vuole? domandai, mentre Kevin continuava a tirarti la manica e a grugnire.
Le patatine al formaggio dicesti con allegria.  l'ultima novit, le deve avere per forza.
Vieni amico, andiamo a trovare un po' di quella robaccia chimica fosforescente. E vi allontanaste per
mano lungo il corridoio del terminal, lasciandomi sola a trascinare la valigia.
Sul pick-up, dovetti spostare diverse patatine spiaccicate dal sedile del passeggero, a diversi
gradi di decomposizione. L'entusiasmo dietetico di Kevin non era sufficiente a far s che mangiasse le
patatine; le succhiava, leccava via la patina superiore e le imbeveva con tanta saliva da scioglierle.
La maggior parte dei bambini amano lo zucchero, dicesti con entusiasmo il nostro ama il
sale. A quanto pare un feticista del cloruro di sodio era superiore a uno zuccherodipendente.
I giapponesi pensano che siano due opposti spiegai buttando fuori dal finestrino la poltiglia
che avevo raccolto. Nonostante ci fosse un piccolo sedile posteriore, il seggiolino di Kevin era legato
tra noi due, e mi dispiaceva non poterti pi posare la mano sulla coscia.
Madda ha scoreggiato intervenne Kevin, mescolando mamma e madre. (Era carino. Doveva
essere carino.) Puzza.
Non  una di quelle cose che si devono annunciare, Kevin dissi in tono controllato. Prima di
partire avevo mangiato quel piatto di fagioli schiacciati e banana.
Che ne dite di Junior's? proponesti.  sulla strada, e i bambini sono benaccetti.
Non era da te dimenticare di tenere conto che ero partita da Nairobi quindici ore prima, e che
quindi avrei potuto essere stanca, affaticata dal viaggio, sazia di biscottini Danishes e formaggio
Cheddar, e decisamente non dell'umore per andare in un ristorante da quattro soldi, rumoroso e troppo
luminoso, il cui unico elemento positivo era la cheesecake. Avevo sperato dentro di me che tu avessi
trovato una baby-sitter e che mi fossi venuto a prendere all'aeroporto da solo, per portarmi a bere una
cosa in un locale tranquillo dove io ti avrei rivelato la mia decisione di riappropriarmi della maternit.
In altre parole, desideravo rimanere lontana da Kevin per confidarti il mio desiderio di passare pi
tempo con lui.
Bene accettai, in tono spento. Se Kevin non mangia quegli affari al formaggio, li metto via.
Non sbriciolarli sul sedile.
I bambini sono casinisti, Eva. Rilassati.
Kevin mi rivolse un sorriso furbesco e mi schiacci una manciata di patatine sulle ginocchia.
Al ristorante, Kevin rifiut il seggiolone, perch era da bambini. Siccome a quanto pare la
maternit ci trasforma dal giorno alla notte in insopportabili moraliste, partii con la mia conferenza:
VA BENE, Kevin. Ma, RICORDATI: potrai sederti come i GRANDI solo se ti COMPORTERAI
come i GRANDI.
Gne, gne, gne, gne, gne. Gne, gne, gne, gne, gne: gne, gne, gne, gne, gne. Gne, gne, gne, gne,
gne. Derise il mio tono severo e l'inflessione pretesca con una tale precisione, e a tempo di valzer, che
pensai che avrebbe avuto un futuro come cantante di cover.
Piantala, Kevin. Cercai di sembrare disinvolta.
Gne, gne, gne, gne, gne.
Mi rivolsi a te. Quanto pensi che durer?
Gne, gne, gne, gne, gne?
Un mese?  una fase. Passer.
Non vedo l'ora dissi, sempre pi riluttante a lasciar uscire qualsiasi frase fuori dalla bocca,
per evitare che mi copiasse a pappagallo con i suoi gne gne.
Tu volevi ordinare per Kevin gli anelli di cipolla fritta, io obiettai che con tutta probabilit
aveva mangiato schifezze salate per l'intero pomeriggio.
Senti mi rispondesti. Come te, anche io preferirei che mangiasse di tutto. Magari gli manca
qualche sostanza specifica, come lo iodio. Fidati della natura, dico io.
Traduzione: anche a te piacciono le porcate, e cos ti sei buttato sulle patatine. Prendiamogli
un hamburger. Ha bisogno di proteine.
Quando la cameriera lesse il nostro ordine, Kevin ripet: Gne, gne, gne, gne, gne. A quanto
pare era la sua traduzione di insalata verde con condimento a parte.
Che carino disse la ragazza, guardando disperata l'orologio a muro.
Quando arriv l'hamburger, Kevin prese la saliera e ricopr la carne di sale, fino a farla
sembrare il Kilimangiaro dopo un'abbondante nevicata. Disgustata, allungai il braccio con un coltello
in mano per grattare via il sale, ma tu mi fermasti. Perch non puoi lasciare che il bambino si diverta
un po'? borbottasti sottovoce. Anche questa cosa del sale  una fase, crescer e non lo far pi. E
quando sar pi grande glielo racconteremo e lui penser che faceva delle stranezze, che aveva una
certa personalit anche quando era solamente un bambino piccolo.  una buona cosa per la vita.
Dubito che Kevin faticher a trovare delle stranezze nella sua infanzia. Nonostante la spinta
della missione maternit, che mi aveva dato forza negli ultimi quindici giorni, stesse precipitando, mi
ero fatta una promessa, l'avevo fatta a Kevin, e, implicitamente, anche a te. Ispirai a fondo. Franklin,
mentre ero via ho preso una decisione importante.
Con il tempismo tipico di quando si va a cena fuori, la cameriera arriv con la mia insalata e la
tua cheesecake. I suoi piedi stridettero sul linoleum. Kevin aveva svuotato la saliera sul pavimento.
La signora ha la pop in faccia. Kevin indic la voglia che la cameriera aveva sulla guancia
sinistra, grande all'incirca sette centimetri e pi o meno della forma dell'Angola. Aveva spalmato un
mucchio di correttore beige sulla grande macchia marrone, ma il make-up era andato via. Come
sempre, il ritocco era peggiore del difetto in s, una lezione che ancora non avevo registrato riguardo a
me stessa. Prima che potessi fermarlo, Kevin si rivolse direttamente a lei: Perch non ti pulisci la
faccia? C' la cacca.
Io mi scusai con la ragazza, che non poteva avere pi di diciotto anni e senza dubbio aveva
sofferto per quel difetto per tutta la vita. Riusc ad abbozzare un sorriso triste e promise che avrebbe
portato il condimento.
Mi voltai verso nostro figlio. Lo sapevi che quella macchia non era pop, vero?
Gne, gne, gne, gne, gne, gne, gne. Gne gne? Kevin si nascose sotto la panchetta, gli occhi a
mezz'asta, luccicanti. Aveva appoggiato il dito e il naso al bordo del tavolo, ma si intuiva dal suono
della sua voce che sotto il ripiano nascondeva un ghigno: largo, le labbra tese, stranamente forzato.
Kevin, lo sai che hai ferito i suoi sentimenti, vero? Ti piacerebbe se qualcuno ti dicesse che la
tua faccia  sporca di pop?
Eva, i bambini non capiscono che gli adulti possono essere suscettibili riguardo al loro
aspetto.
Sei sicuro che non lo capiscano? Lo hai letto da qualche parte?
Possiamo evitare di rovinare il nostro primo pomeriggio fuori insieme? mi implorasti.
Perch devi sempre pensare il peggio di lui?
Cos' questa novit? domandai, ero perplessa. Mi sembra pi che tu pensi sempre il peggio di me.
Le tue innocenti mistificazioni sarebbero state la mia croce per i successivi tre anni. Nel
frattempo, il clima non era pi quello adatto per il mio annuncio, perci scelsi di continuare nel tono
meno cerimonioso possibile. Probabilmente il mio atteggiamento mi fece apparire provocatoria: e
beccati questo, visto che pensi che io sia una madre di merda.
Wow dicesti. Sei sicura?  un grande passo.
Mi sono ricordata di quello che mi hai detto riguardo a Kevin, del perch non parlava. Che
forse non l'ha fatto per cos tanto tempo perch voleva farlo bene. Be', anche io sono una perfezionista.
E in questo momento non faccio bene n il mio lavoro n la mamma. In ufficio continuo a prendere
giornate senza preavviso, e le pubblicazioni sono sempre in ritardo. Nel frattempo, Kevin si sveglia e
non ha idea di chi si prender cura di lui, sua madre o qualche ragazza disperata che sparir prima della
fine della settimana. Penso soprattutto a questo primo periodo, finch Kevin non andr alle elementari.
Ehi, potrebbe essere un bene persino per la AWAP. Nuove prospettive, nuove idee. Le collane
potrebbero essere troppo schiacciate dalla mia voce.
Tu... Orrore. Dispotica?
Gneeeeeee... Gne gne gne gne?
Kevin, smettila! Basta cos. Lascia parlare mamma e pap...
Gne gne, gne gne gne gne...
Dico sul serio, smettila con quegli gne gne o ce ne andiamo.
Gne gne gne gne gne gne gne gne gne gne gne gne gne gne gne.
Non so perch lo minacciai di andare via, visto che niente lasciava presupporre che lui volesse restare.
Questo fu il primo assaggio di quello che sarebbe diventato un enigma insolubile: come punire
un ragazzino che dimostrava un'indifferenza quasi zen verso qualsiasi cosa potessi negargli.
Eva, stai solo peggiorando le cose...
Cosa proponi di fare per farlo tacere?
Gne gne gne gne gne gne gne gne gne.
Gli diedi una sberla. Non molto forte. Lui sembr soddisfatto.
Dov' che hai imparato questo bel trucco? mi domandasti scuro. Era proprio un bel trucco, e
funzion, quella fu la prima frase di tutta la cena che non venne scimmiottata dai soliti gne gne.
Franklin, diventava molesto. La gente cominciava a voltarsi.
Ora Kevin aveva cominciato a piagnucolare. Le lacrime erano arrivate un po' in ritardo, a mio
modo di vedere. Non ero affatto commossa. Lo lasciai fare.
La gente si  voltata perch lo hai colpito dicesti sottovoce. Lo prendesti in braccio e lo
cullasti, mentre i suoi gemiti crescevano di intensit, fino a diventare dei veri e propri strilli. Non si fa
pi, Eva. Non nel nostro paese. Penso che abbiano approvato una legge, o qualcosa del genere. E se
non l'hanno fatto, dovrebbero.  considerata un'aggressione.
Mi arrestano perch do uno schiaffo a mio figlio?
 opinione comune... la violenza non serve a niente. Non voglio che tu lo faccia mai pi, Eva. Mai.
Perci: se avessi dato uno schiaffo a Kevin, tu avresti dato uno schiaffo a me. Il quadro era chiaro.
Per favore, possiamo andare via da qua? proposi con freddezza. Kevin era passato a dei
singhiozzi sommessi, ma avrebbe potuto benissimo far durare il decrescendo altri dieci minuti. Cristo,
gli avevo dato praticamente un buffetto. Che piccolo commediante.
Facesti segno che ti portassero il conto. Non  proprio il contesto in cui avrei voluto fare
questo annuncio dicesti, pulendo il naso di Kevin con un tovagliolino. Ma ho anche io delle novit.
Ho comprato una casa.
Ebbi una reazione a scoppio ritardato. Hai comprato una casa. Non ne hai trovata una che
possiamo andare a vedere. Hai firmato il contratto.
Se non avessi concluso, qualcun altro me l'avrebbe portata via. Comunque, tu non eri
interessata. Pensavo che saresti stata contenta, per fortuna  finita.
Be', c' un limite alla contentezza che posso provare per qualcosa che mi riguarda ma che non ho deciso.
 questo, vero? Non puoi accettare niente che non sia un tuo progetto. Visto che non sei stata
tu a fare i sopralluoghi per la guida dei sobborghi, allora sei distaccata. Buona fortuna, chiss come
farai ora che hai deciso di delegare le responsabilit in ufficio. Non  una cosa che viene cos, in modo
naturale.
Lasciasti una mancia generosa. Immaginai che i tre dollari extra servissero a compensare la
battuta sulla faccia sporca di pop. Ti muovevi in modo meccanico. Capivo che eri ferito. Avevi
cercato in lungo e in largo quella casa, non vedevi l'ora di darmi la grande notizia, e la propriet
doveva piacerti davvero, altrimenti non l'avresti comprata.
Mi dispiace sussurrai, mentre uscivamo e gli altri clienti ci guardavano sottecchi. Sono solo
stanca. Sono contenta. Sono ansiosa di vederla.
Gne gne gne gne gne gne gne gne gne...
Pensai: Tutti in questo ristorante sono lieti che ce ne siamo andati. Pensai: Sono diventata
una di quelle persone per cui provavo pena. E per cui continuo a provare pena.
Pi che mai.
Eva.
...
.
...
FINE Parte 1.